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6 febbraio: zero tolleranza per le mutilazioni genitali femminili

Il 6 febbraio si celebra la Giornata mondiale per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili (MGF), istituita dalle Nazioni Unite nel 2003 per tenere viva l’attenzione su quella che è considerata una violazione dei diritti umani, che spesso colpisce bambine anche molto piccole, e provare a combatterla.

Il fenomeno è diffuso prevalentemente in alcuni paesi africani, sia in comunità musulmane che cristiane, ma i flussi migratori hanno fatto sì che ci siano vittime di questa pratica anche negli ospedali e negli ambulatori europei. Inoltre, la diffusione di alcune teorie in merito ha portato alla sua introduzione anche nella penisola arabica e in altre parti dell’Asia. I dati raccolti dall’Unicef hanno rilevato che più di 200 milioni di donne e bambine hanno subito una mutilazione genitale.

Di queste, 44 milioni sono ragazzine che oggi hanno 14 anni o meno. I paesi in cui la mgf è praticata più di frequente su minori di 14 anni sono Gambia (56 per cento delle donne con mg), Mauritania (54 per cento) e Indonesia, dove circa la metà delle bambine con meno di 11 anni è stata sottoposta a questa dolorosa procedura.

 

Nella maggior parte dei paesi presenti nella cartina le MGF sono state vietate (o ri-vietate) da una legge: Benin (2003), Burkina Faso (1996), Repubblica Centrafricana (2006), Ciad (2003), Costa d’Avorio (1998), Gibuti (2009), Egitto(2008), Eritrea (2007), Etiopia (2004), Ghana (2007), Guinea (2000), Guinea Bissau (2011), Kenya (2011), Mauritania (2005), Niger (2003), Nigeria (2015), Senegal (1999), alcuni stati del Sudan, Tanzania (1998), Togo (1998), Uganda (2010).

 

Cosa sono le MGF: categorie e teorie a riguardo

Si parla di mutilazioni genitali femminili per tutte le pratiche che prevedono la rimozione totale o parziale dei genitali esterni femminili, o altri tipi di traumi inflitti per ragioni non legate alla salute di chi li subisce. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) esistono tre tipi principali di MGF:

1) Clitoridectomia; il nome in questo caso è molto chiaro; un ginecologo vittoriano, Isaac Baker Brown, la proponeva nell’Ottocento come cura per la masturbazione e certi disturbi nervosi;
2) Escissione; questa tipologia prevede l’asportazione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza quella delle grandi labbra.
3) Infibulazione; la procedura più invasiva, cioè la cucitura della vulva che può comportare anche la mutilazione delle labbra, con o senza l’asportazione del clitoride.

A queste categorie se ne aggiunge una quarta che raggruppa ogni altra procedura dolorosa e non terapeutica effettuata sui genitali femminili (ad esempio forature, incisioni, raschiature e cauterizzazioni).

I sostenitori di queste pratiche, che talvolta vengono erroneamente indicate con il nome di “circoncisione femminile”, ritengono che esse abbiano un effetto sugli istinti sessuali incontrollabili provati da donne e ragazze: senza parte del loro apparato genitale esterno sarebbe più facile conservare le verginità prima del matrimonio e mantenersi caste dopo le nozze. Ovviamente si tratta di convinzioni senza fondamento scientifico, che peraltro non tengono conto che le MGF sono pericolose per la salute (sia a causa della procedura sia delle sue conseguenze, anche a distanza di anni). Né la Bibbia né il Corano le prescrivono.

In Perché ci odiano (Einaudi, 2015), la femminista egiziana Mona Eltahawy dedica all’argomento un intero capitolo e cita uno studio condotto nel 2008 dall’ospedale dell’Università Re Abdullah di Geda, in Arabia Saudita, secondo cui le MGF non riducono il desiderio sessuale ma riducono le probabilità di lubrificazione e raggiungimento dell’orgasmo durante gli atti sessuali.

 

Nel Regno Unito e in Italia

Il sistema sanitario nazionale britannico ha cominciato a raccogliere dati sulle donne vittime di MGF e residenti nel Regno Unito a partire dall’anno scorso. I numeri registrati finora (ancora molto parziali, sia per la data di inizio della raccolta, sia per la difficoltà di reperire i casi e chieder informazioni in merito da parte dei medici) dimostrano come anche i paesi europei debbano interessarsi a combattere le MGF.

 

Per l’Italia non sono presenti dati analoghi, ma il 9 gennaio 2006 è entrata in vigore una legge che vieta di praticare le mutilazioni genitali femminili, per cui è prevista una pena dai tre ai sette anni, che può essere aumentata nel caso in cui la vittima sia minorenne. Una ricerca condotta nel 2009 per conto del Dipartimento per le Pari Opportunità aveva stimato che più di 35 mila donne residenti in Italia potrebbero aver subito MGF.

Oggi ci sono circa 200 milioni di donne e bambine che sono state sottoposte a una mutilazione genitale. Secondo l’Unicef, senza una riduzione della pratica, quel numero potrebbe salire fino a 325 milioni nel 2050, mentre se la tendenza positiva ottenuta negli ultimi anni dovesse continuare, si limiterebbe a 196 milioni – l’aumento inevitabile è dovuto alla crescita demografica.

Per questo è importante continuare a parlare di questo problema, anche nei paesi occidentali. La difficoltà a instaurare un dialogo interculturale efficace potrebbe compromettere definitivamente la salute e la vita sessuale di moltissime ragazze. Per superarla l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha creato un canale su YouTube, Too much pain, che raccoglie testimonianze di mgf e suggerisce come dialogare con le comunità di immigrati.

 


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