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L’ossessione per il successo ci sta distrugg...

L’ossessione per il successo ci sta distruggendo?

Il 15 aprile 2012 andava in onda su HBO il pilot di Girls. Nella scena di apertura il suo personaggio, Hannah (interpretato dall’autrice della serie Lena Dunham), è a cena con i genitori in un ristorante prestigioso di New York quando questi le annunciano in modo piuttosto brusco che smetteranno di sostenerla economicamente.

Hannah, che svolge un’internship non pagata presso una casa editrice da circa un anno, non riesce ad accettare il drastico cambio di direzione che la sua vita sta per prendere e cerca di persuaderli a cambiare idea cercando di far capire loro che lei è ad un passo, un piccolo passo, dal raggiungere la vita che ha sempre desiderato e che i genitori hanno sempre voluto per lei.

Molte persone con cui ho parlato di questa serie tv detestano Girls. Ritrarre millennials viziati bianchi alla ricerca della felicità e del successo economico e sociale è in effetti un’operazione azzardata. I personaggi danno spesso fastidio, prendono decisioni irrazionali, sbattono la testa contro la realtà, sono egocentrici, meschini, depressi, bugiardi, autodistruttivi.

Ciò che accomuna e tormenta ogni singolo personaggio rappresentato è il tremendo scollamento tra la vita che stanno vivendo e quella ideale che pensavano avrebbero raggiunto alla loro età – i loro fallimenti paragonati ai successi di alcuni loro coetanei, il limbo di ragazzi in gamba ma non abbastanza.

Una scena del pilot di Girls

Apprezzo Girls per diversi motivi. Uno dei principali è che si tratta di un prodotto televisivo americano che riesce a mettere in discussione in maniera ironica, autocritica e a tratti tragica l’ossessione collettiva per il successo, e in particolare la nozione distorta di successo e realizzazione che spesso ingurgitiamo acriticamente, proposta da tante scuole, famiglie, istituzioni e media di ogni tipo.

Se c’è qualcosa su cui Hollywood tende a romanticizzare le proprie narrazioni (forse ancor più della coppia eterosessuale bianca e di bell’aspetto felice e contenta) è il raggiungimento della vita dei propri sogni, anche dal punto di vista professionale.

Si tratta della cosiddetta self-entrepreneurship: farcela con le proprie mani, scrivere e disegnare a propria discrezione il proprio destino, il proprio futuro lavorativo e sociale. Scappare dalla mediocrità della vita di tutti i giorni, con un’idea, un’invenzione, un colpo di scena, un lavoro prestigioso. Essere o quantomeno diventare, speciali.

Il successo ci darà in mano le chiavi della felicità? È il codice segreto di una cassaforte cui attingere una vita da sogno, sorridente, soddisfacente, ricca di esperienze?  Ma soprattutto: come mai il successo narrato e inseguito da molti spesso equivale a raggiungere il lavoro dei sogni, senza considerare la nostra salute fisica e mentale, il nostro benessere, la costruzione di relazioni significative?

Il lavoro dei sogni, che sia quello della scrittrice come nel caso di Hannah in Girls o un altro mestiere in qualsivoglia settore, viene spesso deciso arbitrariamente ancora prima di mettere materialmente piede nella realtà, ancora prima di capire se fa veramente per noi. Spesso ad influenzarci nella scelta sono proprio prodotti pop (film, serie tv), storie di successo raccontate tramite articoli, documentari, video, post su blog e social di persone a cui sembra che la vita stia andando particolarmente bene.

SoftRevolutiona ottobre 2016

Illustrazione di Ilaria Pollonini

Tutte le vite viste dall’esterno possono sembrare più belle e più intense della nostra. Il problema scaturisce dal fatto che tante persone in gamba finiscono per vivere un senso di inferiorità dovuto ad un costante paragone con narrazioni (a volte di pura finzione come nel caso di film e serie tv) di vite altrui che lasciano fuori fuoco le sofferenze, gli errori, ciò che non sta funzionando.

Siamo circondati da narrazioni che mettono nelle mani del singolo individuo le chiavi della salvezza o della dannazione del proprio futuro, del proprio destino, della propria felicità, che non danno mai peso abbastanza alla salute mentale. Dipende da te, puoi farcela. Visto da un’altra angolazione, questo significa anche: se non funzionerà, sarà stata solo colpa tua.

Raggiungere una posizione importante in questi contesti richiede un investimento considerevole di tempo, soldi, risorse, attenzione, continua formazione. Non raggiungere il proprio obiettivo finale, viste quante energie spendiamo ogni giorno per “farcela”, può suonare in questo senso come un fallimento tremendo.

Tutto un formidabile arsenale di prodotti/corsi/libri/app/siti/imprese dedicate all’automiglioramento è inarrestabile e vuole convincerci che esistono ricette perfette per diventare più sani, più produttivi e dunque più felici. Non sono il male assoluto, anzi. App come Fabulous (sviluppata presso il Duke’s Behavioral Economics Lab) possono essere molto utili a cambiare le proprie routine quotidiane e ad impegnarsi ad avere abitudini più salutari.

Libri come Six Pillars of Self-Esteem (in Italia si trova col titolo Sei pilastri dell’autostima) possono essere dei toccasana per persone che non credono più in se stesse o non sanno che farsene della loro vita. Sia l’app che il libro sono a mio parere due ottimi prodotti che consiglierei, ma non è detto che funzionino per tutti. Per alcuni funzionerà di più la psicoterapia, per alcuni lo sport, per altri mettersi a dieta, per altri ancora ricominciare a studiare (o un mix di questi comportamenti). Per altri nulla funzionerà perché ci saranno condizioni sfavorevoli indipendenti dalla propria volontà.

Anche il cosiddetto “femminismo pop” ha fatto suoi molti messaggi inspirational, utili a vendere magliette, giornali, gadget di ogni tipo, cosmetici. Questo è così diffuso che che alcune persone credono che essere femministe significhi essere donne badass, che ce la fanno sempre, che otterranno quella promozione, che guadagneranno sempre di più.

Incoraggiare le donne ad essere ambiziose e non farsi abbattere dalle avversità è positivo in società dove le persone di genere femminile non avevano possibilità di fare carriera fino a pochi decenni fa. Detto questo, condizioni strutturali, gender pay gap, discriminazioni sul posto di lavoro, necessità personali, fisiche o mentali, intersezioni con classe, razza, istruzione e altri fattori, potrebbero determinare un nostro mancato successo. Potremmo dover fare un passo indietro e non c’è celebrity femminista super inspirational che tenga: a volte succede. E non ci dovremmo sentire in colpa, o meno femministe, se succede. 

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I consigli da parte di familiari o professori, a volte basati su preconcetti risalenti a generazioni completamente diverse dalla nostra e generalmente meno istruite della nostra, possono avere un peso molto forte nelle decisioni che prenderemo sul nostro futuro. Spesso tanti loro consigli, dati in buona fede, provengono da un generico “sentito dire”, da amici, tv, Internet, o da esperienze personali che non trovano più un riscontro nella società attuale.

Una delle mie nonne, dalla sua piccola cucina dove ha cucinato pasti e pulito pavimenti e guardato la tv tutti i giorni a tutte le ore negli ultimi cinquant’anni, ha gli occhi luminosi quando le parlo di esperienze che sto intraprendendo o che si sono da poco concluse. Mi incoraggia a colpi di “brava, fa curriculum”, “mettilo nel cv mi raccomando”. Mi fa sentire speciale. Unica, bravissima. Vuole il mio bene e il mio bene, per una persona che è nata povera e si è guadagnata un miglior status sociale nel tempo, vuol dire sicurezza economica, vuol dire stabilità e vuol dire raggiungere gli obiettivi su cui mi ha sentito blaterare per gli ultimi otto anni della mia vita. Per non parlare del contrasto tra la mia vita e quella delle persone che lei conosce e ha frequentato: tutto delle nostre esistenze iperconnesse e globalizzate può sembrare incredibile se visto dagli occhi di chi non si muove dal proprio paese di provincia da decenni.

Come mia nonna idealizza la mia vita, tante persone più o meno della mia età (ho 26 anni) idealizzano le vite di persone molto lontane dal proprio contesto e dalle proprie condizioni. Persone intelligentissime che si sentono inferiori o fallite perché si sono trasferite solo in un’altra città europea, persone bravissime a fare quello che fanno esaurite all’idea di non essere le migliori, di non poter raggiungere il livello di quel tizio di cui una volta hanno letto un profilo su un giornale, persone che continuano a voler mettere un piede nel futuro ancora prima di capire come si guadagneranno da vivere nel prossimo mese. Io mi sento di una di queste persone.

Quello che non ho ancora detto sulla mia passione per Girls è che anche io ho deciso tanto tempo fa che avrei voluto scrivere, nella vita. L’ho deciso guardando Gilmore Girls, incontrando giornalisti prestigiosi presso la mia scuola o nelle loro redazioni, andando al Festival del Giornalismo, leggendo miriadi di articoli ogni giorno. Sono cresciuta figlia unica, in una famiglia dove solo un’altra persona si è laureata prima di me, dove tutti vivono in paese, dove ogni cosa che imparavo a fare era speciale.

Sei bravissima.

Hai mai pensato di fare questo di lavoro?

Crescendo e mettendo piede nel mondo reale, con un affitto da pagare e le spalle meno coperte di prima, ho snobbato tante opportunità e vissuto tante esperienze con un chiodo fisso in testa. Devo scrivere. Voglio scrivere. Voglio diventare una giornalista. Devo diventare la migliore. Devo diventare brava almeno tanto quanto quella persona.

L’ossessione per il futuro ha fatto sì che spesso perdessi belle occasioni di crescita personale nel presente e che fossi completamente slegata dal valore del fermarsi, del vivere qui e ora e capire cosa si è adesso, indipendentemente dallo script della propria vita scritto da adolescente. Suonerà come un paradosso, ma ossessionarsi su cosa si diventerà in futuro può a volte voler dire anche non sforzarsi abbastanza per cogliere occasioni di arricchimento che in futuro ci potrebbero tornare utili proprio per il fantomatico lavoro dei sogni, o semplicemente per crescere come persone.

Non ritenersi mai all’altezza delle situazioni, farsi assorbire dalla sindrome da impostore, non dare ascolto e attenzione al percorso ma soltanto all’obiettivo. E se poi, per un motivo pratico, psicologico, fisico, sociale o semplicemente perché la concorrenza è alle stelle, l’obiettivo scivola dalle mani? O se si scopre che il lavoro dei sogni ci fa stare più male che bene? Cosa resta?

Nel mio personalissimo caso, tre cose pratiche mi stanno aiutando ad uscire dal loop in cui sono cascata un bel po’ di tempo fa: rompere il mio smartphone ed entrare meno in contatto con i social network, fare meditazione e un po’ di esercizio fisico tutti i giorni, e aver finito i soldi (e tutti i problemi pratici economici e relazionali conseguenti).

Non penso di aver trovato l’elisir contro l’invidia, il confronto con gli altri e la vita ideale che ho immaginato per me a 18 anni, ma sono consapevole di cosa accadrà se mi immergerò più nelle vite altrui che nella mia. Ora so che entrare in contatto col proprio corpo è fondamentale per sentirsi vivi e non bloccati nella propria testa. Saper apprezzare quello che si è adesso. E ho avuto l’onore di ricordarmi che mentre vengo pagata poco e raramente per scrivere, ho tra le mani un altro lavoro che so fare già molto bene e che non posso continuare a rinnegare e sabotare in nome di un futuro che, a conti fatti, non è ancora qui.

In una puntata della quinta stagione di Girls, Hannah incontra una sua vecchia conoscenza, Tally (interpretata da Jenny Slate) che ha sempre invidiato per i precoci successi nel mondo dell’editoria e della letteratura. Le due trascorrono insieme una giornata movimentata e allegra e finiscono a parlare delle loro rispettive vite verso la fine dell’episodio.

Quando Hannah inizia a decantare le lodi di Tally e dei suoi successi, Tally le risponde che la sua vita è molto diversa da come appare dall’esterno. Si sente miserabile: tutti i giorni cerca il suo nome su Google, per cercare recensioni e vedersi/giudicarsi attraverso gli occhi degli altri. Non ha avuto i tanti ragazzi e amici e lavori ed esperienze contro cui invece Hannah, nella sua ossessiva ricerca del suo obiettivo finale, si è scontrata, trovando svariate possibilità per crescere, vivere, capire cose nuove.

Grandi lacrimoni mi scendono ogni volta che rivedo quella scena (qui, un po’ tagliata, a partire dal minuto 1:49). Le due ragazze si idealizzano a vicenda, è vero, ma dopo cinque stagioni trascorse ad osservare le montagne russe rocambolesche della vita di Hannah e la quantità di esperienze che grazie ad esse è riuscita a vivere, vorrei poter entrare in quel set, mettermi al fianco di Tally e dire, piano piano: rilassati. Non sta andando come pensavi, ma va bene così. Stai vivendo.

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  1. Caterina

    22 settembre

    Grazie Miriam, l’articolo giusto al momento giusto.
    Mi ritrovo completamente in quello che hai scritto: la stessa età (anche io ho 26 anni), la stessa fatica nel conciliare la realtà con quello che pensavo sarei stata/diventata a questo punto della mia vita. Io ormai ho la testa troppo piena dal troppo pensare, dal cercare di tenere insieme aspirazioni, relazioni e salute mentale. E allora probabilmente una ricetta possibile è proprio quella di cui scrivi tu: essere un po’ meno iperconnessi e riappropriarsi della propria fisicità, con un po’ di sport e di muscoi dolaranti.

  2. Mirta

    22 settembre

    Grazie per questa riflessione, è un pensiero che ho in testa da un po’, da quando dopo un’esperienza di 4 anni lontana da casa ho deciso di ritornarci ormai in preda all’esasperazione. Mi sto rassegnando al fatto di non essere speciale (come un po’ tutti mi avevano sempre fatto credere da quando ero piccola) e che sono destinata ad un’esistenza del tutto nella norma. A volte la sera scorrendo su Instagram i profili di mie coetanee che vivono la vita che – forse – avrei voluto vivere mi viene un po’ il magone ma il pensiero che “la loro vita è molto diversa da come appare dall’esterno” mi fa tirare avanti più serenamente.

  3. Valeria O.

    22 settembre

    Ho parecchi anni più di voi (39), e una storia simile solo per quanto riguarda le pressioni incrociate e spesso sbagliate. Ho iniziato a fare il lavoro dei miei sogni (la musicista) proprio quando sono riuscita a mandare mentalmente a quel paese tutta l’idealizzazione che c’è intorno a questo mestiere. Non si è trattato tanto di rinunciare, quanto di vederlo diversamente. Al conservatorio mi insegnavano che essere concertisti era una cosa eccezionale destinata a pochi eletti talenti. Io ho imparato che essere concertisti è un mestiere, che richiede costante applicazione esattamente come essere sportivi di professione. Non c’è nulla di eccezionale, o meglio, farlo o non farlo non dipende tanto da quanto è straordinario il tuo talento, ma dagli stessi elementi che regolano altre professioni.
    E’ stato faticoso. Certo che ogni tanto mi chiedo “quand’è stato l’ultimo concerto che hai dato?”, ma ho imparato a chiedermi, ancora prima “quanto sto suonando davvero e quanto regolarmente”. Tutti vorrebbero che io investissi nella mia formazione di insegnante in modo da uscire dal precariato o non rischiare -ancora peggio- di essere espulsa dalla prossima riforma, e questo è bene, insegnare musica vuol dire riempire il mondo di musica, potenzialmente, ma alla mia bella età mi rifiuto di ascoltare un’altra volta le ossessioni altrui.

  4. GIULIA

    22 settembre

    Semplicemente, grazie.

  5. SARA

    23 settembre

    Anche io mi ritrovo in una situazione simile. Ho quasi 26 anni, sarei voluta con tutte le mie forze diventare una prof di matematica, ma scagliata la TFA mi sono ritrovata con un pugno di mosche in mano. “Mi sono riciclata” a fare il programmatore informatico, certo con uno stipendio ben più alto e con un contratto da sogni, ma non è quello che volevo fare. Oppure che voglio fare? o che vorrei fare?
    Alla fine però a volte mi convinco che è meglio così. Le mie amiche insegnanti sono estremamente stressate, non hanno un momento libero, sono in preda alle riforme del governo che cambiano ogni giorno, e per giunta vanno in giro a dire che l’insegnante è il lavoro più duro del mondo e che io invece sono fortunata. Che vadano al diavolo tutti quanti. Non esiste il lavoro più duro del mondo, perchè la percezione della fatica cambia da persona a persona. Non esistono il vittimismo, che è solo una maniera di scusarsi agli occhi degli altri. Non esistono le foto di Erasmus e phd all’estero di altre mie conoscenti che suonano tanto di “poveretti voi rimasti in Italia”, che forse nascondono solo un “in Italia io non trovo nulla da fare”.
    Sapete cosa vi dico? Io spengo Facebook. Faccio la mia vita, cerco di essere felice con la mia informatica. E se mi riuscirà riproverò la prossima TFA, altrimenti pazienza. Il confronto con gli altri? Al diavolo gli altri. Che si arrangino.

  6. Giulia

    26 settembre

    Ho 30 anni e le sensazioni di cui parli le ho vissute, e in parte le vivo ancor oggi. Vivo nella profonda provincia italiana, ho sempre avuto facilità negli studi e solo all’università ho capito di non essere un genio ma di rientrare nell’aurea mediocrità. Da lì ho iniziato a ricalibrare le mie aspettative, a cambiare i miei progetti ( sono una biotecnologa, ho sempre pensato di voler fare la ricercatrice ma poi mi sono accorta di non essere abbastanza per essere quello che volevo essere) ed oggi ho raggiunto un traballante traguardo dove posso essere felice. Combatto l’invidia verso le amiche, che sembrano aver rubato e realizzato i miei sogni, ma conosco le difficoltà che vivono e so che siamo tutte nella stessa barca. Pure io ho idolatrato Rory per la sua caparbietà nel seguire le sue aspirazioni, ma una piccola parte di me spera che nelle 4 puntate di Netflix pure lei sia venuta a patti con un futuro diverso da quello sognato, ma non per questo meno bello o meno apprezzabile.

  7. G.

    26 settembre

    Cara Miriam, ti scrivo con 3-4 anni in più di percorsi tortuosi, domande, dubbi, tanti inizi, ricerche e peripezie, più soddisfazioni che fallimenti, devo dire…forse a differenza tua ho avuto il problema contrario, il non riuscire a capire qual era la strada giusta, qual era il posto dove io vorrei arrivare…
    Sono d’accordissimo con te sul non idealizzare esistenze altrui, obiettivi che ci appartengono solo in parte e che ci fanno tendere ad un’ideale di felicità che non è detto faccia per noi. Allo stesso tempo però, vivere ed essere appagate significa andare con vigore e vitalità verso la realizzazione di chi siamo. E secondo me l’essere equivale all’agire, ambire ad una vita creativa che ci spinga a mettere al mondo quello che c’è da mettere al mondo, non significa assolutamente comprare ed aderire a modelli imposti o comunque narrati dal mondo intorno a noi. Non fermarsi mai verso le direzioni a cui ci spingono i nostri desideri. Un abbraccio

  8. SARANNA

    18 ottobre

    Wow. Leggere questo articolo è stato un sollievo. Innanzi tutto perché mi identifico talmente tanto in ogni singola parola che quasi quasi l’avrei potuto scrivere io. E, a quanto pare, ben altre persone si sono riviste in questo post.E poi perché non ce la faccio più a leggere articoli su gente che ha svoltato e che come consiglio dice “dovete uscire fuori dagli schemi” e “think out of the box” e menate varie. Voglio sinceramente ringraziarvi per avermi fatto sentire meno sola! Forse, oltre a smettere di fare paragoni con gli altri, dovremmo cercare solidarietà con altre persone che vivono situazioni simili senza drammatizzare il tutto e cadere nella patetica e sterile lagna (“la mia vita fa schifo”, “sono sifgata”, “non è giusto io mi impegno e non riesco mai”, “ma quando arriva la MIA occasione?” ecc). Da un punto di vista femminista, devo dar ragione a Nancy Fraser quando dice che il femminista ci ha “tradite” perché è diventato l'”anchella del capitalismo”. Questa smania di avere successo a tutti i costi, di essere le migliori, le più brave riflette davvero la società neoliberista in cui viviamo. Ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata e lo dimostra la nostra incapacità di gioire per le felicità altrui.

  9. Miriam Goi

    18 novembre

    Ciao ragazze! Volevo ringraziarvi per i vostri commenti così lucidi e personali. Mi sono riconosciuta in tante cose che avete scritto ma ho anche trovato spunti nuovi su cui riflettere.
    Da quando ho pubblicato questo pezzo, più o meno un mese e mezzo fa, mi sono resa conto di quanti alti e bassi vivo su questo tema nonostante creda di aver raggiunto una qualche forma di stabilità.
    Appena mi espongo troppo a finzioni di vario tipo (possono essere i social, Instagram e Facebook soprattutto, ma anche serie tv e film di un certo tipo) rimango invischiata in un meccanismo più grande di me che mi fa dimenticare chi sono per un po’.
    Sono contenta però di aver scritto questo pezzo perché in ogni momento di “lontananza da me stessa” avrò questo posto seppur virtuale dove tornare e dove rileggere il mio punto di vista, ma anche i vostri bellissimi commenti. Spero come dice Saranna che si creino più spazi, situazioni e contenitori dove confrontarsi su queste cose e tenersi un po’ su vicendevolmente.
    Un abbraccio!

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