Mamma, solo per te la mia canzone vola.

(da “Mamma”, di Cesare Andrea Bixio e Bixio Cherubini, 1940)

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La costruzione di stereotipi fabbricati ad uso e consumo delle popolazioni da parte delle istituzioni, nelle società occidentali, non è una pratica inusuale. Come dimostra la storia della Chiesa cattolica, a seconda delle necessità socio-economiche è possibile creare, a volte quasi dal niente, dei simboli molto potenti che si diffondono e si sviluppano velocemente, arrivando a diventare parte integrante dell’immaginario collettivo in modo così profondo e radicato che nessuno ricorda più dove e come sono nati.

Tra questi, vi è lo stereotipo dell’italiano “mammone”, viziato, dipendente in tutto e per tutto dalle cure materne e, di riflesso, vi è lo stereotipo della madre italiana, una mamma sempre paziente e talmente indulgente con i figli, soprattutto i maschi, da diventare addirittura un pericolo per la loro integrità morale di adulti.

Una simile immagine, che attualmente risulta così familiare, rappresenta in realtà un esempio del fenomeno che la storica Marina d’Amelia chiama “invenzione della tradizione” nel suo libro La mamma.

Questa tradizione è, in effetti, molto più recente di quello che può sembrare ad una prima occhiata. Non c’è nessuna traccia dello stereotipo della madre nella civiltà romana, né in quella repubblicana, né in quella imperiale e nemmeno ci può essere. All’epoca, la società era infatti caratterizzata da un assetto dichiaratamente patriarcale e le relazioni familiari erano rigidamente codificate.

Le donne delle famiglie più ricche ed importanti non si dedicavano dell’educazione dei figli, che era affidata agli istitutori e ai maestri, e neppure rappresentavano il centro della loro vita affettiva, in cui erano sostituite da balie e domestiche. Questo assetto sociale è rimasto più o meno invariato per un lunghissimo periodo: la tradizione giuridica romana della patria potestas è stata tramandata quasi identica alle strutture familiari medievali e moderne e i codici dei rapporti sono rimasti, nella sostanza, quasi inalterati.

Solo intorno al Sette e Ottocento sembra possibile cominciare a delineare una nuova tipologia di madre italiana, che fino a quel momento veniva casomai caratterizzata come una figura fin troppo indolente e assente. Addirittura, questa indolenza cominciò ad essere percepita da vari intellettuali all’estero come una delle cause dell’arretratezza italiana rispetto ad altre realtà europee.

Il ruolo materno in Italia continuava a non essere ben delineato per colpa della pietrificazione dei rapporti fra sessi e delle relazioni familiari, dove anche la casa in cui la famiglia abitava era principalmente la casa paterna e l’unica funzione che le madri avevano, ancora una volta, veniva loro attribuita dalla Chiesa, che le voleva come prime responsabili dell’alfabetizzazione religiosa dei figli.

Maria Mazzini

Maria Mazzini

Il preciso momento storico in cui si cominciò a sentire la necessità di un maggiore coinvolgimento “politico” delle madri italiane può essere tuttavia individuato con una certa precisione nella storia recente, ossia all’epoca dell’unificazione del paese, durante il Risorgimento.

Ciò avviene per due ordini di motivi, entrambi molto lontani da qualsivoglia particolare predisposizione naturale delle donne italiane. Il primo riguarda la biografia di alcuni dei protagonisti del Risorgimento. Giuseppe Mazzini aveva un rapporto molto intimo con la madre, Maria Drago. Nelle lettere che i due si scambiavano è possibile rintracciare una relazione quasi simbiotica: Maria Drago appoggiava in maniera incondizionata qualunque iniziativa o idea del figlio, mandandogli anche i soldi necessari per mantenersi, e Mazzini la eleggeva a confidente dei suoi pensieri più personali. Lo stesso accadeva fra Adelaide Cairoli, la donna celebrata da Giuseppe Garibaldi in ben due dei suoi proclami (tra il 1859 e il 1860), e i suoi figli.

Il secondo motivo riguarda la costruzione di una simbologia condivisa nella neonata nazione italiana, che già si andava a delineare come irrimediabilmente spaccata: tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra i pochi che avevano voluto e partecipato all’unificazione e ai tanti che l’avevano combattuta o che l’avevano subita passivamente.

Così emerse, tra queste divisioni, un mito unificante, quello della madre sacrificale, cui la rappresentazione cattolica aveva aperto la strada: una madre disposta ad appoggiare il figlio in esilio, moralmente ed economicamente, che instaura con lui una relazione molto profonda di condivisione di ideali e di sentimenti tramite il rapporto epistolare e che, infine, ne sopporta anche il ferimento o la morte.

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Manifesto di propaganda fascista

Attraverso l’esaltazione della figura materna, si creavano sentimenti di affezioni nei confronti della nuova madre patria. La retorica circa la “madre degli eroi” (eroi della patria, nello specifico) come figura da rispettare, da ringraziare e venerare nasce dunque in questo periodo, e si rivela una retorica fortissima, longeva e versatile. Fu infatti variamente riutilizzata sia durante la Grande Guerra sia durante la Seconda guerra mondiale, arricchita di volta in volta di elementi sempre più de-storicizzati e salvifici. Gli appelli alla madre divennero una costante di ogni conflitto.

Gli intellettuali, come spesso accade, presero parte con gioia alla costruzione del nuovo mito nazionale. Fra i tanti, va ricordato certamente Paolo Mantegazza, che nel 1853, nella sua Fisiologia del piacere, descrisse con una sbalorditiva sicurezza l’immenso piacere derivante dalla maternità per le donne, che attraverso il figlio possono sublimare una vita fatta di subalternità in un rapporto d’amore unilaterale che non contempla e non ha bisogno di reciprocità. Va ricordato anche il celebre Edmondo De Amicis, che con il suo libro Cuore, nel 1886, mise a punto tutto un sistema comportamentale di buoni sentimenti e cattivi comportamenti cui fare (o non fare) riferimento per il consolidamento di un’ideologia patriottica.

Tale ideologia, chiaramente, raggiunse il suo parossismo fra le due guerre. L’utilizzo che la propaganda fascista fece della figura materna è nota, così com’è noto il motivo per cui ogni dittatura insiste tanto sulle madri e sulla loro importanza sociale: fare quanti più figli possibili, che andranno a rimpolpare le fila dell’esercito in caso di guerra. Di nuovo, motivi politici, pratici, che non hanno nulla a che fare con un non meglio precisato istinto materno innato.

 

L’arco temporale durante il quale si è sviluppata la costruzione dello stereotipo della madre italiana è stato quindi relativamente breve in termini di tempo storico, ma è stato sufficientemente lungo da coinvolgere una serie di generazioni di italiani, che lo hanno così interiorizzato e ascritto in un ambito metastorico, cioè quello dell’immaginario collettivo, dell’inconscio di una popolazione.

Questo è il motivo per cui negli anni Cinquanta lo scrittore Corrado Alvaro coniò il termine “mammismo” per descrivere il fenomeno italiano, da lui rilevato, con cui intendeva denunciare “una società di uomini allevati dalla mamma come protagonisti”. Quella di Alvaro era una durissima critica all’atteggiamento iper-permissivo e iper-protettivo delle madri italiane, che lui considerava come le principali responsabili della maleducazione dei figli (i padri non pervenuti), i quali sarebbero poi diventati cittadini incivili e amorali con una spiccata predilizione per l’interesse individuale rispetto a quello sociale, peculiarità italiana che metteva un freno allo sviluppo di una coscienza civica.

Un’accusa, dunque, uguale e contraria a quella che in precedenza, in un passato non troppo lontano, circa trecento anni prima aveva visto nelle madri e nel loro disinteresse emotivo per i figli un ostacolo al progresso. Parallelamente, ancora una volta le azioni dei figli caratterizzano la qualità della madre, se prima la ricoprivano di gloria, adesso la ricoprono di disonore. Quello della madre dannosa diviene un nuovo mito di coesione in un paese traumatizzato dalla guerra: una madre colpevole, non più madre degli eroi, ma di cittadini poco evoluti.