Ma l’ansietà di una nuova situazione, o forse l’irritazione cagionata dalla presenza di quell’uomo erano bastate a farle credere che finalmente fosse sua quella meravigliosa passione che fin allora si era mantenuta come un grande uccello dal piumaggio rosato librantesi nello splendore dei cieli e della poesia; e non poteva ora credere che la calma nella quale viveva, fosse la felicità che aveva sognato.
[Madame Bovary, p. 51]

Il 29 gennaio del 1857 si tenne la prima udienza del processo contro Gustave Flaubert e il suo romanzo, Madame Bovary, pubblicato pochi mesi prima, con l’accusa di immoralità e licenziosità. Il magistrato Ernest Pinard, che portava avanti l’accusa, non si limitò a presentare alcuni brani estratti dal libro per avallare la propria tesi, ma sottolineò a più riprese che non erano tanto i singoli termini o gli specifici passaggi ad essere censurabili, quanto l’insieme stesso del romanzo, che si andava a delineare come una vera e propria “poesia dell’adulterio”.

Pinard usò questa espressione con intento denigratorio, ma la sua intuizione riguardo la fortissima potenza simbolica che il romanzo avrebbe esercitato per gli anni a venire rivela una certa lungimiranza. Il processo si concluse con l’assoluzione e lo scandalo che ne derivò fece da cassa da risonanza al libro, che ebbe un successo incredibile.

La storia di Madame Bovary è celebre, la sua protagonista, Emma, è probabilmente uno dei personaggi letterari più noti e più riusciti della letteratura. Emma è una giovane ragazza di campagna, orfana di madre, che cresce in un collegio tenuto dalle suore. Qui si appassiona alla letteratura popolare e comincia a sognare la passione e grandi amori. È quindi ben lieta di sposarsi con l’uomo che il padre sceglie per lei: un ufficiale sanitario di nome Charles, che la adora con tutta l’anima.

Molto presto, però, Emma si rende conto che la vita matrimoniale non è assolutamente come l’aveva immaginata: si annoia, la provincia in cui abitano le risulta insopportabilmente piatta e inizia a disprezzare Charles, colpevole ai suoi occhi di ottusità, scarsa ambizione e grigiore. Emma prova a colmare i suoi vuoti con l’acquisto di beni di lusso per sé e per la sua casa, desiderando un’ascesa sociale che tuttavia può arrivare solo tramite Charles, il quale però si rivela inadeguato anche su quel versante. Aumentano quindi in lei l’insofferenza, la frustrazione e il senso di impotenza.

madame bovary

Illustrazione di Giorgia Marras

Quando inizia una storia con il ricco proprietario terriero Rodolphe, Emma spera di scappare con lui in lontani posti esotici, pronta ad avere la vita piena d’avventura che sogna. Ma Rodolphe la lascia con una lettera, gettandola in una disperazione ancora più profonda. A risollevarla arriva un nuovo amore, lo studente di giurisprudenza Léon, ma anche questa storia si rivela non all’altezza delle sue aspettative. Piena di debiti e bersaglio di chiacchiere per il suo adulterio, Emma decide di prendere l’arsenico e si uccide.

Da un punto di vista meramente narrativo, il personaggio di Emma non può che risultare negativo. La sua parabola è perennemente discendente e lei è una drama queen bugiarda, egoista, meschina e piagnucolosa. Insopportabile, insomma. Tuttavia ha un grandissimo pregio letterario: tutti si possono identificare in lei.
Questa identificazione è ancora più facile adesso che prima, spinti come siamo dalla società capitalistica a consumi illimitati e al desiderio di avere sempre davanti a noi un’infinita possibilità di scelta. Il primo a sottolineare questo processo di immedesimazione è stato lo stesso Flaubert, con la sua frase “Madame Bovary c’est moi” (“Madame Bovary sono io”), e con l’esplicita dichiarazione di essersi ispirato a fatti di cronaca reali per le vicende del romanzo.

I sentimenti di Emma sono talmente comuni e comprensibili da essere sintetizzati nel termine bovarismo, che indica sia il desiderio di credersi differenti da ciò che si è, sia l’incapacità di godere di ciò che si ha. E d’altronde viviamo in una società ossessionata dall’apparenza, che mette a punto strumenti tali da consentire a chiunque di offrire un’immagine patinata con la quale identificarsi ed essere identificati, ancora più che con il sé reale (basti pensare alle recenti confessioni fornite dell’ex stella di Instagram Essena O’Neill). Un bovarismo collettivo dal quale è difficile sentirsi fuori.

In ogni circostanza della sua vita, Emma cerca di essere il personaggio che di volta in volta decide di rappresentare: durante gli anni del convento manifesta una religiosità che non possiede; prima di sposarsi si pone come una dolce ragazza obbediente fatta per la famiglia; tenta di essere una padrona di casa perfetta. Vive tutte queste esperienze con superficialità, non si appropria mai davvero di questi ruoli e se ne stanca prestissimo.

Le riflessioni che fa circa le proprie scelte in un certo senso anticipano i fenomeni di vittimizzazione e di infantilizzazione propri delle società occidentali e descritti da Pascal Bruckner: Emma vorrebbe tornare indietro nel tempo (chi non ha provato almeno una volta questo desiderio?) per avere un destino diverso, disprezza Charles e la sua incapacità di comprenderla, non sente alcun senso di colpa verso di lui quando lo tradisce poiché ritiene che con la sua cecità se lo sia meritato. In effetti, Charles è un personaggio che non ispira poi molta simpatia. Devoto fino all’idiozia, procede placido e passivo nella vita.

Sono quindi particolarmente crudeli quei passaggi nel romanzo in cui viene data voce ai pensieri degli amanti di Emma, che la giudicano in maniera non dissimile da quella in cui lei giudica il marito. Rodolphe, che è un uomo vissuto e poco incline al dramma, pensa che “Emma rassomigliava a tutte le amanti, e il fascino della novità, cadendo un po’ alla volta come un abito scopriva a nudo l’eterna monotonia della passione che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio”. Anche Léon, ad un tratto, sente di non poterne più della continua tensione di Emma, del suo lirismo parossistico e della sua teatralità, poiché “si conoscevano troppo per avere quelle stupefazioni del possesso che ne centuplicano la gioia”. In definitiva, anche loro diventano vittime di noia e insoddisfazione.

Il romanzo, nelle intenzioni di Flaubert, voleva essere una spietata critica alla vita borghese, in particolare ai due pilastri su cui si fonda, cioè il matrimonio e il capitale. Attraverso la sfortunata sorte di Emma, voleva far emergere il suo disprezzo nei confronti dei valori borghesi, del loro atteggiamento mentale ristretto e vacuo. Emma non è rovinata solo per aver trasgredito alle regole matrimoniali, è rovinata principalmente a causa dei debiti che contrae a furia di sperperare soldi, illudendosi di comprare una posizione sociale diversa e, con essa, anche la felicità.

Buttato all’aria il matrimonio, buttato all’aria il capitale, buttata all’aria anche la sacralità della maternità (Emma ha una figlia, ma non prova quasi nulla nei suoi confronti e di lei in tutto il romanzo pensa solo a quanto sia brutta), la fine di Emma è tremenda. L’arsenico non la uccide velocemente e vive una lunga e straziante agonia. L’ultimo sfregio, ancora una volta, glielo fa Charles, che per conservare una ciocca dei suoi capelli, le graffia le tempie con le forbici, dimostrandosi ancora una volta inetto e dannoso per la sua immagine, anche dopo la morte.

Il suo epilogo catastrofico dovrebbe mettere già abbastanza in guardia dall’idealizzazione dell’amore in quanto tale. Ma il momento più triste e patetico di tutto il romanzo è quello in cui, appena sposata, Emma letteralmente prova “ad inventare l’amore” con Charles, creando contesti romantici come cene a lume di candela o sotto le stelle. Una pantomima che non solo non l’aiuta, ma le svela quanto sia ingannevole la “trappola” romantica in cui era caduta da ragazza, con i suoi feuilletons. E anche in questo caso non si può non provare vicinanza nei suoi confronti, pensando a quanto sia frequente l’utilizzo del romanticismo come cornice o via di fuga, a scapito della coltivazione di un sentimento reale, che non viva di astrazioni ma di reciprocità.