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Psicoterapia a fumetti: “Couch Fiction” di Philippa Perry

Se leggete Internazionale, il nome di Philippa Perry dovrebbe suonarvi quantomeno familiare. Sul sito del settimanale in edicola il venerdì, è comparsa infatti da qualche mese una videorubrica intitolata Pronto, puoi aiutarmi?, in cui la psicoterapeuta inglese risponde alle richieste di aiuto di persone che mantenendo l’anonimato le raccontano in una breve telefonata un loro problema personale.

Per metà animati, i video sono comparsi originariamente sul Guardian nel 2015 (con cui Perry collabora anche come autrice), da sempre attento ad offrire ai propri lettori aiuto in ambito psicologico: i numeri di pronto aiuto, scritti in calce ad articoli che affrontano tematiche legate alla salute mentale, sono solo un esempio di questa sensibilità.

I video durano pochi minuti, ma sono sufficienti per 1) far sentire meno disorientata la persona che ha telefonato, 2) infonderle coraggio per reagire, 3) convincere una scettica spettatrice che la psicoterapia è davvero, come suggerisce l’etimologia, una cura dell’anima di cui potremmo aver bisogno in molti.

Nel suo graphic novel uscito nel 2010 per Palgrave Macmillian, Couch Fiction, A Graphic Tale of Psychotherapy (edito in Italia da Codice), Philippa Perry porta questo potenziale persuasivo alle stelle. Scrive infatti un’opera a fumetti in cui demistifica i tecnicismi della pratica terapeutica e la rende accessibile a un ampio pubblico, non solo di studiosi e suoi pari, ma anche di curiosi.

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Illustrato dalla sua amica Junko Graat, ex product designer giapponese che a Londra ha ricominciato una vita come studiosa di orticultura, Couch Fiction racconta un case study di Pat Philips, psicoterapeuta “non perfetta” di circa cinquant’anni. Il suo paziente è James Clarkson Smith, un ambizioso avvocato sui trent’anni che le confesserà di essere un cleptomane e voler smettere con quest’abitudine (all’apparenza immotivata) che ritiene dannosa per la sua reputazione.

Perché, però, un fumetto? Philippa Perry ha sempre amato questo genere sin da quando era bambina e faceva i conti con la sua dislessia: leggere fumetti l’ha aiutata a capire il vero significato delle parole; amava Asterix e crescendo si è appassionata a Harvey Pekar. Il fumetto le ha dato la possibilità di mostrare contemporaneamente cosa succede dentro e fuori i suoi protagonisti (che per una storia sulla psicoterapia è direi l’ideale). L’ispirazione per i case studies deriva invece dalla sua ammirazione per la psicoterapeuta e autrice Susie Orbach.

Il libro (dedicato al marito, l’artista Grayson Perry e alla loro figlia, Flo) mostra cosa succede durante le oltre quaranta sessioni di terapia, dove l’origine dell’impulso a rubare viene ben presto sviscerato, e l’analisi prosegue approfondendo il carattere di James e i suoi reali bisogni. Come rileva nella postfazione Andrew Samuels, professore di psicologia analitica all’università dell’Essex, “in un tentativo unico e creativo” Perry chiarisce “a se stessa e a noi cosa sia realmente la pratica della terapia”.

L’unicità e la creatività dell’autrice risiede soprattutto nella presenza di didascalie sottostanti le vignette, dove la voce narrante analizza gli scambi tra i due protagonisti, e dove si trovano di fatto le spiegazioni teoriche di ciò che sta avvenendo nel racconto. Perry le chiama “note” e ci fa sapere che se siamo interessati a sapere di più su quello che “vediamo” possiamo leggerle, altrimenti possiamo anche non considerarle e proseguire badando solo alla storia disegnata.

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Se non leggessimo le note, però, ci perderemmo gran parte della bellezza del libro. Nella prima vignetta, ad esempio, vediamo Pat seduta nel suo studio, china alla scrivania, che dopo aver intravisto dalla finestra il nuovo cliente che sta arrivando, prova a ricordare la telefonata durante la quale aveva fissato appuntamento. Mentre ricorda il nome del paziente, ricorda anche il tono snob e sicuro di sé che aveva; stupisce il fatto che Pat mostri di avere già “inquadrato” la persona. Non dovrebbe evitare di giudicare prima di averlo conosciuto?

La nota spiega: “Alcune scuole di psicoterapia suggeriscono che prima di una sessione, il terapeuta debba liberarsi dei propri preconcetti per mantenere quell’apertura mentale necessaria per cogliere tutte le sfumature dell’incontro. Secondo lo psicanalista Wilfred Bion, il terapeuta deve dare la priorità a percezione e attenzione piuttosto che a memoria e conoscenza, e questo come base del proprio approccio lavorativo. Tale posizione è condivisa dai terapeuti più esperti (ogni tanto più per demenza che per una rigida obbedienza alla teoria). La terapeuta in questa storia non segue questa teoria alla lettera. Non è una terapeuta perfetta e dunque non funziona così”.

Senza la nota, non avremmo la possibilità di cogliere le sfumature del carattere di Pat né tantomeno di considerarla da un punto di vista “umano”, finiremmo col concentrarci su James. Ciò che questo libro ci aiuta a fare, è imparare cosa sia la terapia sia per il paziente che per il professionista che la offre. Pat non è perfetta, commetterà errori di valutazione durante la storia, ma la sua forza (e professionalità) starà nel saper correggere il tiro e trovare comunque un modo appropriato ed efficace per aiutare James.

Durante un’intervista, in cui le è stato detto che il personaggio di Pat è stato particolarmente apprezzato poiché imperfetto, Philippa Perry ha detto “Mi chiedo se non abbiamo un bisogno innato di trovare qualcuno che sia perfetto… La gente tende a cercare la perfezione negli altri, che si tratti di un medico, di un’insegnante o una terapeuta… Quando scopriamo che l’altra persona non è perfetta, è un momento molto felice. Vivere con l’illusione, con la fantasia, non è divertente come il vero e reale contatto. Arrivare più vicina alla verità è da sempre il mio scopo, perché è più piacevole di vivere in un mondo delle fate. È una ricerca continua.”

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Altre volte nelle note si può trovare una spiegazione del perché la terapeuta pone certe domande: quando James dice che ha provato a smettere di rubare, ma senza risultati, Pat domanda cosa succede quando ci prova; lo fa perché (ci dice la nota) in molti casi chi si rivolge ad una terapeuta lo fa come ultima spiaggia, dopo aver provato varie strade per risolvere il proprio problema, e Pat non vuole suggerire al suo paziente qualcosa che lui abbia già sperimentato.

Una sessione di terapia dunque si svolge come un dialogo tra due persone sedute una di fronte all’altra. Sembrerebbe una normale conversazione, dall’esterno, ma Perry è ben attenta a sottolineare le differenze. Nonostante si crei sintonia tra terapeuta e paziente, la prima deve sempre ricordarsi di mantenere dei confini, mitigando i suoi stessi sentimenti qualora provino ad emergere (non può per esempio, lasciarsi andare all’ira se il paziente le risponde male, deve capire perché le sta rispondendo così).

Il tema di fondo di questo viaggio lungo 150 pagine è quello dell’interruzione del contatto. Prima di intitolarlo Couch Fiction infatti, era proprio Interruptions of Contact il nome cui Philippa Perry aveva pensato (è stato il suo editore a farglielo cambiare, dato che risultava poco immediato e più simile a coitus interruptus).

Per “interruzione del contatto” s’intende l’abitudine ad evitare di relazionarsi con altri o ad esprimere i propri sentimenti: tutto questo, nelle parole di Perry, è di solito dovuto al modo in cui, da bambini, ci siamo adattati ad un ambiente difficile chiudendoci; questa “chiusura” ci ha permesso di sopravvivere e fiorire, ma quando quelle condizioni di difficoltà sono cambiate, si è trasformata in una condanna. Siamo rimasti legati alle vecchie abitudini, anche se non sono la cosa migliore per noi. In sintesi: sì, cambiare è difficile.

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Philippa Perry

Couch Fiction è stato molto applaudito dai colleghi di Perry, che ne hanno esaltato lo spirito e insieme il valore accademico. Oggi lo si può trovare in mezzo ai libri di psicologia più che nel reparto fumetti delle librerie.


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