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Jhumpa Lahiri e la frammentarietà della lingua

Jhumpa Lahiri e la frammentarietà della lingua

di Francesca Bellei

C’era una donna, una traduttrice, che voleva essere un’altra persona.

Lahiri_In-altre-paroleCosì comincia il primo racconto scritto in lingua italiana da Jhumpa Lahiri, autrice la cui identità linguistica attraversa ben tre continenti: l’Asia, da cui proviene il bengalese dei genitori e della sua infanzia; l’America, dove l’inglese imparato a scuola l’ha poi portata a vincere nel 1999 il premio Pulitzer per il suo primo libro, L’interprete dei malanni; ed infine, all’interno dell’Europa, l’Italia, il paese in cui ha scelto di vivere, dove si parla la lingua in cui ora ha scelto di scrivere.

Ho conosciuto Lahiri grazie a questo articolo del New Yorker. Dopo averlo letto, ho divorato qualunque sua intervista riuscissi a pescare in rete, e poi sono corsa in libreria a comprare In altre parole, una collezione di articoli e storie brevi che vanno a comporre la sua autobiografia letteraria. Lì Lahiri sviscera le sue scelte linguistiche in un italiano pulito e preciso come un abito appena stirato, i cui impercettibili difetti non erano che segni di qualità, di un lavoro artigianale, lento, fatto a mano.

Le parole italiane vengono paragonate a capi d’abbigliamento da provare e riprovare, finché il risultato allo specchio non è quello che più assomiglia a noi stesse. Del suo vocabolario inizialmente “strampalato” Lahiri dice:

Mi sento vestita in modo strambo, come se portassi una lunga gonna elegante, una maglietta sportiva, un cappello di paglia e un paio di ciabatte.

Nel racconto Lo Scambio, la traduttrice, insoddisfatta della propria vita, va a vivere in un paese straniero, portando con se solo un golfino nero. Un giorno, vagando per la città in cui si è trasferita, si ritrova nell’appartamento di una stilista dove un gruppo di donne si è riunito per provare i nuovi capi, e decide di unirsi a loro:

La traduttrice si tolse il golfino, si spogliò. Cominciò a provare tutti i vestiti della sua taglia, metodicamente, come se fosse un compito.

Nonostante Lahiri abbia impiegato altrettanta disciplina nello scovare parole nuove da sottolineare, copiare ed imparare a memoria, da scrittrice si sente come “una bambina che si intrufola nell’armadio della madre per mettersi le scarpe con i tacchi”.

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Una lingua straniera è sempre più grande di noi, e mentre smaniamo dalla voglia di crescere in fretta per poter indossarla, alla lingua non importa nulla di starci bene addosso. Questo amore, quindi, è destinato a rimanere non corrisposto:

Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me.

Ma cosa succede alla lingua vecchia, quando ci si innamora di una nuova?

In altre parole si apre con una metafora in cui l’apprendimento dell’italiano viene paragonato all’attraversare un lago a nuoto:

Dopo una traversata, la sponda conosciuta diventa la parte opposta: di qua diventa di là.

Il familiare diventa alieno, e ciò che era sconosciuto diviene intimo. Quando le viene richiesto di tradurre un suo testo dall’italiano all’inglese, Lahiri dice di provare “un senso di estraneità”, come se incontrasse un ex per il quale non sente più nulla.

Intenta a provarsi i vestiti nuovi, la traduttrice perde il suo golfino. La stilista riesce a ritrovarlo, ma quando glielo restituisce la traduttrice non lo riconosce più: “Sentiva un incertezza tremenda, che la consumava, che cancellava tutto, che la lasciava senza nulla”.

Dei vestiti nuovi non ne aveva comprato nemmeno uno, poiché “non si sentiva se stessa in quei vestiti”, ma non avendo più neanche il golfino, si può dire che è come se la traduttrice fosse completamente nuda: è “una doppia crisi”.

Spogliandoci della nostra lingua madre, il dilemma che ci troviamo di fronte non è soltanto linguistico, ma identitario: se “penso, dunque sono”, non avere una lingua in cui pensare significa non avere una lingua in cui essere. Il problema forse consiste nel presumere di avere un’identità d’origine innata e monolitica, soprattutto se legata al mutevole concetto di nazionalità; o nel pensare che essa sia qualcosa che ci appartiene piuttosto che qualcosa che viene trovato, accumulato, o forgiato nel corso degli anni.

Esplorando il conflitto tra il bengalese e l’inglese, Lahiri arriva alla conclusione che immergersi nell’italiano le ha dato modo di introdurre un elemento mediatore nella “dinamica di questa coppia litigiosa”. Più che una fuga, l’italiano rappresenta per lei un percorso indipendente dal desiderio di appartenenza sia alla propria famiglia che alla società americana.

Ipotizzando che questo triangolo faccia da cornice al proprio autoritratto, scrive:

Volevo che dentro la cornice ci fosse uno specchio capace di riflettere un’immagine precisa, nitida. Volevo vedere una persona integra, anziché frammentata. Ma questa persona non c’era.

Dove dovrebbe esserci la propria immagine Lahiri teme ci sia soltanto vuoto ed incertezza: ma l’impulso creativo deriva proprio dalla necessità di riempire la cornice, dietro la quale io credo non ci sia uno specchio, ma una tela bianca, e Jhumpa Lahiri ha in mano tutti i pennelli.


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