Il primo blog di cui ho memoria risale a settembre del 2006: perso insieme alla scomparsa di Splinder, si intitolava Anche io ho un lato oscuro e si riproponeva di raccontare tutti i turbamenti della mia anima. Tale scelta di poetica era motivata non tanto dal fatto che avessi particolari turbamenti d’animo, quanto che l’unica persona che conoscevo in grado di fare template per blog era la mia compagna di banco, che al tempo faceva unicamente grafiche in stile dark/goth/piene di sangue che colava da ogni parte. Per quanto mi avesse assicurato che non c’era problema e che potevo scrivere sul mio blog quello che volevo, mi sembrava un pochino inopportuno parlare della mia gioia di vivere su un sito dove il puntatore del mouse diventava un pipistrello e la scritta sull’header diceva qualcosa come “Saluti dall’inferno”.

Non ricordo di preciso come mai – quasi dieci anni fa – ho iniziato a scrivere i miei pensieri su internet, ma ricordo abbastanza nettamente l’avvento dell’ADSL nella mia vita: dopo anni passati a utilizzare il computer di mio padre, nello studio di mio padre, sotto la supervisione di mio padre, e averci fatto ricerche scolastiche abbastanza inutili, ecco che magicamente avevo tutto il tempo che volevo per navigare in rete e persino un portatile datato (andava benissimo perché a sedici anni per me il computer era una macchina da scrivere, che chiudeva un occhio sulla mia brutta grafia e mi faceva scegliere i font più carini da utilizzare – il fatto che trovassi il Comics Sans MS verde veronese il massimo della vita ecco, è un altro paio di maniche).

Tutto quello che conoscevo erano i programmi di videoscrittura, su cui scrivevo racconti improbabili che proteggevo con password allucinate (qualora gliene fosse importato qualcosa a qualcuno) e, nei momenti in cui mi sentivo particolarmente curiosa cercavo online informazioni fondamentali, ad esempio i cognomi più diffusi in Austria o come funzionava l’audizione per essere ammessi all’Accademia d’Arte Drammatica.

Tenere un blog per me era l’evoluzione naturale del mio diario di carta, iniziato in quarta elementare sull’agenda con il lucchetto che mi venne regalata per la Comunione, continuato fino al terzo anno di superiori su qualsiasi blocco trovassi.
Mettere i più reconditi segreti della mia anima online, sia che fosse sul blog con il template che grondava sangue che su quelli che vennero in seguito, non mi creava nessun tipo di imbarazzo o di problema: per me, parlare a tutti in generale era un po’ come parlare a nessuno.

Scrivevo delle mie paturnie, delle persone della mia vita che si trasformavano in personaggi, dei miei sogni e delle mie riflessioni, dal senso profondo dell’esistenza al perché non riuscissi a farmi una French Manicure decente utilizzando lo scotch (spoiler: imparai soltanto quando smisi di usare suddetto scotch e passai al pennarellino bianco). Scrivevo per mettere ordine, scrivevo del mio mondo. Quello che non avevo previsto realmente era che qualcuno leggesse.

Mettersi completamente a nudo su internet era qualcosa che razionalmente non avrei mai creduto di poter e voler fare. Eppure, stava funzionando. Al tempo, da ragazza che non voleva darsi una calmata bloccata in un paesino tanto carino ma completamente scollegato dal resto del mondo, scherzavo dicendo che era “la bottiglia con la richiesta di aiuto lanciata in mezzo al mare”.

internet-illustrazione

Illustrazione di Claudia Maestrini

Ogni tanto qualcuno la trovava, leggeva e poi mi rispondeva. Trovavo altre storie, altre persone, altre realtà, dalla ragazza tanto più grande di me che già lavorava e stava per sposarsi, a chi faceva ancora il liceo e aveva interessi opposti ai miei. C’erano persone che trovavo molto simpatiche, altre così brillanti da intimidirmi, altre ancora che non sopportavo nemmeno via chat, ma conversazione dopo conversazione facevo conoscenza con delle realtà che mi erano completamente estranee, situazioni familiari totalmente diverse dalla mia, città che non avevo mai visto. Mi raccontavano di libri che non avevo mai letto, di musica che non avevo mai ascoltato e di posti che non avevo mai visto, lasciandomi fare lo stesso. Mano a mano, il mio computer si riempiva di canzoni che da sola non avrei mai scelto, di storie che mai avrei pensato di leggere: insieme alla mia capacità di scrittura, migliorava anche la mia comprensione del mondo.

Con qualcuno finiva così, in un paio di commenti; con qualcun altro scambiavo l’indirizzo e-mail, il contatto sul tanto compianto MSN, il numero di telefono e, in barba a ogni invito alla prudenza che mi avevano fatto i miei genitori, perché prima dell’avvento di Facebook utilizzare su internet il proprio nome vero era una cosa turpe, a quanto pare rischiavi di venire ucciso per telepatia, finivamo per incontrarci davvero.

Prima dell’avvento di internet nella mia vita, il mio mondo era veramente molto piccolo: uscivo perlopiù con le mie compagne di classe, delle ragazze molto carine e molto brave, mediamente molto più responsabili di me. Ci piacevano le stesse cose, leggevamo gli stessi libri, ascoltavamo la stessa musica, ci scambiavamo messaggi in codice nei quali ci raccontavamo le nostre cotte improbabili, ma per qualche motivo mi sembrava di non riuscire ad andare mai a fondo. Frequentavamo tutte il liceo classico, in una classe prevalentemente femminile, le nostre famiglie erano tutte abbastanza simili, ci piacevano e sognavamo cose diverse ma avevamo una visione del mondo abbastanza simile, in cui ci saremo realizzate, innamorate e vissute per sempre felici e contente.

Io amavo infinitamente le mie amiche di scuola e stavo bene con loro, ma come tante altre persone cresciute dalle parti bruciavo anche dal desiderio di vedere cosa ci fosse oltre i confini della mia valle – ecco, senza nemmeno bisogno di scappare dalla finestra di casa troppo spesso mi veniva data la possibilità di farlo. Ovviamente non era la stessa cosa che uscire davvero nel mondo, ma intanto sapere che esistevano modi di vivere alternativi al mio, altre realtà e altri problemi credo sia stato significativo nella mia formazione personale, nonché determinante nello spingermi – in seguito, quando ne ho avuto la possibilità – verso l’amore per i viaggi e per le lingue.

Per quanto sembri un controsenso, essermi apparentemente allontanata da quella che era la realtà del mio quotidiano è servito a spingermici dentro. Tuttora, non credo che sarei mai riuscita a tenere i contatti in tempo quasi reale con gli amici che vivono dall’altra parte mondo, o a dedicarmi al femminismo. Anzi, molto probabilmente senza il confronto in spazi come questo di Soft Revolution, probabilmente non avrei nemmeno saputo cosa fosse effettivamente il femminismo intersezionale, visto che sono cresciuta circondata da persone convintissime che fosse il corrispettivo del maschilismo, nient’altro che misandria. Anche con il sostegno delle altre ragazze, giorno per giorno cerco di compiere la mia piccola rivoluzione, spiegando alle persone che incontro per strada che non è così.

Per questo, mi sento in dovere di intervenire quando sento le persone che demonizzano internet, attribuendo ai social e ai selfie la colpa di tutti i mali del mondo, invocando un mondo libero dalla connessione dati. Internet è solo uno strumento, che – come ogni strumento – riflette il comportamento di chi lo usa. A me è servito moltissimo per allargare i miei orizzonti e spero che questa esperienza possa replicarsi per chiunque.