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Jessie Tarbox: la prima fotogiornalista americana

Jessie Tarbox: la prima fotogiornalista americana

Ci sono donne a cui penso con stupore, donne che nella propria vita hanno saputo attuare delle piccole importantissime rivoluzioni, infilando la scarpa nello spiraglio della porta che separa consuetudine e possibilità.

La fotogiornalista Jessie Tarbox Beals è tra queste. Fu la prima donna al mondo a pubblicare le proprie foto su un giornale, ma non è questo che la rende speciale. La rende speciale la libertà con cui seppe muoversi in una realtà ipercondizionata e ipercondizionante. La sua è una storia fatta di intuizione e curiosità, audacia, determinatezza, resistenza, mobilità, indipendenza. Dove la capacità di cogliere le occasioni si intreccia a quella di crearle.

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Nacque ad Hamilton, in Ontario, nel 1870. Della sua famiglia si sa poco: il padre, venditore di macchine da cucire, subì una grave perdita finanziaria che lo portò ad un pesante alcolismo. La madre decise di cacciarlo di casa e, per mantenere i figli, vendette alcune proprietà e si mise in proprio come ricamatrice.

Tarbox, studentessa brillante, iniziò a lavorare a diciassette anni come insegnante in una piccola scuola composta da una sola stanza a Williamsburg, in Massachussetts. Fu il caso a farle capitare in mano la sua prima macchina fotografica: la vinse partecipando a un concorso promosso dalla rivista Youth’s Companion. Immaginava in quel momento che significato avrebbe assunto per lei guardare il mondo da dietro un obiettivo? Probabilmente no, ma volle assecondare la propria curiosità.

Nonostante la fotografia fosse considerata un’attività esclusivamente maschile, e nonostante il mezzo a disposizione fosse piuttosto rudimentale e scadente, iniziò a esercitarsi immortalando i propri alunni e i dintorni.

Dopo qualche anno comprò una Kodak e aprì di fronte alla propria abitazione uno studio, il primo della cittadina, coinvolgendo il neosposo Alfred Beals nella propria passione. Lei gli insegnò i rudimenti della camera oscura e della stampa e lui divenne il suo assistente.

Nel 1899 arrivò il primo incarico per un giornale: il Boston Post voleva un reportage sulla prigione. Questo lavoro – tutt’altro che comodo, considerato il soggetto e l’ambiente, sicuramente poco usale per una signora dell’epoca – trasformò Tarbox nella prima fotogiornalista americana, impegnata da quel momento in poi per il Buffalo Inquirer e numerosi altri quotidiani.

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Esposizione Mondiale di St. Louis, 1904: Jessie Tarbox sale in cima ad una scala per scattare delle fotografie

Tra i suoi servizi più famosi vale la pena ricordare quello per l’Air Show organizzato all’Esposizione Universale di Saint Louis del 1904. La fiera ospitò i primi tentativi di volo aereo, mongolfiere, primordiali aeroplani e dirigibili. Tarbox riuscì con difficoltà ad ottenere il permesso di lavorare lì ma, una volta ottenuto, usò l’occasione non solo per documentare un momento storico irripetibile ma anche per accrescere il proprio appeal sul mercato. Ai suoi albori, il fotogiornalismo era una professione anonima, nessuno si aspettava di essere riconosciuto per le proprie immagini: lei si infilò di soppiatto in una mongolfiera e i suoi lavori divennero i più richiesti dell’intero show.

Ci sono altri aneddoti che testimoniano la sua determinazione e spudoratezza. Se a Saint Louis si “limitò” ad arrestare un colonnello e le sue truppe in parata per realizzare uno scatto e a catturare il presidente Roosevelt in una candid, in altre occasioni fu ancora più audace. A un importante processo per omicidio svoltosi a Buffalo, non fermandosi di fronte a un “vietato entrare”, rubò la foto dei presenti in tribunale spostando un mobile e arrampicandoci sopra, spiando la scena da una finestrella. L’espediente le meritò cinque colonne sulla prima pagina del giorno dopo.

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Theodore ed Edith Roosevelt nello scatto di Tarbox

Nel 1905 si trasferì a New York e aprì un suo studio. In quel periodo immortalò celebrità, scrittori e artisti ma anche politici, come il presidente William Howard Taft e Mark Twain. Il suo compenso era lo stesso dei ritrattisti più affermati, ma in tanti preferivano il suo stile asciutto, lontano dal pittoricismo. Lei sceglieva luci affilate e se poteva portava i propri soggetti a posare nel proprio ambiente, adattandosi alle circostanze che trovava.

Parallelamente si dedicava a reportage di rilevanza sociale. Realizzò una serie dedicata alle suffragette e alle donne che lavorano, in quegli anni considerate figure assolutamente anomale e originali. Altre energie le dedicò agli slum della Grande Mela: alle sue case popolari fredde e affollate, agli immigrati, ai bambini che vendono i giornali o lustrano le scarpe ai passanti.

Nel 1911 Tarbox divenne madre di una bambina, Nanette, ma conciliare carriera e famiglia non fu semplice. La figlia era spesso ammalata e venne affidata ad amici e parenti, soprattutto dopo il 1917, anno in cui la “coppia atipica” esplose: Alfred dubitava della sua paternità. Cosa poteva significare per una donna dei primi del Novecento la fine del matrimonio? Sicuramente non deve essere stato un passaggio facile, e a maggior ragione stupisce che nello stesso anno della separazione Tarbox abbia voluto scommettere di nuovo: trasferirsi al Greenwich Village e aprire in Sheridan Square una galleria d’arte.

Bambini di strada a New York, 1918 -19

Bambini di strada a New York, 1918 -19

Spaghettata alla tavola calda di Grace Godwin, Greenwich Village, 1917-18

Alice siede vicino al fuoco, 1917

Alice siede vicino al fuoco, 1917

Quegli anni lei li spese a documentare la società che la circondava, quelle delle sale da the e dei club esclusivi, cronaca urbana e bohemien, pubblicata da Vogue, Town and Country, Harper’s Bazaar, The Ladies Home Journal. Tante sue fotografie si trasformano in cartoline, simbolo di quella che veniva considerata la vita moderna.

Grazie a Dio ho avuto una forza anormale, le donne solamente femminili, delicate, fatte di porcellana non vanno da nessuna parte negli affari e nella vita professionale. Loro si sposano i milionari, se sono fortunate. Ma se una donna deve procedere assieme agli uomini, deve essere autenticamente maschile.

Così scriveva Tarbox nel suo diario, facendo probabilmente riferimento alla forza che la sua carriera le richiedeva. Da un lato spalle e braccia robuste: le attrezzature che si portava appresso erano pesanti e ingombranti, a maggior ragione se si considera l’abbigliamento che comprendeva corpetti e costrizioni varie. Dall’altro lato la motivazione che, soprattutto una volta divenuta madre, ha dovuto trovare per proseguire il proprio percorso, per superare il dispiacere di non poter cullare la propria bambina – come raccontò in un’intervista – di non cantarle ninna nanne prima di andare a letto, perché costretta alla lontananza.

Il riavvicinamento tra madre e figlia arrivò quando Nanette aveva diciassette anni, e si trasferì assieme alla madre in California, dove le due per la prima volta abitarono sotto il suo stesso tetto. Seguirono anni movimentati, anche perché nel frattempo lavorare nel fotogiornalismo era diventato sempre più difficile a causa della concorrenza che cresceva.

La vocazione al fotogiornalismo per una donna è qualcosa di innovativo. Offre una grande spinta a sviluppare la propria curiosità ma anche al profitto. Se una possiede salute e forza, un istinto per le buone notizie… un vestito adatto alla fotografia e l’abilità di intercettare il momento buono, che è la qualità più necessaria tra tutte, allora può essere una fotogiornalista.

– Tarbox nel 1904 su The Focus.

Morì nel 1942, a settantuno anni, a New York, nel reparto di carità dell’ospedale di Bellevue. Il suo nome fu resuscitato dall’oblio solo nel 1978 grazie alla biografia pubblicata da Alexander Alland, che per primo provò a raccogliere e organizzare i suoi scatti, la maggior parte dei quali però è andata persa. Tarbox, sempre in movimento, aveva sempre avuto altri pensieri in testa, troppi per curarsi anche di conservare i negativi.


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