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Joan Didion: dalla vita alla scrittura, e ritorno

Joan Didion: dalla vita alla scrittura, e ritorno

Il 2015 è stato per certi versi l’anno di Joan Didion, o meglio, l’anno del suo rilancio sulle scene, sebbene l’81enne autrice di Sacramento (California) non sia più in attività da qualche tempo. Citata e ripubblicata persino in Italia (dove non ha mai goduto di grande attenzione, tanto che le sue raccolte più importanti di non-fiction sono state tradotte solo negli ultimi anni), con la pubblicazione della biografia The Last Love Song di Tracy Daugherty e soprattutto grazie alla campagna di Céline che l’ha vista testimonial, la scrittrice è diventata s-oggetto di culto, una sorta di celebrità vivente della letteratura.

La campagna di Céline

La campagna di Céline

Curioso che la stessa scrittrice che esordì sulle pagine di Vogue ci sia ritornata, quasi sessant’anni dopo, non più come editorialista, ma come volto di punta per una campagna pubblicitaria, immortalata con un paio di occhiali da sole; ritratta nel suo caschetto di capelli bianchi, la figura minuta e il volto segnato dagli anni, ma con l’allure di una donna che ha molto vissuto e ne ha scritto, senza risparmiarsi. Per Didion di certo si può dire che le scelte di vita, se non di maggiore importanza, vadano di pari passo con la sua carriera di scrittrice.

Esordisce dunque sulle pagine della grande rivista di moda nel 1956, dopo aver vinto il Prix de Paris, una borsa di studio per giovani aspiranti saggiste. Terminati gli studi a Berkeley, la giovane Didion si trasferisce a New York, e per un periodo condivide un destino simile a quello di Sylvia Plath, apprendista presso una rivista femminile, oltre alla residenza nel Barbizon Hotel, albergo per sole donne.

Alla città dedica un racconto memorabile, quasi una dichiarazione d’amore, sulla sua giovinezza e sull’essere ventenni a New York, intitolato Bei tempi addio. “Dovevo restarci solo qualche mese, finii per restare 8 anni”. La parentesi newyorchese, idilliaca e solitaria, finisce quando nel 1964 si trasferisce con il neo sposo John Gregory Dunne, anch’esso scrittore, sulla costa Ovest, dove i due si sistemeranno in una villa nei sobborghi di Los Angeles e cominceranno una carriera di sceneggiatori per Hollywood.

Per quanto gli sforzi creativi di Didion si spostino verso il cinema, è proprio sulla costa Ovest che comincia a dedicarsi a quella forma di scrittura più riuscita e per cui verrà ricordata: reportage immersivi, in cui la prima persona e il punto di vista del giornalista non vengono mai a mancare e anzi costituiscono il perno fondamentale della narrazione.

Testi come Verso Betlemme negli anni ’60 e The White Album nei ’70 costituiscono forse gli esempi più lampanti di quel New Journalism di cui furono esponenti scrittori come Hunter S. Thompson o Tom Wolfe. Didion è l’unica rappresentante femminile e lo fa con uno stile che non imita nessuno.

Passando da un livello soggettivo a un macro contesto sulla realtà che racconta (per esempio mescolando il suo referto psichiatrico alla narrazione frammentata del processo Ferguson, citando insieme una visita allo studio dove i Doors stavano registrando, fino alla nomina di “donna dell’anno” da parte del Los Angeles Times nel 1968) Didion adotta uno stile che diventa subito iconico e perfettamente riassunto nell’incipit del reportage che dà il nome alla raccolta The White Album:

Noi ci raccontiamo delle storie per vivere. […] Interpretiamo ciò che vediamo, selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple. E, soprattutto se siamo scrittori, viviamo grazie all’imposizione di una linea narrativa sulle immagini più disparate, alle “idee” con cui abbiamo imparato a congelare la mutevole fantasmagoria che costituisce la nostra esperienza effettiva (ed. Il Saggiatore 2015, trad. Delfina Vezzoli)

Didion viene scelta come inviata da testate come Life, The New Yorker e The Saturday Evening Post. Viene anche mandata come infitrata “borghese” a raccontare le comunità di hippies che abitano Height Ashbury: lei finisce per giudicarle molto aspramente, additandole come il primo segnale di degenerazione del sogno americano. Il reportage diventa la colonna portante della raccolta Verso Betlemme.

Joan e la sua corvette

Joan e la sua corvette

Didion e il marito adottano nel 1966 una bambina, che chiamano Quintana Roo, e la fama non smette di crescere per entrambi. Didion continua l’attività di sceneggiatrice per film di successo e di scrittrice, producendo romanzi degni di nota come Prendila così e Democracy. Didion è ufficialmente annoverata tra le grandi scrittrici del Novecento americano e niente potrà scalfire la sua fama, anche se nel corso degli anni la sua produzione di non-fiction perde smalto e non vengono toccati i livelli delle sue vecchie raccolte.

Nel 2003 avvenne quello che fu poi la grande tragedia personale per Didion, la donna. La figlia Quintana fu vittima di uno shock settico da polmonite, per cui rimase per 5 mesi in coma e poi morì, a 39 anni. Nello stesso periodo del ricovero della figlia, Didion perse il marito per un attacco cardiaco, mentre erano a pranzo nell’appartamento di New York. Questi eventi divennero il materiale per gli ultimi due libri, L’anno del pensiero magico (2008) e Blue Nights (2011), in cui la scrittura diventa per l’anziana Didion l’unico mezzo per sopravvivere ai suoi cari e al dolore.

Dopo il compimento di due eventi simili, il pensiero diventa da razionale a magico, e l’intervento della parola è come una terapia, un modo per salvarsi e dare un senso alla propria esistenza. Joan Didion ci ricorda quindi l’importanza vitale di una scrittura femminile, della rielaborazione dell’esperienza dolorosa e della reinterpretazione della realtà che ci circonda attraverso il linguaggio e di quanto sia importante dare spazio e ascolto a questa voce.


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