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Oltre l’asterisco: cambiare la lingua per re...

Oltre l’asterisco: cambiare la lingua per renderla più inclusiva

Negli ultimi tempi, si sono fatti dei passi in avanti nel riconoscimento di un genere neutro, come ad esempio il conferimento ufficiale dello status neutro a una persona intersessuale di 64 anni in Francia (che si accoda quindi a Germania, Australia, India e Nepal nel riconoscimento di una terza opzione in questo campo), o la presa di posizione del Consiglio d’Europa contro operazioni chirurgiche su bambin* nat* con caratteristiche sessuali miste volte a definirne il sesso.

Sasha Fleschman posa in “Genderqueer”, progetto fotografico di Chloe Aftel

Il genere neutro: come lo usano le altre lingue, come lo usa l’italiano

È necessario creare un linguaggio che possa essere inclusivo per le persone che non si riconoscono nel binario di genere. L’inglese, il francese e lo svedese prevedono pronomi neutri con un grado più o meno forte di utilizzo: in svedese, hen è entrato nel linguaggio; in inglese si sono imposti abbastanza facilmente ze o they/them, (qui un articolo della BBC con ulteriori proposte), grazie anche all’alto numero di persone che li utilizzano; in francese si discute dei vari pronomi possibili, primi fra tutti yel/iel.

Quando ci rivolgiamo ad esempio a un gruppo misto, in italiano si utilizza solitamente il maschile “neutro”. Questo maschile, però, è problematico per due motivi. Primo, il maschile inclusivo è sessista. È abbastanza assurdo, nonché problematico, usare la forma maschile se si sta parlando di un gruppo in cui magari la schiacciante maggioranza è femminile. Secondo, coloro di cui si sta parlando non sono maschi. Usare il maschile sarebbe quindi imporre un genere a chi non ha genere, o almeno, non uno preesistente secondo i canoni binari.

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Marilyn (foto di Chloe Aftel)

Per quanto riguarda la creazione di un pronome neutro, l’italiano è per il momento sprovvisto di proposte. Si potrebbe utilizzare il pronome “essi“, calcando l’inglese, oppure cercare in un qualche dialetto un possibile pronome neutro, come hanno fatto i francesi prendendo il pronome “ol” dal dialetto del Poitou.

Le possibili soluzioni alternative finora trovate sono l’asterisco che vedete spesso su Soft Revolution, oppure la chiocciola (ragazz@, usato ad esempio qui) che creano un linguaggio neutro e quindi il più possibile inclusivo. Eventualmente si potrebbero utilizzare i sostantivi epiceni, cioè privi di marca di genere (ad esempio, “le persone”) o cercare forme alternative (“gli elettori” può diventare “chi è andato a votare”).

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Edie (foto di Chloe Aftel)

Il punto di tutta questa linguistica spicciola è che è fondamentale che anche le identità non binarie trovino uno spazio e una maniera nuova di esprimersi nella lingua. Uno spazio proprio, creato apposta, che le rappresenti.

Generare un nuovo pronome (ed eventualmente una desinenza di genere per la declinazione di aggettivi e varie) non è un optional e neanche una questione di “praticità”. La lingua è un mezzo potentissimo, molto più di quello che si pensa, per creare e scolpire la mentalità del popolo che l’utilizza.

La lingua può e, se necessario, deve essere cambiata a tavolino per diventare più inclusiva, più aperta e più tollerante: se Vaugelas nel 1700 ha arbitrariamente deciso che in francese il maschile avrebbe marcato il plurale nella frase al posto del femminile perché più “nobile” (e milioni di francofoni ancora oggi seguono la sua arbitraria decisione), allora la lingua si può modificare anche per accogliere chi al momento non ha rappresentanza. Le etichette e le definizioni sono importanti, se autoproclamate dal gruppo che le deve usare: lasciate intersessuali, agender, genderqueer decidere del proprio linguaggio.


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  1. Luca Boschetto

    9 febbraio

    Bella l’idea di creare un pronome neutro. Più problematica la questione di creare una desinenza neutra: purtroppo il numero di vocali nella nostra lingua è limitato e quattro (principali, se accorpiamo aperte e chiuse) su cinque sono già utilizzate rispettivamente per il maschile e il femminile singolare e plurale.

    E allora? E allora forse è il caso di ricorrere ad altre vocali che, per quanto non presenti nella nostra lingua, sono comunque presenti sul suolo italofono nei suoi dialetti.

    Per quanto difficile possa sembrare, lo è solo per via dell’abitudine. E le abitudini, come la lingua, possono cambiare.

    Faccio un’umile proposta qui: https://goo.gl/OxJApV

  2. M.

    12 febbraio

    Faccio solo notare che “essi” è pur sempre un maschile, dove “esse” è il femminile. Non vedo come possa essere un miglioramento per la nostra lingua, se invece per l’inglese la neutralità di they è stata risolutoria.

    In aggiunta a ciò, come scrive Luca Boschetti, il problema va oltre il pronome. Purtroppo la nostra è una lingua fortemente gendered, e vedo molto difficile smontarne l’intera struttura; tanto più che i cambiamenti linguistici sono efficaci soprattutto se sono spontanei, e devono essere largamente accettati, non basta solo che siano etici e illuminati dall’ideale.

    Pensiamo al caso dell’Esperanto: una perfetta lingua comune, creata per non scontentare nessuno e non imporre alcuna cultura o lingua come prioritaria sulle altre… peccato che sia rimasta nel cassetto.
    L’inglese invece si è trovato a diventare lingua comune in maniera spontanea, in base a complessi fattori culturali, economici e geopolitici, e nel fare ciò è stato in un certo modo espropriato dalle sue qualità regionali e nazionali, proprio per il fatto che viene usato quotidianamente da svariati milioni di persone ‘non native’. (Non sono una linguista ma questa è l’opinione informata che mi sono fatta della questione).

    Potrebbe quindi essere utile, invece di aggiungere sfumature, togliere invece significatività a quel che è già in uso: ‘degenderizzare’ il maschile e femminile della nostra lingua fino a che possano essere usati intercambiabilmente, proprio come l’inglese viene ‘denazionalizzato’ nel momento in cui diventa strumento di comunicazione globale. Esattamente come quando diciamo ‘la sedia’, il fatto che ‘sedia’ sia in italiano un nome femminile è assolutamente ininfluente rispetto al suo significato e applicabilità. Sicuramente rimarranno delle tracce, ma se smetteremo col tempo di attribuirgli rilevanza rimarranno pane per storici e critici della lingua, e non molto altro.

  3. D.

    14 febbraio

    Quoto M. su tutto quello che ha scritto. In particolar modo, viene fatto l’esempio di “persone” come sostantivo privo di marca di genere. Il fatto che venga concordato esclusivamente al femminile (una bella persona, delle belle persone) non viene associato davvero a una connotazione femminile, tanto siamo abituati ad usarlo.

  4. bonnie

    17 febbraio

    Infatti è una delle soluzioni attualmente applicabili. Il punto è che prima o poi nel discorso si dovrà usare un qualche tipo di pronome (sfido a scrivere la maggior parte degli articoli solo con una redazione epicena). Sinceramente anche io non sono d’accordissimo con ‘essi’, sia perchè è maschile (e quindi già marcato) ma soprattutto perchè è un calco dall’inglese che non ha spiegazione grammaticale in italiano (they per esempio può essere effettivamente usato come singolare, al di là del suo ‘nuovo’ utilizzo neutro). Condivido infatti le proposte di Luca Boschetto! Sono anche d’accordo con il fatto che si possa creare una nuova desinenza, nonostante sappia benissimo quanto la nostra lingua sia marcata. Per far ciò però c’è però bisogno di un riconoscimento generale della problematica da parte delle istituzioni linguistiche: banalmente, anche sono una direttiva dell’Accademia della Crusca potrebbe aiutare (in Svezia il neutro ‘hen’ era in disuso fino a che l’Accademia non l’ha riproposto). Lo so che in Italia una direttiva simile sarà difficilmente emanata, ma è comunque una problematica di cui secondo me si dovrebbe parlare perchè non solo dimostra come certe minoranze siano senza rappresentazione linguistica, ma anche perchè descrive molto bene come la nostra lingua sia fondamentalmente improntata sul maschile, senza nemmeno che ce ne rendiamo conto.
    Aggiungo che i cambiamenti linguistici non sempre sono spontanei, vedi le varie riforme linguistiche attuate (es. quella relativa al portoghese che ha imposto in Portogallo la norma brasiliana) che hanno avuto seguito.

  5. pixelrust

    19 febbraio

    Una regola demente dice che per i gruppi di genere misto si deve usare il maschile se nel gruppo c’è un uomo, anche soltanto uno.

    È una regola ingiusta ma ci siamo tutte abituate.

    Da un po’, io (maschio) uso il femminile per i gruppi di genere misto se nel gruppo c’è una donna, anche soltanto una.

    A volte questo suscita reazioni perplesse, ma spesso la gente si rende conto da sola che è in primo luogo la regola originale a essere ingiusta.

  6. garunzius

    22 febbraio

    ciao! un’altra possibilità, almeno in certi casi, è di usare sia il maschile che il femminile quando si parla di gruppi composti sia di maschi che di femmine (alla “signore e signori”): nell’articolo leggevo di sostituire “gli elettori” con “chi è andato a votare” (nb, il participio passato è declinato al maschile); si potrebbe dire “gli elettori e le elettrici”; invece di “tutti i bambini che compongono la classe” “tutti i bambini e le bambine che ecc.”, invece di “i giovani di oggi” (che però, secondo me, è percepito come un’espressione neutra, come “le persone”) con “i ragazzi e le ragazze di oggi” “i lettori di quotidiani” con “i lettori e le lettrici di quotidiani”…

  7. Davide

    3 marzo

    Ogni tentativo di imporre cambiamenti linguistici dall’alto è destinata a finire nel ridicolo, come ben dimostra il caso del fascismo. Figuriamoci poi un mutamento così radicale come l’introduzione di un nuovo genere. Nello specifico sull’uso dell’asterisco preferisco non commentare neppure, dato che distrugge la scorrevolezza stessa della prosa.

    Ciò premesso alla base di questa battaglia contro il supposto sessismo linguistico, c’è un grande fraintendimento, come ben dimostra il riferimento iniziale al caso dei transgender (a proposito: assolutamente d’accordo sulla necessità di porre fine all’abominio delle operazioni chirurgiche effettuate sui bambini con caratteri misti!). La lingua, presa di per sé, è neutra, a differenza, ovviamente, dell’uso che se ne fa. Nello specifico, il genere grammaticale è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con il genere naturale, come dimostra il fatto che la coincidenza tra i due è del tutto occasionale e limitata a particolari classi di parole. L’orologio è maschile, non maschio, così come la sedia è femminile e non femmina. O forse vogliamo protestare perché il coraggio è maschile e la paura è femminile o, al contrario, perché la gioia è femminile e il dolore è maschile? La lingua italiana di solito usa il genere grammaticale (e sottolineo grammaticale) maschile nei casi in cui il genere naturale è indeterminato: “cittadini” indica gli abitanti di una nazione in generale, tanto maschi che femmine. Nel caso degli animali ci sono, però, anche situazioni opposte (le zebre, le formiche, le rondini). Si tratta di un problema che discende dall’imprescindibile capacità astrattiva della lingua e non ha nulla a che vedere con le discriminazioni di genere. Che purtroppo ci sono, ma sono altre e ben più gravi delle supposte discriminazioni linguistiche.

    Quanto invece al caso specifico delle professioni, siamo proprio convinti che tutta questa invocata ostentazione del genere sia meno discriminatoria? A me non sembra. Se vado dal medico o dal dentista personalmente non sento alcuna esigenza di sapere se è uomo o donna: quello che mi interessa è unicamente la sua professione (e ovviamente la sua professionalità). Lo stesso discorso vale per un sindaco, un ministro o un presidente: il genere naturale è irrilevante, ciò che conta è la funzione istituzionale ricoperta dal soggetto. Perché voler a tutti i costi far sapere il genere? Non è proprio questa volontà di segnarlo, quasi di marcarlo a fuoco ad essere di per sé ghetizzante e discriminatoria?

  8. Anonimo

    20 ottobre

    Invece di “essi” , che è maschile, usate “loro”… i problemi arrivano con i tempi composti perché i participi si devono accordare…

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