di Marcia de Simone

Nell’ottobre 2013 incontrai un gruppo di ragazze, le cosiddette Nappy Girls (cioè ragazze che non utilizzano prodotti liscianti chimici sui loro capelli), e ne rimasi incantata. Amavo riconoscermi nella loro pelle scura e soprattutto in quei capelli afro che sembravano una chioma di leone.

Eravamo sedute ad un grande tavolo ed in attesa di fare aperitivo condividevamo a voce alta le nostre storie. Quando fu il mio turno di parlare mi schiarii la voce e raccontai di me: “Mi chiamo Marcia e la scelta che mi ha portata a dire addio alla stiratura chimica sui miei capelli è stata la volontà di combattere l’immagine che ogni giorno ci viene proposta da i mezzi di comunicazione.

Beyoncé o Rihanna o Kelly Rowland sono solo alcuni esempi di celebrity con capelli lisciati chimicamente, ed anche la stessa Naomi Campbell, da tutti considerata una vera dea di bellezza, porta le estensioni lisce. A quante di noi è capitato da piccoline di giocare con bambole dalla pelle chiara ed i capelli biondi, bambole a cui noi non avremmo mai potuto assomigliare? Credo che sia giunto il momento di alzare la voce e far parlare i nostri capelli affinché nessuno possa più sentirsi diverso.”

Con queste parole mi battevo per ottenere una rappresentazione, e negli occhi di quelle ragazze trovavo complicità e stima reciproca. Questo mi rincuorò, e mi sentii come se avessi trovato una famiglia. Essendo figlia adottiva, infatti, da bambina non solo non somigliavo alle mie Barbie, ma neanche alla mia mamma, una donna bellissima dai capelli lisci e biondi. Quando le persone ci fermavano per strada si soffermavano sulla somiglianza che mia sorella (figlia naturale) aveva con i miei genitori ed in particolar modo con mio padre, ma quando arrivava il mio turno tacevano, forse imbarazzate.

Illustrazione di Benedetta Vialli

Quando entrai dal parrucchiere quella mattina di marzo, decisa a dire addio alla stiratura chimica, portai con me l’immagine di Lupita Nyong’o, che quell’anno aveva vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista nel film 12 anni schiavo.

Man mano che le ciocche di capelli cadevano a terra davo il benvenuto ad una nuova me, più consapevole e più forte. Quello che per molti sembrava un atto di ribellione era per me una messa in discussione. A volte nel silenzio della mia stanza mi chiedevo come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto in Brasile, dove sono nata, e così immaginavo un sole splendente, i miei capelli, naturalmente ricci, e me, che forse avrei intrapreso una vita tanto difficile al punto da non poterla neanche ipotizzare. Con quel taglio netto mi riconciliavo con una Marcia che avevo dimenticato di essere stata, seppur per pochi mesi, prima che la mia adozione si concretizzasse.

Durante l’anno vissuto di recente a Londra ho potuto rendermi conto di come una grande città possa essere il luogo adatto dove esprimersi liberamente e con coscienza, poiché il giudizio altrui non è dettato dal provincialismo bensì da un autonomo e personale parere di chi è circondato da una moltitudine di diversità. Londra è stata l’accesso diretto a quella forza interiore che mi ha permesso di accettarmi e di non vergognarmi dei miei capelli così bizzarri, riflesso di una visione di me che mi faceva sentire a volte un brutto anatroccolo.

Quando iniziai la mia nuova vita con i capelli afro fu solo l’inizio di un tortuoso percorso alla ricerca della mia identità. Quelle ragazze che avevo conosciuto e che da tempo avrei voluto incontrare, le Nappy Girls, si rivelarono care amiche, ma anche persone distanti da me per stili di vita ed opinioni. Per me, il movimento Nappy era nato in Italia con lo scopo di mostrare al mondo un’idea di bellezza più completa e variegata che comprendesse chiunque si sentisse bello per quello che era. Non solo in riferimento alla bellezza “nera”: per me era un principio universale.

L’evidenza di questo trend che non ha colpito solo il mondo dei capelli afro è riscontrabile in molte campagne pubblicitarie con testimonial d’eccezione, come il brand di moda Desigual che ha lanciato la modella Winnie Harlow affetta da vitiligine. Un altro grande esempio è la giovanissima Khoudia Diop, che è stata vittima di bullismo per il colore molto scuro della sua pelle. Sue le parole: “Sono stata spesso presa in giro crescendo, a causa del colore della mia pelle. Ho imparato giorno dopo giorno ad amare me stessa e a non prestare attenzione alle persone negative “.

marcia-liscia

Illustrazione di Benedetta Vialli

In questi anni alcune ragazze Nappy mi hanno accusata di essermi “mescolata con il bianco” o di essere “troppo italiana”, e di non rappresentare appieno il movimento, che affonda le sue origini in un’identità fortemente africana. Allo stesso tempo, nella mia quotidianità italiana spesso amici e parenti mi dicevano che avevo un “look etnico”, e per la mia pelle ambrata e le mie origini molti mi chiamavano “la brasiliana”.

Quest’anno, in cui sono ritornata di nuovo a Londra per lavoro, mi sono chiesta come fosse possibile che la medesima persona fosse vista come “troppo chiara” da alcuni e “troppo scura” da altri. Quello che ho capito che costringersi ad una definizione sia sbagliato, e qualora ne avessimo bisogno, sarebbe meglio non farlo attraverso le parole di qualcun altro.

Questi tre anni trascorsi con i miei capelli afro mi hanno permesso di aprire gli occhi sulla realtà e guardare alla mia adozione come la più grande opportunità che la vita mi abbia dato. Ho imparato inoltre ad allontanare chi voleva rinchiudermi in rigide definizioni parlando di “afro-italiano” (in cui io, essendo italiana con origini brasiliane, non rientravo) in riferimento a chi ha i capelli naturali. Sono diventata una persona resiliente, ed anche molto più tollerante.

Così, quando qualcuno, confuso dal colore della mia pelle, ancora si ritrova a chiedermi “Ma sei italiana?”, non mi offendo più: mi ricordo solamente di essere paziente e tollerante, come anche chi fa parte di un movimento – in cui oggi mi rivedo solo parzialmente – spesso non riesce ad essere.

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