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Luglio: Nello specchio ci siamo noi e la nostra coscienza

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Una manifestante celebra la decisione della Corte Suprema americana (Credits: Pete Marovich/Getty Images)

Lunedì scorso le donne statunitensi hanno ottenuto un’importante vittoria sul fronte della tutela del diritto all’aborto. La Corte Suprema ha infatti dichiarato che la legge texana HB2 (sì, porta il nome di una matita a media durezza) è incostituzionale.
Di che legge parliamo? Di una legge che imponeva alle cliniche abortive presenti in quello Stato delle clausole di sopravvivenza surreali e limitava la possibilità di accesso alle stesse. Rendeva di fatto impossibile esercitare un diritto, quello all’aborto, che fingeva di voler proteggere.

Secondo il testo della HB2, infatti, le cliniche avrebbero dovuto assumere la forma di mini ospedali, sottoponendosi a costose ristrutturazioni per raggiungere gli stessi standard richiesti a quelle strutture mediche che praticano chirurgia a basso rischio. Oltre a questo, i medici che eseguono la procedura abortiva avrebbero dovuto poter avere dei “privilegi di accesso” presso ospedali entro 30 miglia dalla struttura.
Premesso che l’aborto è 14 volte più sicuro del parto (dati Vox) questa clausola implicava che se si fossero riscontrate complicazioni nell’esecuzione della procedura, per poter spostare le loro pazienti dalla clinica all’ospedale, i medici avrebbero dovuto avere degli accordi pregressi con quelle strutture, accordi relativi ai loro “records” professionali (ciò rendeva impossibile il lavoro ai cosiddetti visiting doctors e si complicava nel fatto che spesso gli ospedali non garantivano questi “privilegi” agli abortisti per via di convinzioni religiose).

La legge mirava a colpire le strutture abortive dello Stato del Texas, senza se e senza ma. Dal 2013, anno in cui entrò in vigore – nonostante la strenua resistenza opposta dalle donne texane e dalla senatrice Wendy Davis, il cui tentativo di ostruzionismo durò 13 ore – ottenne la chiusura di quasi tutte le cliniche indipendenti presenti sul territorio (da 41 operative si era arrivati ad averne 18).

In prima linea per opporsi in appello a questa legge c’era Whole Woman’s Health, una catena di strutture abortive texane che ribatteva come per decenni queste strutture avessero funzionato in modo sicuro, senza compromettere la salute delle pazienti, e i prerequisiti formalizzati da HB2 costituissero un “ostacolo sostanziale” per il diritto alla scelta delle donne (costringendole a fare centinaia di miglia in auto prima di raggiungere una struttura “idonea”, o a ricorrere in alternativa a metodi abortivi DIY poco sicuri).

Il riferimento per questo appello era un caso dell’inizio degli anni Novanta (Planned Parenthood vs Casey) dove venne stabilito che gli Stati potevano regolare l’attività delle strutture mediche abortive, senza però aggiungere un “peso superfluo” alla procedura. Il 27 giugno, votando 5-3 in favore dell’appello, la Corte Suprema ha sancito che quelle sezioni della legge HB2 non erano valide e che quel peso era effettivamente superfluo. La tesi principale della decisione della SCOTUS (Supreme Court Of The United States) è che tali disposizioni non abbiano niente a che fare con la tutela alla salute delle donne americane.

Boom, prendi e porta a casa.

FILE -In this Oct. 1, 2010 file photo provided by the Supreme Court shows, from left, Justices Sonia Sotomayor, Ruth Bader Ginsburg, and Justice Elena Kagan in the Justices' Conference Room prior to Justice Kagan's Investiture Ceremony at the court in Washington. (AP Photo/Steve Petteway, Supreme Court, File)

Da sinistra: Sonia Sotomayor, Ruth Bader Ginsburg ed Elena Kagan, le tre donne della Corte Suprema che hanno sostenuto l’incostituzionalità (AP Photo/Steve Petteway, Supreme Court, File)

Notizie del genere ci rallegrano, e ci fanno ben sperare (è sempre bene gioire dei risultati positivi di una battaglia per le libertà della persona). Ma intanto, visto che se una è poco due sono tante, in Italia è arrivata alla Camera una proposta di legge che se accolta metterebbe sul nostro cammino un gigantesco ostacolo sostanziale: citando due Papi (Giovanni Paolo II e Francesco), essa invita a normare eventuali casi di obiezione di coscienza da parte di farmacisti, quando si tratti di “vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che [essi giudicano] atti a provocare l’aborto”.

Presentata da Gian Luigi Gigli, professore ordinario di Neurologia eletto con Scelta Civica e ora nel gruppo Democrazia Solidale, e Mario Sberna, dello stesso gruppo, la proposta mette in guardia dalla falsa compassione (“quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia”), che più spesso significa invece uccidere.

Su Internazionale ci ha già pensato Chiara Lalli a smontare la loro argomentazione (fondamentale il passaggio “chi deve decidere delle nostre vite, noi o Bergoglio?”), ma è bene rincarare la dose.

Sappiamo che ad oggi è illegale per chi lavora in una farmacia rifiutarsi di vendere medicinali per i quali abbiamo la ricetta (o per i quali non l’abbiamo – dal momento che per gli anticoncezionali ormonali ora non è più d’obbligo, se abbiamo almeno 18 anni) e se dovessimo incontrare delle resistenze al momento dell’acquisto, è nostro diritto chiamare i carabinieri per ottenere quello che ironicamente siamo pronte a pagare per avere.

Sappiamo, inoltre, che l’aborto è legale grazie alla legge 194. Ma RU486, il farmaco per l’interruzione di gravidanza a base di mifepristone, viene somministrato solo in ospedale, non si può comprare in farmacia.

Per dirla alla John Oliver, “Why is this still a thing?”, perché siamo ancora qui a parlarne quando è chiaro che quello che alcuni farmacisti non vogliono vendere sono i contraccettivi? I contraccettivi non interrompono la gravidanza, ma la prevengono. Quelli di emergenza non possono essere usati più di una volta al mese (vedi foglietto illustrativo), e non sostituiscono gli anticoncezionali tradizionali, perciò la paura che la richiedente ne possa abusare se le si dà la possibilità di acquisto, è infondata. Non sono materia regolata dalla legge 194 (il cui titolo è “Norme per la tutela sociale della maternità e dell’interruzione volontaria della gravidanza”), dunque non si può invocare l’obiezione di coscienza per la loro vendita.
Se vogliamo, un conto sono i medici un altro i farmacisti.

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Non serve un referendum per capire che siamo già uscite dai gangheri; è ora di smetterla con questi velenosi tentativi di boicottaggio dei nostri diritti fondamentali, alla salute e all’autodeterminazione. Il mantra di questo mese è siate la Corte Suprema di voi stesse. Se ci sono stronzate da denunciare, fatelo. Siete sempre in tempo.

Il tema di questo mese sarà lo specchio, quell’oggetto la cui superficie consente, se ci poniamo di fronte ad essa, di vedere riflessa la nostra immagine (e, si spera, riconoscere in essa il nostro vero io). Ci vuole coraggio ad affrontare la severità del proprio sguardo e le implicazioni di questa riflessione sono numerose, noi cercheremo di approfondirne alcune, sempre in nome del nostro spirito mai calmo e mai sazio.


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