Riccioli d’Oro, la protagonista della famosa Storia dei tre orsi, è una bambina viziata e maleducata che non rispetta la proprietà privata e per questo rischia una seria punizione. Questo almeno è quanto ricordo io della versione della favola che mi veniva raccontata da piccola: probabilmente ad altri bambini è stata raccontata o letta una versione diversa, una in cui sono i tre orsi a risultare dalla parte del torto e Riccioli d’Oro è solo una bimba birichina, oppure una in cui la sprovveduta bambina finisce per essere mangiata dagli animali antropomorfi a cui ha invaso la casa.

Anche se in origine Riccioli d’Oro non era una bambina, ma una vecchia sgradevole, nel tempo la Storia dei tre orsi è diventata una di quelle che in inglese sono chiamate cautionary tales, cioè storie di monito. Forse la più famosa tra le fiabe di questa categoria è Cappuccetto Rosso, il cui messaggio è chiaro: se disubbidite alla mamma, bambine, e parlate con gli sconosciuti, finirete divorate da un lupo.

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Nel 1907 lo scrittore Hilaire Belloc scrisse un libro satirico sulle fiabe e favole che pretendono di insegnare ai bambini come comportarsi spaventandoli con minacce di sofferenze fisiche: Cautionary Tales for Children. Le sue versioni delle fiabe sono riassunte in versi che esplicitano l’intento dell’adulto che racconta la storia al bambino: ad esempio, c’è la storia di Jim che “scappò dalla sua tata e fu divorato da un leone”, o quella di Matilda che “diceva bugie e venne bruciata a morte”, o ancora quella di Rebecca che “sbatteva le porte per divertimento e perì miseramente”.

La maggior parte delle fiabe che consideriamo classiche è stata messa per iscritto per la prima volta tra il Seicento (molto prima che si mettessero in discussione i modelli educativi punitivi) e l’Ottocento (quando la concezione del bambino come essere umano da rispettare non era ancora così diffusa). Per questa ragione di fianco a fiabe che traducono i riti di iniziazione delle società antiche in ricerche di oggetti magici, viaggi in territori inospitali e sacrifici da fare per salvare qualcun altro, ci sono le fiabe che ammoniscono i bambini che non si comportano come dovrebbero: sono quelle più borghesi, che insegnano a chi sta in basso – i bambini, ma anche le donne e chiunque non sia un nobile cavaliere – a restare al suo posto e a farsi guidare da chi ne sa più di lui, rispettando l’ordine.

Una fiaba apparentemente all’opposto di quella di Cappuccetto Rosso, o di Riccioli d’Oro nella versione “bambina cattiva che poi viene punita dagli orsi”, è quella di Giacomino e i fagioli magici.

Come scrive Michael Cunningham in Un cigno selvatico (La nave di Teseo, 2016) – una riscrittura letteraria, cupa e in parte ambientata nel mondo contemporaneo di alcune delle fiabe più famose del canone occidentale – considerando che normalmente le fiabe hanno un intento moralistico, Giacomino dovrebbe essere punito per aver venduto l’unica fonte di reddito sua e della madre (una mucca) per tre fagioli, solo perché uno sconosciuto gli ha detto che si tratta di fagioli magici.

Invece Giacomino viene premiato per la sua intraprendenza, per non aver ubbidito alle indicazioni dategli dalla madre: scopre il castello del gigante che vive nelle nuvole, riesce a rubare i suoi tesori e diventa ricco.

Giacomino avrebbe mai potuto essere una Giacomina? Probabilmente se la protagonista della storia fosse stata una bambina, i fagioli non avrebbero fatto crescere una pianta colossale e la bambina credulona sarebbe morta di fame insieme alla propria madre.

 

Secondo la scrittrice (ed esperta di lavoro a maglia) americana Barbara G. Walker, la maggior parte delle fiabe sono filtrate da secoli di cultura patriarcale e mostrano uno scarso rispetto per le donne, almeno che non si tratti di principesse giovani e belle, che però hanno spesso una funzione decorativa o di oggetto della ricerca di un principe.

Le ragazze brutte sono spesso cattive – come le sorellastre di Cenerentola – mentre le vecchie sono sfortunate e sole. Per ribaltare gli stereotipi misogini, Walker ha riscritto alcune delle fiabe più conosciute. Nel suo Feminist Fairy Tales (Harper One, 2010) le protagoniste principali sono ragazze sfortunate, principesse avventurose e fate che cercano di costruire un mondo pacifico e giusto, combattendo contro il dio del patriarcato (spesso un impostore che ha preso il posto della dea madre), egoista, vendicativo e violento.

C’è una rana che per amore di un principe convince una strega a farle un incantesimo che la renderà umana.
A sconfiggere il drago che pretende di essere nutrito da vergini è la guerriera Gorga, che non è bella (a dirglielo è addirittura il mostruoso drago) ma molto forte e più intelligente di molti cavalieri, l’unica a capire che il drago è in realtà una macchina guidata da uno stupratore seriale. Ma c’è anche Barbidol, una bambola frivola in un negozio di giocattoli che la notte prendono vita: si innamora di Gijo, un bambolotto-soldato che pensa solo alla guerra.

Come le versioni originali delle fiabe dei fratelli Grimm – spesso macabre e truculente – sono state edulcorate nei cartoni animati della Disney, così genitori e molti libri per bambini contemporanei hanno reso meno dure le fiabe della tradizione; ad esempio, della Storia del lupo e dei sette capretti a me hanno raccontato una versione in cui il lupo faceva indigestione, ma non moriva annegato.

Come succede per i giocattoli, i bambini decidono da soli cosa gli piace e cosa no, e spesso danno delle interpretazioni diverse delle storie che gli vengono raccontate rispetto alla morale che chi le ha scritte pensava di inculcargli.

Anche se molte fiabe propongono dei modelli femminili deboli e in attesa di essere salvati, le bambine non fanno fatica a immedesimarsi nel cavaliere che sconfigge il drago (soprattutto se hanno una sorella o un fratello minore a cui far interpretare il ruolo della vittima da liberare).

Il bello delle storie rispetto ai giocattoli è che però sono più semplici da cambiare: non è difficile raccontare a bambine e bambini fiabe in cui ci sono personaggi femminili coraggiosi, e non tutte le donne brutte sono cattive. Potrebbe essere il primo passo per cambiare quella tendenza per cui le donne non fanno fatica a immedesimarsi in personaggi maschili (che siano seduttori di ragazze ingenue o guerrafondai) mentre alcuni uomini tendono a vedere come romanzi rosa tutti i libri che hanno una protagonista donna.

Sia la riscrittura di Walker che quella di Cunningham sono rivolte agli adulti, ma possono essere il punto di partenza per una riflessione sul tipo di storie che andrebbero raccontate ai bambini, che sia per incoraggiarli ad avere fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità o per crescerli nel rispetto degli altri, brutti, vecchi o sirene che siano.

Bonus per le grandi a cui piacciono le fiabe. In questo periodo Giulia Blasi sta scrivendo una fiaba a puntate su Medium che si intitola The Dog Princess: è scritta in inglese e racconta la storia di Philomena, una principessa brutta e intelligente, e Hartwell, un principe molto bello ma piuttosto inetto. Nel momento in cui scrivo esistono 16 capitoli della storia e se non la conoscete ancora vi invidio molto perché ne potete leggere tanti tutti di fila. Ma anche aspettare la sera per trovare quello nuovo non è male. Il primo capitolo lo trovate qui.