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Poco prima di iniziare a scrivere questo pezzo, mi sono imbattuta in questa frase, condivisa da un mio contatto su Facebook. L’ho vista sul telefono, dopo aver scorso decine di altri aggiornamenti, aver aperto altre app, schede, articoli, link. Attualmente sul browser che sto utilizzando ho 17 schede diverse aperte e sono in attesa di fare una chiamata di lavoro su Skype. Il mio tavolo di lavoro è ricoperto di quaderni, penne, foglietti. Di fianco a me giacciono due pacchetti vuoti di cracker che ho mangiato mentre mi preparavo per la chiamata, senza scollarmi dallo schermo.

Qualcuno direbbe che sono una persona col dono del multitasking, che sono “smart”. Altri direbbero che è sempre così, le donne sanno fare mille cose contemporaneamente, complimenti vivissimi. Io direi che sono incasinata, che mi viene difficile fare una cosa per volta e che tutto questo non fa bene a me e probabilmente a nessuno. Ok, una cosa per volta.

 

Cos’è il multitasking

Mettere in atto il multitasking significa fare più cose contemporaneamente, gestire più “task” per volta. Nonostante faccia ampiamente parte di un gergo molto usato nei posti di lavoro dove si usano più inglesismi che congiuntivi, il multitasking può prendere le forme più svariate.

Può farvi mescolare l’acqua della pasta con una mano mentre con l’altra accarezzate il gatto e la voce di vostra madre esce dirompente dal vostro smartphone in modalità vivavoce. Può farvi mangiare in piedi, mentre camminate, mentre leggete, mentre guardate una serie tv. Può farvi aprire tante schede diverse del browser sul vostro computer, che spesso rimarranno aperte per giorni, settimane, mesi.

Spesso queste azioni sono dettate da un’oggettiva mancanza di tempo: manca poco alla partenza di un treno, la pausa tra una lezione e un’altra è di pochi minuti, abbiamo mezz’ora per mangiare e non ci siamo ancora messi d’accordo con la persona che incontreremo appena dopo cena. Fare più cose simultaneamente può davvero essere l’unica strada percorribile in alcune situazioni e la tecnologia ci aiuta a portare a termine più task in meno tempo possibile.

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Illustrazione di Stefania Arcieri

 

Dove sta il problema?

Negli ultimi quattro anni ho lavorato prima in un ufficio e poi da casa, occupandomi in particolare di social media, blogging e comunicazione. Quando trascorrevo otto ore al giorno in ufficio, anche se lamentarmi della mole di lavoro era l’unico sport che praticavo, la verità è che non ero sempre piena di cose da fare. Anzi. Quando sapevo di non avere scadenze urgenti, ero capace di leggere articoli interessanti scovati online per un’ora e più di fila, saltando da una scheda all’altra, rispondendo ai colleghi su Skype, chattando su Facebook e cliccando sull’icona della mail ad ogni singola notifica.

In termini economici e aziendali, il mio capo avrebbe potuto farmi lavorare la metà del tempo e pagarmi meno e io sarei probabilmente riuscita a portare a casa gli stessi risultati, con meno distrazioni e più tempo libero. In termini personali, ho fatto un danno al mio cervello.

Secondo diversi studi realizzati e pubblicati negli ultimi anni, il multitasking non ci aprirà la strada verso una carriera migliore, anche se saremo convinti di fare un’ottima figura quando dimostreremo di saper fare tante cose in poco tempo, non farà bene alle casse dei nostri datori di lavoro, perché avremo buttato via enormi moli di ore pagate che avremmo potuto sfruttare per formazione, ricerca o messa in pratica di altre attività redditizie per il nostro lavoro.

Ma soprattutto, non concentrandoci a lungo su un unico tema e un’unica attività, saremo sempre più frustrati e meno in grado di produrre ottimi ragionamenti e contenuti, perennemente distratti dalle mille caselle del browser del nostro cervello che sentiamo di non aver ancora del tutto chiuso.

Cal Newport, un docente di Computer Science di Georgetown, sostiene che i risultati migliori si ottengono “limitando al massimo l’attenzione residua, quella sorta di strascico che ci lasciamo alle spalle ogni volta che saltiamo da un task all’altro senza di fatto averlo approfondito. Più se ne accumula, come nella tubatura otturata di un rubinetto, meno acqua uscirà successivamente. Cioè saremo meno in grado di sfoderare un’ottima performance. Alcuni studi parlano proprio di quoziente intellettivo in caduta libera”. Earl Miller del MIT sostiene che il nostro cervello non è cablato bene per il multitasking; uno studio dell’università del Sussex dimostra che ci sarebbero danni seri al cervello, soprattutto per le donne.

Non sono una scienziata né una ricercatrice, ma mettendo assieme i pezzi di alcuni accadimenti degli ultimi anni, parlando con amici e parenti, leggendo un po’ di articoli sull’argomento, mi sono resa conto di quanto sia difficile per molte persone fare una cosa per volta. Iniziare e finire un’attività senza che ci siano interruzioni, anche involontarie: una notifica di WhatsApp imprevista, l’idea da un milione di dollari che viene in mente sotto la doccia, la voglia irrefrenabile di raccontare un aneddoto ad una persona che sta nell’altra stanza, il telefono che squilla, il timore che se non leggiamo un articolo mentre stiamo pranzando ci dimenticheremo di quel contenuto per sempre.

 

Come se ne esce (o almeno ci si può provare)

Sto scrivendo questo articolo sul computer e il mio telefono mi ha appena fatto sapere che ho ricevuto una mail, con una notifica molto rumorosa. D’istinto ho sbloccato lo schermo, poi l’ho fissato per un paio di secondi, ho tolto la suoneria e ho continuato a scrivere.

Zadie Smith, che di mestiere scrive romanzi, usa un telefono vecchio per evitare di essere continuamente esposta a news, notifiche, aggiornamenti che la distrarrebbero dai suoi personaggi e dalle storie che sta costruendo. Dice che è molto buffo litigare con suo marito via sms. Anche chi di mestiere non scrive romanzi potrebbe prendere ispirazione da questa soluzione, per quanto estrema.

La nostra mente è spesso come un appartamento disordinato. In una casa sottosopra, molte persone non sanno dove trovare un oggetto che avevano tra le mani fino a due minuti prima, lo sporco le può distrarre e innervosire, i titoli di libri e giornali sparsi per casa forniscono costanti stimoli mentali che poi non è sempre possibile risolvere né soddisfare in tempi brevi. La visione dei piatti sporchi da lavare accumulati può farle sentire in colpa, stanche, perseguitate dalle cose da fare.

Non è un caso se Laura Benko, autrice di The Holistic Home, inizia il suo libro dedicato al migliorare l’equilibrio all’interno dell’ambiente domestico partendo dalla mente dei suoi clienti e tracciando una linea che collega i panni sporchi e pile di vecchi giornali a montagne di insicurezza, task irrisolti, mancanza di autostima, cinismo, indecisione, paura per il futuro o incapacità di lasciar andare il passato.

Vivere il presente è difficile. Fare una cosa per volta, in un mondo così ricco di stimoli, informazioni, alternative e opportunità, può sembrare riduttivo, può ricordarci che anche se sogniamo di girare il mondo o scrivere un romanzo o trasferirci in una nuova casa o semplicemente bere una birra con gli amici, abbiamo bisogno di affrontare una buona dose di lavoro/noia/doveri per cercare di ottenere i risultati che vorremmo.

Sicuramente è utile imparare a riconoscere i propri limiti: se sappiamo che tendiamo ad arrivare in aeroporto/stazione/ufficio tardi, sarebbe opportuno iniziare a muoversi un po’ in anticipo, accettando che annoiarsi prima di una partenza o una giornata di lavoro è sempre meglio che iniziare col fiatone. Se prendiamo tra le mani il telefono appena squilla o si illumina, ogni tanto potrebbe essere opportuno togliere la suoneria, lasciarlo in un’altra stanza, spegnerlo, “nasconderlo”.

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Illustrazione di Stefania Arcieri

Personalmente, come ho già accennato qui su Soft Revolution, la creazione di una routine quotidiana mi ha aiutata a dare più struttura alla mia giornata. Tramite l’app Fabulous, ho creato una lista di cose da fare tutti i giorni (tra cui bere un bicchiere d’acqua appena sveglia, fare una colazione sana e proteica, fare esercizi e meditazione) che mi aiuta ad apprezzare le mie giornate e ad accettare che c’è bisogno di tempo e spazio per poter svolgere queste attività, una per volta. Ho creato su YouTube una playlist delle mie meditazioni preferite e consiglio soprattutto, anche ai principianti, di cercare quelle dedicate alla mindfulness e al body scan, che guidano l’utente a ritrovare la percezione del proprio corpo e della propria presenza fisica, grazie ad un lavoro sul respiro e sulla concentrazione. I video si trovano sia in italiano che in inglese.

Dall’inizio di ottobre, ho un bullet journal in cui scrivo tutto ciò che devo fare nell’arco di una settimana, tengo traccia delle mie routine quotidiane, appunto pensieri, idee per articoli, cose per cui sono grata. Trattandosi di un quaderno, fatto di carta ed ecopelle, l’atto di aprirlo, scrivere e richiuderlo è più che simbolico. Dopo aver buttato fuori tutto quello che ho in testa, posso chiudere la fase di analisi/trascrizione e tornare a vivere.

Cerco quando possibile di dividere gli spazi della casa e non portarmi il telefono dappertutto (nelle fasi in cui sento che la mia fissa per i social è troppo tosta da affrontare, mi armo di Nokia e spengo lo smartphone). Quando mangio da sola mi sforzo di apparecchiare e riempire la tavola anche se non sono in compagnia, in modo da concentrarmi il più possibile su ciò che sto mangiando. Non ci riesco sempre, ma tengo sempre a mente che mi sento più in forma quando lo faccio.

Lavorando da freelance, ho chiesto ad alcuni miei clienti di non scrivere cose di lavoro via WhatsApp salvo casi eccezionali e di contattarmi solo via mail. Se ricevo una mail la sera, cerco di ignorarla o quantomeno di non rispondere. Cerco di mantenere il più possibile il mio telefono sul silenzioso e ho un’app (AppDetox) che mi permette di prefissare momenti della giornata o della settimana in cui non potrò aprire le mail dal telefono. Ho anche fissato un tempo massimo giornaliero per Facebook, Instagram e Pinterest (i canali su cui lavoro).

Queste sono le soluzioni che stanno funzionando per me, 26enne iperconnessa che si mantiene lavorando molto con tecnologia e social media. Non hanno eliminato il problema alla radice, ma stanno cambiando le mie abitudini in una maniera che considero positiva.

Ogni persona ha esigenze, situazioni e preferenze diverse. Il nostro cervello ha però spesso più punti in comune di quanti ne abbiano le nostre vite guardate dall’esterno, quali che siano le nostre abitudini, gusti, linguaggi, ritmi. “Essere multitasking” non è un male assoluto e spesso ci salverà in situazioni di vera emergenza. Ma non tutto è un’emergenza e, ogni tanto, potremmo provare ad andare un po’ più piano. E sentire sapori, odori, voci, sensazioni e pensieri un po’ più distintamente.