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Manuale di autodifesa per ragazze che non vogliono...

Manuale di autodifesa per ragazze che non vogliono darsi una calmata

Non ho mai pensato di aver bisogno di riflettere più di tanto sull’autodifesa: “Ma io quello lo spezzo in due”, “Deve solo provarci”, “Non ha capito con chi ha a che fare”, sono cose che ho sempre detto gonfiando il petto di fronte ad ogni situazione potenzialmente scomoda, fino al giorno in cui, ahimè, sono tornata a casa con la faccia gonfia e qualche capello in meno: il metodo intimidatorio non aveva funzionato. Dietro il mio spavaldo bla-bla, non c’erano nessuna sostanza né tecnica: non avevo saputo difendermi.

Così ho deciso di fare mente locale e chiamare Stefano, il mio vicino di casa d’infanzia, che nel frattempo è diventato – come sua sorella – campione mondiale dell’arte marziale vietnamita Vovinam Việt Võ Đạo. Con molta pazienza, Stefano mi ha dato una mano a compilare un piccolo manuale di autodifesa, perché sapersi difendere è importante e tutti dovremmo sapere come comportarci in determinate situazioni.

 

Regola n.1: Salvarsi la pelle

Non dimenticarsi mai che l’autodifesa è semplicemente l’arte di salvarsi la pelle a qualunque costo, e niente di più. L’ego ed il giustizialismo, il “dare una bella lezione” a qualcuno, sono tutte cose che devono restare fuori da questo manuale. Un eccesso di ego può essere decisivo. Nel mio caso, per esempio, un’eccessiva fiducia nelle mie capacità mi ha portata a sottovalutare il mio aggressore e a prendere un sacco di botte. In una situazione di potenziale pericolo il focus deve rimanere stabile e immobile su di un’unica cosa: la vostra incolumità, e nient’altro.

Se si tratta di intervenire per fermare l’aggressione di una terza persona, per esempio, MAI dimenticarsi che si potrebbe finire per essere aggrediti a propria volta e quindi MAI intervenire da soli a sproposito, ma piuttosto cercare di coinvolgere qualcuno nell’azione. Se invece, per esempio, siete riuscite a contrattaccare facilmente ed il vostro aggressore giace a terra, non attardatevi a infierire ulteriori colpi, ma allontanatevi da lì: potrebbe non essere solo ed i rinforzi poco lontani.

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Illustrazione di Francesca Popolizio

Regola n.2: Prevenzione

Gran parte dei potenziali pericoli possono essere riconosciuti ed evitati prima che degenerino. Per esempio: cambiare marciapiede, cambiare direzione, scostarsi e tirare dritto, sono le prime azioni di autodifesa che si possono compiere. E anche in questo caso un ego capriccioso potrebbe dire: “Ma perché mai dovrei IO cambiare marciapiede?” e non sarebbe d’aiuto.

 

Regola n.3: Tenersi pronti non è abbastanza

In caso di aggressione, soprattutto la prima volta che ci si ritrova confrontati ad una determinata situazione, la reazione fisiologica del nostro corpo non è quasi mai quella più pratica ed utile. Quando ho raccontato l’episodio della mia aggressione, qualcuno mi ha chiesto: “E perché non ti sei difesa?”.

La risposta di Stefano mi ha confortata: innanzitutto una persona che attacca sa cosa può aspettarsi e non lascerà i suoi punti deboli scoperti (“Ci sono ancora persone che credono che l’aggressore se ne starà lì frontale e a gambe larghe ad aspettare di perdere i testicoli?”). E poi, difendersi è un equilibrio di diversi fattori tra cui la prontezza, la paura, la voglia di vivere, e sì, anche la rabbia. Se non ci si è mai trovati nella condizione di doversi difendere, difficilmente queste cose saranno già ben equilibrate al momento dell’aggressione.

Secondo l’autore di questo sito davvero esaustivo sull’autodifesa, le diverse reazioni ad un episodio di aggressione fisica sono dettate da tre fattori: un fattore “fisico-meccanico”, ovvero il fatto di essere a conoscenza o meno di qualche tecnica difensiva da applicare nella situazione data, un fattore “psicologico”, ovvero la risposta fisiologica immediata del corpo agli elementi paura e panico, e infine (tadaaaaa), la componente “caratteriale ed educativa”: se si è educati a disprezzare e ad avere ribrezzo della violenza in ogni sua manifestazione fisica – sangue che schizza, urla, eccetera – poco probabilmente la nostra reazione sarà atta a provocare suddette manifestazioni ripugnanti, anche se potrebbero salvarci la vita.

Va da sé che nel mondo che siamo abituati a vivere, in cui il sesso femminile è invitato fin dalla prima infanzia a contenere il proprio naturale dinamismo (forza violenta in primis), e a concepirsi come fisicamente inferiore nella forza fisica, le cose per le donne si complicano:

Tutto parte dall’educazione che, fin da bambine, contribuisce a creare uno stereotipo di psicologia femminile (…). Di solito le donne sono portate a reprimere aspetti della loro personalità bollati dalla società in modo negativo: furia, aggressione, odio, mentre, alla luce dei fatti, queste non sono niente più che reazioni emotive naturali in situazioni in cui occorra attuare reazioni di tipo difensivo.

Tradizionalmente, alle donne viene insegnato a reprimere alcuni aspetti della loro natura che invece potrebbero essere utilizzati efficacemente nell’autodifesa.

L’autodifesa pratica deve affiancarsi ad un allenamento psicologico per diventare più consapevoli delle dinamiche di genere determinate socialmente, e come queste lavorano contro la donna che deve legittimamente difendersi.

L’autore del post si rifà alle parole di Martha McCaughey, autrice di The Physical Feminism of Women’s Self Defense, un’opera in cui sono analizzati “i fattori psicologici, legali e storici che hanno tradizionalmente limitato l’abilità delle donne nel difendersi”.

Ma allora, è possibile imparare l’autodifesa? Sì e no, mi risponde Stefano. Si può imparare qualche tecnica, “…ma non duecento: ti confonderesti al momento di doverne applicare una.” Impararne due o tre, le più meschine ed efficaci – come per esempio come accecare qualcuno con le dita – è molto più utile che iscriversi a costosi corsi di autodifesa il cui obiettivo di fondo è semplicemente fidelizzare un cliente sulla lunga durata, senza contare il fatto che non c’è simulazione che sostituisca la realtà: durante un corso il partner di lotta non colpisce per ferire, ma per eseguire un esercizio, così come in qualsiasi arte marziale.

Stefano perciò consiglia di scegliere un corso in base alla sua brutalità: se non è abbastanza duro, scartatelo in primis, perché non è realistico. Ma anche se scegliete di iscrivervi ad un corso, per poter mantenere il livello fisico e tecnico raggiunti dovrete praticarlo regolarmente per sempre. In pratica, non solo un corso di autodifesa richiede tempo e dedizione, ma può tranquillamente essere inutile, o superfluo. Una buona notizia per chi non se lo può permettere!

 

Regola n.4: Gas OC

Il metodo di autodifesa che sembra in assoluto il più efficace e semplice, è il Gas OC, altrimenti conosciuto come spray al peperoncino. Trovarlo è facile, si vendono in qualsiasi armeria e bisogna solo fare attenzione a comprare uno dei modelli approvati dal Ministero dell’Interno. L’unica tecnica da imparare, è tenerlo sempre con sé ed estrarlo rapidamente dalla borsetta o dalla tasca nel momento del bisogno, ben direzionare il diffusore, e il gioco è fatto. Questa è la cosa più efficace, economica e semplice che potete imparare per la vostra difesa!


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  1. Micol

    25 gennaio

    Complimenti Meg, l’articolo è scritto molto bene e condivido quanto dici. Però la campionessa mondiale dovrebbe essere Iris di Nardi, che non è sorella di Stefano.

  2. Magda

    26 gennaio

    Ciao Michi!!!
    Non mi sono informata troppo sugli ultimi podii, ma sono arcisicura che anche Lisa ha qualche titolo mondiale alle spalle!

  3. Micol

    26 gennaio

    ho dato per scontato che parlassi dell’ultimo campionato, scusa!

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