Negli Stati Uniti, il genere femminile è considerato da diversi anni uno dei nuovi e più proficui target del mercato delle armi. In Italia, invece, il numero di persone che detiene armi presso la propria abitazione sta crescendo vorticosamente. Ma cosa si sa delle italiane che sparano? Purtroppo poco o niente.

Non è facile avere dati aggiornati a livello nazionale: le ultime pubblicazioni a riguardo risalgono all’ottobre 2015 ma non fanno distinzioni di genere. Linkiesta segnala come ci siano ben sette milioni di armi distribuite nella penisola (in pratica un cittadino su dieci possiede una pistola o un fucile; le armi in dotazione alle forze dell’ordine sono solo un milione) e cita la classifica pubblicata da Gunpolicy per ricordarci che gli italiani hanno conquistato il quindicesimo posto a livello mondiale per detenzione di armi, il primo per produzione. Per ora sembra che nessuno sia riuscito a divulgare indicazioni più precise, come sesso ed età, che sarebbero senz’altro interessanti da analizzare.

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Monica Vitti nel film “La ragazza con la pistola”

Negli Stati Uniti – da decenni – la maggior parte delle donne che detengono armi ha fatto una scelta di sicurezza. Lo testimonia l’inchiesta pubblicata già nel 1997 dal Corriere della Sera, citando numeri e statistiche, e riportando le parole di Paxton Quigley, un’istruttrice di difesa personale a mano armata che gira le province americane: “la rivoltella da borsetta è l’ultima frontiera del femminismo. La donna che ha imparato a usare un’arma da fuoco, e gira armata, è una donna che sa farsi rispettare”.

Recentemente in India è stata lanciata sul mercato una pistola per le ragazze “che vogliono difendersi dalle aggressioni“. È piccola e leggera, dotata di un custodia rossa stile cofanetto da gioielleria. È prodotta dallo Stato ed è stata chiamata Nirbheek, in memoria della giovane morta nel 2013 per i traumi riportati da uno stupro di gruppo. La scelta ha suscitato da subito non poche polemiche.

Quella che il capo della polizia di Kanpur, Ram Krishna Chaturvedi, considera una buona idea – “aumenterà la fiducia in te stessa e incuterà paura nella mente del criminale” – viene giudicata dalla fondatrice della Rete delle donne sopravvissute alla violenza, Binalakshmi Nepram, come qualcosa di semplicemente ridicolo. Secondo gli studi svolti dalla sua organizzazione infatti “un’arma non ti rende più sicura, aumenta il rischio che stai già correndo”.

Prodotta da Smith and Wesson

Prodotta da Smith and Wesson (for ladies)

A casa nostra la moda delle LadySmith, confezionate in vezzosi astucci color confetto, non sembra per ora essersi ancora diffusa. Diversamente da quanto succede in altri Paesi, le armerie non contano grandi scaffali dedicati ai prodotti femminili e “la ragazza con la pistola”– raccontata da Monicelli nel 1968 – non ha trovato in questi anni molte amiche disposta a seguirla.

Le quote rosa per ora salgono con un piccolissimo segno più solo in ambito sportivo, e a tal proposito vale la pena ricordare che la campionessa “morale” mondiale di tiro dinamico, per la categoria shotgun, è una trentenne veneta. Si chiama Alessandra Moro e ha accettato di farsi intervistare da Soft Revolution soprattutto per portare sull’argomento – sicuramente delicato – un’altro sguardo, lo sguardo dell’atleta.

Il racconto di Alessandra è spontaneo:

Quando avevo vent’anni mi ero messa alla prova con il tiro ad aria compressa, dove non si usano vere armi, ma dopo un po’ avevo sospeso per studiare. Tre anni fa il mio fidanzato, che sapeva di questa passione, per il compleanno cosa mi ha regalato? Un bel 22, dicendomi “visto che ti piace lo sport, adesso vai e cominci”. Così è stato e ci siamo appassionati tutti e due.

Abbiamo iniziato a frequentare il poligono di Padova per il maneggio e poi abbiamo preso il porto d’armi. Nel tiro statico la soddisfazione è fare centro, io dopo un po’ ho preferito il tiro dinamico, provando diversi calibri. È normale che ti venga voglia, mano a mano che impari, di provare armi più potenti. È una sfida, perché tenere l’arma ed essere precisi diventa più impegnativo e anche gestire il contraccolpo è più difficile. Il 22 è il fucile più piccolo. Adesso uso un fucile a pompa che si ricarica normalmente, con le cartucce.

SR: A settembre hai partecipato ai mondiali che si sono svolti ad Agna, in provincia di Padova. Come è andata? Hanno gareggiato molte donne?

AM: Donne ce n’erano parecchie, soprattutto americane, russe, inglesi e svedesi. Di italiane ce n’erano tre, in tre categorie diverse. Nella mia, che è quella del fucile a pompa, generalmente gareggio con gli uomini: nel campionato italiano sono l’unica!
Ad Agna eravamo solo in tre – io, una brasiliana e una tedesca – ma, per essere valida, la gara doveva avere almeno cinque partecipanti. Abbiamo gareggiato lo stesso e ho vinto, una soddisfazione grandissima, anche se non sono stata premiata.

SR: Il poligono è un ambiente tradizionalmente maschile. È ancora così? Come vengono considerate le ragazze? E fuori dal poligono come viene considerato il fatto che tu sappia sparare?

AM: Spesso le ragazze, se sono un po’ timide, faticano ad avvicinarsi al poligono perché temono di essere osservate e giudicate dagli uomini. All’inizio lo sentivo anche io questo peso, ma l’attività mi piaceva e ho cercato di non curarmene. Tante persone mi hanno incoraggiata e si sono complimentate; alla fine quello che fa la differenza sono i risultati che ottieni. E poi sì, ho preso i portacaricatori rosa, e dipingo il mio fucile. Il serbatoio per le munizioni di solito è nero, al massimo è rosso o blu. Sul mio ci sono le farfalle.

Non sono Lara Croft, non voglio assomigliare a un uomo, non mi dipingo la faccia come Rambo. Sono socievole, anche se spesso trovo diffidenza quando racconto quello che faccio. C’è anche il fatto che ormai il tiro al volo da anni è considerato uno sport, mentre spesso il tiro dinamico viene dipinto dai media come una specie di allenamento da battaglia, paramilitare, ma sono tutte stupidaggini. Secondo me le armi andrebbero considerate per come vengono utilizzate, altrimenti, paradossalmente, anche un intruglio di erbe potrebbe essere visto come qualcosa fatto per uccidere.

 

La stessa domanda è stata rivolta a Gaia Conventi, giallista ferrarese che si è approcciata al tiro dinamico un po’ per amore un per curiosità. Ha praticato per qualche anno e ora segue le gare come fotografa.

Per chi non conosce questo mondo mi rendo conto che possa apparire un po’ strano. Ma in un poligono ti fai valere per quello che sai fare. Le signore che lo frequentano sono tutte persone tranquille e pacate, pacifiche.

Per me personalmente sparare è assimilabile a una pratica zen: devi controllare il respiro, tranquillizzarti, cacciare fuori dalla testa tutte le cose che non c’entrano, e in questo avere le cuffie alle orecchie aiuta. Lo sparo è liberatorio, come quando finisci una discesa con gli sci e sei stanco e soddisfatto. È un modo per scaricare la tensione.

Al poligono ci sono molti “gentlemen”. L’ambiente è un po’ all’antica ma non ci sono discriminazioni. Non c’è l’odio fetente che si trova ad esempio nel calcio, non ci sono tifoserie. C’è molta partecipazione, più che nel tennis per dire. Nel tiro dinamico prima di cominciare vengono spiegate le regole e viene fatto provare il percorso, ci si consiglia a vicenda. Se chi tira sa farsi rispettare viene subito percepito come atleta, uomo o donna che sia.

Armi come attrezzo sportivo, armi come supporto psicologico, armi come concreto strumento di difesa. Non è facile approcciarsi a questo argomento, si rischia sempre l’arrocco, la difesa aprioristica della posizione già assunta, senza che venga effettivamente presa in considerazione l’opinione altrui. Sicuramente vale la pena spenderci del tempo, provare a capire cosa sta succedendo e perché, magari con il supporto di qualche dato – che per ora, in Italia, tarda ad arrivare.