La Resistenza è stato uno dei primi momenti in cui, nella Storia italiana, le donne si sono affermate come protagoniste a pieno titolo, dotate di un’identità di genere capace di caratterizzare il loro agire e di renderle un “tassello” imprescindibile e insostituibile nello sviluppo del movimento di liberazione dal Fascismo.

La storia delle donne della Resistenza è, per nostra fortuna, ricca di grandi personaggi che hanno avuto, insieme ai compagni di lotta, riconoscimento al momento della Liberazione e, in molti casi, spazio di espressione nei primi e difficili anni di ricostruzione della democrazia nel Paese, prima fra tutte Nilde Iotti, porta-ordini negli anni della guerra e membro dell’assemblea costituente italiana.

Di altre conosciamo gli eroici atti di sacrificio, come Livia Bianchi (partigiana Franca), che rifiutò la grazia da parte della brigata nera che l’aveva catturata insieme ai compagni della 52° Brigata Garibaldi per non tradire l’ideale al quale si era votata e morire fucilata. “Franca” era stata staffetta, come molte sue compagne, ma era stata anche custode di un rifugio, una baita all’Alpe vecchio (nelle valli occidentali del basso Lario) dove insieme ad altri partigiani si era nascosta per sfuggire ai rastrellamenti dei fascisti.

Lei, come molte altre donne della resistenza, ha portato avanti in quei mesi di rigore invernale, quella funzione di “maternage di massa” –  così come definito da Anna Bravo (docente di Storia sociale all’università di Torino) – che consisteva, in estrema sintesi, nel prendersi cura di chi, con loro, condivideva un ideale di libertà e lotta al totalitarismo.

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Illustrazione di Simona Pollio

Se infatti la maggior parte delle donne ricordate nei libri di storia fa parte della categoria “staffette” o “donne d’armi”, il contributo delle tante attrici silenziose della Resistenza italiana non fu da meno né meno pericoloso. Un ruolo di particolare rilevanza assume in questo senso il binomio donna/rifugio (inteso come rifugio fisico e psicologico) nel sostegno fattivo alla lotta partigiana.

Donne che raccoglievano cibo e abiti e, avvantaggiate dal loro ruolo di “subalternità” che le rendeva meno pericolose agli occhi delle squadre fasciste, si recavano in montagna per rifornire i gruppi partigiani. Infermiere pronte a soccorrere i feriti, ma soprattutto donne capaci di coniugare la lotta con un senso di “casa”, di portare la “cura”anche in luoghi e contesti estremi.

È il caso di Rita Rosani che, insieme a quattro compagni, fonda dopo l’8 settembre la banda “L’Aquila”, attiva in Valpolicella. La loro base operativa, ben presto raggiunta da altri compagni di lotta, aveva sede in una baita sul monte Comun dove Rita portava avanti lotta e cura di quella brigata di compagni che decise di non abbandonare nemmeno all’arrivo dei rastrellamenti, andando incontro alla morte.

Ed è ancora il caso di Ancilla Marighetto, partigiana “Ora”, che con i compagni aveva creato una postazione/rifugio in val Caora, presso il passo del Brocon, o di Norma Pratelli Parenti, che nella casa e nella trattoria a Massa Marittima aveva creato uno spazio sicuro per partigiani e disertori pronti a unirsi alla resistenza. Queste donne, che pagarono con la vita la loro scelta di unirsi alla lotta antifascista, camminano idealmente a fianco di altre resistenti che trasformarono la loro casa e loro stesse in un rifugio.

Avere una donna dalla propria parte infatti poteva rappresentare la sola via di sopravvivenza per un dissidente. Emblematico in questo senso il caso di Parma. Il 14 aprile del 1944 un gruppo di partigiani venne catturato sulle montagne della provincia: sommariamente processati, vennero tutti condannati a morte. Le aderenti ai Gruppi difesa della donna però organizzarono una protesta e si fecero trovare fuori dal tribunale il giorno del processo.

La presenza di centinaia di donne che chiedevano a gran voce la liberazione dei compagni provocò la reazione dei tedeschi di stanza a Parma che spararono sulla folla e imprigionarono al carcere di San Francesco molte delle manifestanti. Pochi giorni dopo però giunse un dispaccio nel quale, “per volontà del Duce”, si dichiarava la concessione di grazia a tutti i prigionieri.
Le donne, in questo caso, avevano fatto la differenza e l’avevano fatta con una forma lotta diversa, ma non meno importante, di quella condotta fucile alla mano dalle altre compagne partigiane.

Se infatti l’immagine della donna della Resistenza è, per senso comune, legata a una figura femminile vestita di panni maschili (la donna in divisa, la donna con le armi in mano, la staffetta in sella alla bicicletta), molte resistenti indossarono il grembiule di casa, nascondendo – a sangue freddo e dietro una recita di ordinaria normalità domestica – partigiani nei rifugi in soffitta o nei fienili.

È una storia con la s minuscola, raccontata oralmente, di cui pian piano si va perdendo traccia. Queste donne-rifugio erano, in molti casi, portatrici di una resistenza di carattere “umano” e pre politico, una resistenza di civiltà di fronte alla guerra, che poco aveva a che vedere con gli alti ideali di cui, quasi involontariamente, si sono fatte tramite.

Ricordo il racconto di una di queste donne, una signora che nel dopoguerra si è sposata, ha continuato la sua vita nei campi, una donna che del giornale leggeva solo la pagina “dei morti” e che è andata di rado a votare, per sua stessa ammissione, perché “Tanto queste cose della politica io non le capisco”. Un giorno mentre mi raccontava della guerra, della miseria di quel tempo e dei fratelli al fronte, dal nulla è saltato fuori il ricordo di una serie di “ragazzi” ai quali aveva offerto nella notte un posto dove dormire nella stalla o una tazza di pane col latte. Non stava raccontando la Resistenza e, credo, non si rendesse nemmeno conto di esserne stata parte.

Alla domanda “Ma non aveva paura che i tedeschi la scoprissero e le facessero del male?” mi aveva risposto tranquillamente “Avevano bisogno e io cos’altro potevo fare?”.
Di questi rifugi invisibili, di cui non è rimasta traccia nei libri di storia, fatti di donne che semplicemente “non potevano fare altro” e hanno con questo fatto tutto ciò che bisognava fare, sono piene le famiglie di chi ha salvato e di chi è stato salvato nella Resistenza.

Bibliografia minima

  • A. M. Bruzzone, R. Farina (a cura di), La Resistenza taciuta, Milano, La Pietra, 1976
  • F. Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-1945, Milano, Mazzotta, 1978
  • A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne, 1940-1945, Roma-Bari, Laterza, 1995
  • Marina Addis Saba, “Partigiane. Le donne della resistenza”, Mursia, Milano 199
  • Madelon de Keizer, La ‘resistenza civile’. Note su donne e seconda guerra mondiale, in “Italia contemporanea “, n. 200, 1995