La montagna, per come viene spesso descritta da chi la frequenta e la ama, è luogo di primordiali istinti, luogo dove la natura umana è messa a nudo di fronte al paesaggio. Soli con le proprie mani e la propria testa, bisogna fare i conti con i propri mezzi e talvolta arrendersi all’impotenza: la mente cede il controllo al corpo e alla sua forza. Di conseguenza, non è difficile immaginare la montagna come un ambiente di predominio maschile, specialmente nell’Italia di inizio Novecento.

Chi ha confidenza con questi luoghi conosce bene la diffidenza di tanti uomini di montagna verso il genere femminile, retaggio di una convinzione della presunta inferiorità (soprattutto fisica) della donna. In questo contesto Mary Varale si impone come figura storica importantissima per l’alpinismo italiano e per l’affermazione femminile in esso.

Come per tanti ambiti dove c’è stato bisogno dell’aiuto delle pioniere per sfondare il soffitto di cristallo, qui il “soffitto”, non più tanto metaforico è stato distrutto salendo le cime più alti delle Alpi.

Maria Gennaro, nata a Marsiglia nel 1895 da una famiglia di immigrati italiani, comincia sin da piccola ad arrampicare come naturale risposta a un bisogno: quello di uscire all’aria aperta, di muovere i muscoli e liberare la mente, attratta dal richiamo delle calanques. Mary comincia a scalare le pareti rocciose, che danno sul mare della Costa Azzurra, a mani nude, con l’ausilio di una semplice corda e talvolta di qualche compagno.

Quando sposa Vittorio Varale, famoso giornalista sportivo specializzato nel ciclismo, nel 1933, sono ormai 9 anni che Mary arrampica: ha raggiunto un centinaio di vette ed è ormai un’esperta alpinista. Con il suo entusiasmo trascina il marito nelle sue imprese, trasmettendogli la sua passione per la montagna, dove si recano per “fuggire il tedio e i doveri soffocanti del mondo”: durante una vacanza a Canazei incontrano la guida Marino, che li ispirerà a intraprendere la strada del professionismo, e in seguito Tita Piaz, un altro arrampicatore che diventerà un compagno di cordata nelle imprese più importanti degli anni successivi di Mary.
Si affilia al CAI di Belluno e con gli amici bellunesi incomincerà a scalare le vette più impervie e ad affermarsi tra i suoi colleghi uomini.

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Illustrazione di Elena Della Rocca

Mary Varale è una pioniera non solo perché una delle prime donne ad arrampicare, ma anche per la disinvoltura con cui trasmette nuovi costumi tra le coetanee. Disinvolta con i suoi vestiti al ginocchio, il rossetto brillante e i capelli perfettamente acconciati nel suo periodo “cittadino”, prima di votarsi alla vita di montagna e di adottare uno stile consono alla sua attività di scalatrice. Questa impone un abbigliamento comodo, mettendo al bando gonne e crinoline e lasciando spazio a pantaloni di tessuto grezzo e giacche da uomo.

Il suo stile non passa inosservato agli sguardi ostili delle donne di paese: camicie e pantaloni di cotone consumato, la tipica “giubbetta rossa” a doppio petto con cui il marito la identifica, il viso bruciato dal sole, il modo di fare un po’ zingaro e il fazzoletto colorato d’ordinanza portato attorno ai capelli. Lo confermano le immagini di repertorio, come quelle visibili nel documentario Con le spalle nel vuoto, di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, a lei dedicato, in cui persino la nipote ne ricorda il “coraggio infinito” di scontrarsi con tutto il mondo e distinguersi dalle “signore bene” del suo tempo.

Un periodo non facile, perché corrisponde all’affermarsi del Fascismo mussoliniano.

Preparata la corda e fattala passare nel cordino penzoloni dal chiodo conficcato nella roccia, me la avvolse sotto la gamba e poi mi ordinò: Si butti giù!
Se fossi stata un uomo mi sarei detta fra me: questo è il momento di fare l’uomo! A una donna è permesso di avere paura, specialmente se le si ordina così bruscamente di buttarsi giù da una torre sotto la quale si apre una voragine di trecento metri; ma siccome non volevo far vedere di impaurirmi davanti a un celebre arrampicatore col quale dovevo scalare ancora tante vette e che considero come il mio maestro, non battei ciglio, e con la massima freddezza, fattami sull’orlo della torre con le spalle rivolte al vuoto.

Come prevedibile, il punto di rottura avviene nel 1935, quando a Mary e al suo compagno di cordata Alvise Andrich, il CAI si rifiuta di riconoscere la medaglia al valore atletico, nonostante l’alto valore della scalata intrapresa sul Cimon della Pala. I motivi sono soprattutto politici: per questo motivo Mary indirizza una lettera, piena di amarezza e di delusione, al CAI di Belluno, dichiarando le sue dimissioni.

In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse perdere la compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata anche per una ingiustizia commessa col rifiutarmi un articolo.

Dal momento del suo ritiro non vengono più trovate registrazioni delle sue imprese e non si ha conferma della sua attività alpinistica. Anche a causa di un’artrite precoce e di un’emiplagia che la lascerà inferma, l’attività di Mary Varale si ferma a metà degli anni Trenta.

Subito dopo di lei, la giovane Ninì Pietrasanta riuscì ad affermarsi come alpinista, con favori maggiori della sua predecessora, colpevole forse di un carattere indomito: Una gentile fanciulla che difende la propria passione nei confronti di un’opposta tendenza che vorrebbe vedere la donna vera solo sotto l’aspetto di un fiorellino ovattato, privo di energie e di colore, e senza un carattere e una propria personalità”. A queste personalità l’alpinismo italiano, che sia maschile o femminile, deve moltissimo.

 

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