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In prigione senza passare dal via: “Bitch Planet” ...

In prigione senza passare dal via: “Bitch Planet” di DeConnick & De Landro

Se c’è una cosa che Kelly Sue DeConnick ama, oltre al fumetto, questa è il cinema.
Nei lavori della fumettista di Portland, infatti, non è inusuale trovare riferimenti alle pellicole che hanno segnato la sua giovinezza e che, in parte, continuano a costituire il suo personale pantheon delle imperdibili. È evidente nella serie Pretty Deadly, (iniziata nell’ottobre del 2013 e tuttora in corso) che prende spunto dai lavori di Sergio Leone nell’ambientazione western e nella presenza di una protagonista taciturna, armata di pistola e in cerca vendetta in un paesaggio polveroso, e che poi assume tinte decisamente più oscure e violente secondo lo stile tipico della pinky violence giapponese degli anni Settanta. Ed è evidente anche nel suo ultimo lavoro, Bitch Planet.

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Kam in azione

Definita come la serie a fumetti in cui “Margaret Atwood incontra Inglourious Basterds, Bitch Planet (iniziata alla fine del 2014, pubblicata in Italia da Bao Publishing) è ambientata in un futuro distopico dove le donne che non si comportano come dovrebbero vengono spedite in una colonia penale che si trova su un altro pianeta, e lì costrette a subire violenze psicologiche e fisiche. Non senza che questo faccia montare in loro una rabbia smisurata.

Per DeConnick, che ha sempre apprezzato i film di exploitation degli anni Settanta e Ottanta, soprattutto nel filone Women In Prison, la sfida consisteva nel rifarsi ai suoi titoli preferiti (Le sensitive, Femmine in gabbia, Switchblade Sisters, Female Prisoner 701: Scorpion, L’isola dei dannati…), senza però trovarsi catapultata dall’altra parte della barricata, il lato dell’oppressore. Nelle sue parole:

C’è un modo per dare libertà a queste donne? C’è un modo per me, di usare questo sfruttamento senza diventare sfruttatrice?

[Voglio] capire perché mi piacciono queste cose. Esiste un modo per abbracciare ciò che mi piace e liberarmi di ciò che invece non apprezzo?

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DeConnick descrive (mentre Valentine De Landro disegna) una società basata su “ordine, giustizia, struttura” facente capo ai Padri, ricchi uomini che detengono il potere e decidono cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è lecito e cosa non lo è. Letteralmente, il patriarcato.

In questo mondo le donne sono costrette a seguire delle rigide regole di comportamento e di pensiero. Basta poco per finire sull’Avamposto Detentivo Ausiliare, nome che il Bureau ha scelto per definire la prigione femminile (più ironicamente nota come la Bitch Planet del titolo), ma “poco” significa che basta anche solo essere se stesse per essere arrestate. Troppo espansive? Troppo timide? Troppo grasse? Troppo magre? Troppo lesbiche? Troppo sexy? Troppo qualcos’altro? Siete N.C. (Non-Compliant, Non Compiacenti) e siete in arresto, salutate tutti che adesso vi imbarcano.

È una satira feroce. Riguarda il mio rapporto di amore e odio nei confronti del cinema di exploitation. Sono fiera e per nulla dispiaciuta del mio femminismo, ma questa cosa comporta sempre delle conseguenze di un certo tipo, le persone ti mettono in bocca parole che non hai mai detto, ti malinterpretano (…) Penso che ci sia una parte di me piena di energia che ha finalmente deciso di dire “Vuoi vedere una femminista incazzata? Oh, te la farò vedere”.

L’etichetta N.C. è paradossalmente l’elemento meno surreale dell’intera storia. Facendo un piccolo sforzo è facile ripescare dai propri ricordi un momento in cui non si è state conformi alle aspettative di chi comanda. A me basta chiudere gli occhi per ricordare quante volte non sono stata abbastanza elegante al lavoro, o abbastanza calma durante una discussione. Non è un caso che negli Stati Uniti i tatuaggi ispirati al marchio delle detenute siano un fenomeno in ascesa. Queste lettrici (e lettori) stanno dicendo una cosa molto precisa, tatuandosi: “non ti aiuterò a degradarmi e deumanizzarmi, non chiederò scusa per ciò che sono”.

Come ha brillantemente rilevato l’autore di Chase, Dan Curtis Johnson, il tatuaggio non celebra qualcosa che sta nel libro, ma è il libro celebra qualcosa di noi, il tatuaggio serve a ricordarlo.

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Da lettera scarlatta a distintivo di orgoglio. Credits: Themarysue.com

Bitch Planet dunque funziona come una sorta di enorme tappeto sotto il quale il Concilio dei Padri nasconde tutto ciò che a loro dire mina il quieto vivere della società che hanno creato. Ma il risultato di quest’epurazione non è godibile, genera noia (e cali di ascolti) e per ovviare al tedio e al basso engagement la soluzione pare essere lo sport. Dopotutto “rafforza il carattere, gli antichi greci credevano che la predisposizione atletica fosse sintomo di rettitudine morale” (poco importa se “pensavano anche che i loro dei vivessero su una montagna e che i problemi venissero causati da nanetti con cazzi di cavallo e flauti traversi”, come puntualizza una delle detenute protagoniste, Kamau “Kam” Kogo).

Kam, ex atleta con un passato misterioso, viene accusata ingiustamente di omicidio all’interno della prigione e ricattata dalle alte sfere perché metta insieme una squadra di prigioniere che possa partecipare a un torneo di Megaton (o Duemila) – un discendente del calcio fiorentino, sport molto fisico dove il contatto tra giocatori è non solo consentito ma incoraggiato “fintanto che sia uno contro uno”. Gli avversari: le guardie carcerarie. Dapprima reticente, Kam accetterà l’incarico, ma assieme alle compagne di squadra programmerà la sua vendetta.

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Nel lavoro (che, va ricordato, è ancora in corso) di DeConnick e De Landro, le “donne in prigione” trovano riscatto, con una straordinaria trasformazione.
Nel terzo capitolo, interamente dedicato alla detenuta Penelope “Penny” Rolle, scopriamo che la sua presenza sul pianeta è dovuta a obesità smodata, offese estetiche e aggressione. In una sequenza, inframezzata da flashback sulla vita della prigioniera (secondo un meccanismo visto in Orange Is The New Black), i Padri provano a correggere i primi due capi d’accusa della ragazza collegando il suo cervello a un monitor su cui dovrebbe apparire il suo “aspetto ideale”: indignati da ciò che rappresenta, vogliono indurla a cambiare mostrandole che può esistere un’altra Penny. Quello che ottengono sullo schermo è però la medesima, fiera, Penny che hanno di fronte: lei infatti non vuole essere diversa, è già la versione ideale di se stessa.

Anche l’obbligatoria scena della doccia, imprescindibile nei film di exploitation ambientati in prigione, è presente nel capitolo successivo, ma viene strutturata in modo tale da spostare l’attenzione dai corpi nudi delle prigioniere al peep hole dell’inserviente guardone: la vignetta che ritrae questo foro si allarga sempre di più fino a quando perdiamo di vista le ragazze che si lavano, innegabilmente sensuali, e siamo concentrate sull’intruso.

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Le donne di colore hanno fino a tre volte la probabilità di finire in prigione, rispetto alle donne bianche. Conscia di questo dato, DeConnick (che si dichiara femminista intersezionale e che in passato si è pubblicamente scusata per non aver saputo rappresentare verosimilmente la diversità nei suoi primi lavori) procede con molta cautela, realizzando un’opera corale con moltissimi personaggi femminili, tutti diversi nella loro fisicità ed appartenenza etnica. Cris Peters, che si è occupato della colorazione ha inoltre dichiarato: “Nel nostro libro non c’è un unico [tipo di] nero, ma nemmeno un unico [tipo di] bianco”.

Il tema dell’oppressione è rimarcato dalle pagine pubblicitarie che chiudono ciascun capitolo. Progettate da Rian Hughes, riproducono con un’estetica vintage messaggi stilizzati come “Let Us Change Your Personality! (At Least Your Signature!)” per cambiare nome con pochi spiccioli, “Your Vagina Is Disgusting” ad incentivare l’uso di profumi intimi o “What’s Wrong With You?” per pillole Agreenex, che ti faranno sempre annuire e dare un taglio alle lamentele di coppia. Se non fosse abbastanza chiaro il messaggio del fumetto, ci pensano queste mini réclame a ricordare a chi sta leggendo che le donne sono sottoposte al giudizio altrui (e costrette a dubitare di se stesse) ogni giorno, continuamente.

È un libro “very adult” come l’ha definito Kelly Sue DeConnick. Il potere è in mano a pochi, che ne abusano, la violenza e il sangue vengono presentate senza filtri, la morte vista da ogni possibile angolazione. Vi metterà a disagio, vi farà infuriare (ma anche ridere). Merita decisamente di essere letto e la prossima uscita preordinata.

La serie, pubblicata da Image Comics, negli Stati Uniti è appena arrivata al settimo numero. In Italia Bao Publishing ha per ora pubblicato un volume che raccoglie le prime cinque uscite (stessa storia per Pretty Deadly, di cui la scorsa estate è uscito sempre per Bao il primo volume-raccolta).

team

DeConnick e De Landro. BADASS!


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