Lo scorso 13 ottobre, Michelle Obama ha preso parte ad un evento elettorale a sostegno di Hillary Clinton, a Manchester (nel New Hampshire), pronunciando quello che è stato definito “il discorso più importante di una First Lady dai tempi in cui la Clinton stessa si pronunciò alle Nazioni Unite, nel 1995”. Alcuni temi – la difesa della dignità della donna in ogni aspetto della vita e la necessità di agire e dire basta alle disuguaglianze – sono effettivamente simili, ma il discorso di Michelle Obama è particolarmente incisivo perché personale. Quasi intimo.

Per oltre dieci minuti, con la voce che vibrava per l’emozione, Michelle Obama ha espresso alla platea la sua preoccupazione per le dichiarazioni sessiste di Donald Trump (rese esplicite dal vomitevole video leakato al Washington Post in cui il magnate chiacchierava con Billy Bush e diceva di poter fare qualsiasi cosa alle donne, in virtù del suo potere). Stephen Colbert ha, scherzando, rinominato queste frasi “la El Dorado della misoginia di Trump“: l’ulteriore e più alto esempio (di cui potevamo fare a meno) di quanto il candidato repubblicano alla presidenza possa essere disgustoso e pericoloso.

Michelle Obama avrebbe potuto usare il tempo a sua disposizione per parlare solo di Hillary Clinton e di come sia a suo avviso la persona destinata a governare gli Stati Uniti per i prossimi quattro anni; l’ha fatto, ma solo nella seconda metà del suo discorso durato più di venti minuti. Prima aveva deciso di parlare di come si era sentita dopo aver visto quel video, sentito quelle parole.

9529744-michelle-obama-900-554

Avrebbe potuto rispondere a tono alle sue uscite, fargli il verso e offenderlo. Sarebbe stato persino comprensibile, ma non avrebbe risolto nulla. Invece, forte del suo motto Quando loro scendono in basso, noi voliamo alto, ha espresso con contegno e un linguaggio estremamente chiaro e simpatetico la sua condanna a questo tipo di comportamenti, e solidarietà per il dolore che “soprattutto le donne” provano in questi casi, quando bisogna tenere la testa alta per non affogare nell’oceano di violenza, abusi, prevaricazioni e mancanza di rispetto. “Pensavamo fosse storia vecchia, vero? Ma eccoci, nel 2016, a sentire le stesse identiche cose ogni giorno”.

Le donne (“noi donne”), ha detto Michelle Obama, cercano di mantenere la calma, di “non dare l’impressione che queste cose le infastidiscano”, perché se mostrassero di provare fastidio sembrerebbero deboli. Ma sappiamo bene che dietro quella calma si nascondono sentimenti incandescenti.

Il cuore del suo discorso, che l’ha reso incredibilmente efficace poiché trascendente il mero discorso elettorale è che, non importa lo schieramento politico cui ci sentiamo più affini, “nessuna donna dovrebbe essere trattata in questo modo”, “nessuna di noi merita questo tipo di abuso”.

Come ha osservato Errol Louis, commentatore politico della CNN, il discorso arriva a distanza di 25 anni da quello di un’altra grande avvocatessa di colore americana, Anita Hill. Nel 1991, Hill denunciò Clarence Thomas, con cui lavorava assieme alla Commissione per le Pari Opportunità, per molestie sessuali: si pronunciò di fronte a una giuria di soli maschi, bianchi, in un momento cruciale per la carriera dello stesso Thomas, che stava per essere nominato come giudice della Corte Suprema. Le sue istanze vennero accolte con scetticismo e durezza; lei “sopportò con grazia l’intera traversia… e Thomas venne confermato. La nazione però non fu più la stessa”.

schermata-10-2457688-alle-12-22-05

Anita Hill durante l’udienza

Dopo la sua testimonianza, molte più donne riuscirono a farsi avanti e denunciare gli abusi di cui erano vittime. Hill ancora oggi non si pente della sua testimonianza (anche se la moglie di Thomas le ha chiesto di porgere scuse). Louis ipotizza che allo stesso modo, anche il discorso di Michelle Obama possa ispirare altre donne a far sentire la propria voce e ad agire, o come direbbe lei stessa a “rimboccarsi le maniche e fare quello che abbiamo sempre fatto, metterci al lavoro”. Perché arriva un momento in cui il punto di non ritorno è raggiunto e bisogna dire basta.

La nostra pazienza ha un limite, un limite che non è uguale per tutt* ma che proveremo a sviscerare durante questo mese, parlando di maternità (italiana) e spettro del multitasking, di identità e relazioni di coppia, senza dimenticare la manifestazione nazionale contro la violenza di genere del 26 e 27 novembre e i nostri prediletti prodotti culturali come documentari e libri, perché l’educazione e l’informazione vengono prima di tutto (e sono le uniche cose che possono rendere il dibattito costruttivo per la collettività).