La prima storia di oggi è una fiaba. In questa fiaba, la figlia del Re delle fate sogna il mondo degli umani. Ne sogna la consistenza, il profumo, il colore, fino a fuggire dal proprio regno ed entrare nel nostro, dove farà esperienza della corporeità e dove alla fine, come tutte le cose corporee, morirà.

La seconda è una vicenda comunque inventata, ma che potrebbe essere decisamente vera. In questa storia, una bambina orfana di padre si ritrova come patrigno un generale franchista. Siamo nel 1944, la guerra civile spagnola ha visto la sconfitta dei repubblicani e il patrigno della bambina ha il compito di schiacciare le ultime sacche di resistenza rimaste nelle montagne. Dalla realtà di questo patrigno distante, iracondo e temibile la bambina vuole soltanto scappare ma, quando si ritrova coinvolta quasi per caso nella resistenza, il mondo degli adulti la schiaccia, fino a portarla alla morte.

Se a prima vista ravvisate poche connessioni tra queste due storie, potrete forse cogliere il coraggio dell’autore che ha scelto di raccontarle entrambe nella stessa opera, cercando di dare la stessa dignità ad entrambe. Guillermo del Toro, in Il labirinto del fauno, fa proprio questo: da un lato racconta un pezzo di storia spagnola dagli occhi di una bambina, dall’altro racconta la vita interiore della bambina attraverso la lente di un pezzo di storia, riuscendo a non mancare di rispetto né all’una né all’altra.

Intendiamoci: Il labirinto del fauno non è un film perfetto, ma ha l’onestà e l’urgenza di una storia che voleva essere raccontata, e in questo trova una sua dolorosa bellezza. Ma andiamo con ordine.

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Ofelia (l’attrice spagnola Ivana Baquero)

La nostra protagonista si chiama Ofelia, che è un po’ un enorme spoiler per chiunque abbia una minima familiarità con Shakespeare: le ragazzine che si chiamano Ofelia rimangono incastrate in un mondo più grande di loro e muoiono, solitamente, quindi non lamentatevi se non l’avevate capito da soli, che questa storia non poteva avere un lieto fine.

Arrivata tra le montagne dove la madre la porta per raggiungere il suo nuovo marito, Ofelia incontra una fata, il suo primo legame con un mondo altro. A questo punto, la vita di Ofelia si sdoppia. Nel mondo vero è una creatura marginale, ignorata sia dalla madre, in balìa di una gravidanza difficile, sia dal patrigno, che desidera solo la venuta di un erede maschio. Nel mondo fiabesco col quale è entrata in contatto, invece, è una principessa perduta e intensamente desiderata: niente di strano che preferisca la seconda realtà alla prima e che, pur di essere riammessa nel proprio regno, accetti di cimentarsi con tre magiche prove.

Presentata così, questa sembra una storia d’evasione: a un mondo negativo, quello reale, si sovrappone un mondo fiabesco e privo di dolore. La singolarità del Labirinto del fauno, però, entra in scena qui: la creatura che propone le prove a Ofelia, il fauno del titolo, è stranamente inquietante; le prove sono costellate di orrori; il regno delle fate è detto mondo sotterraneo, e se la cosa vi ricorda la morte, beh, non siete da soli.

Man mano che seguiamo Ofelia nel suo avvicinarsi al regno sotterraneo, appare chiaro che del nostro mondo quest’ultimo è il rovescio, certo, ma anche lo specchio. Ed è con questa consapevolezza che si arriva al finale, nel quale Ofelia può ottenere il ritorno – il trionfo – solo sacrificando sé stessa per salvare un altro.

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Il fauno e Ofelia

La prima volta che ho visto questo film, ho pianto di rabbia. Il senso di sconfitta che mi ha avvolta nello scoprire che, in questa storia, l’unica salvezza riservata a una bambina è la morte mi ha schiacciata. Al tempo, ho istintivamente ricondotto questo dolore bruciante alla verità storica della Spagna franchista: l’unico fascismo del Novecento che ha trionfato imperturbato, consegnando alla storia la consapevolezza che la resistenza può essere giusta e venire sconfitta lo stesso. Quando ho pensato di scrivere di Labirinto del Fauno, erano queste le idee che avevo in mente.

Poi ho rivisto il film, e la persona che era con me mi ha invitata a guardare oltre Ofelia. È stato allora che ho scoperto Mercedes, la governante della casa: una donna capace di mormorare una ninnananna a Ofelia con la stessa naturalezza con cui mutila un torturatore franchista. Se Ofelia è in bilico con un mondo altro fino a fondersi con una creatura delle fiabe, Mercedes è tutta radicata nella realtà: la vediamo affaccendarsi nei lavori domestici e dirigere i lavori del resto della servitù con autorevolezza, e allo stesso modo la vediamo salire alle montagne, partecipare alla resistenza, combattere attivamente per una causa che la storia condannerà alla sconfitta, ma che in lei vibra di tutta la sua luminosa bellezza.

Se Ofelia muore pur di non consegnare il fratellino neonato al suo sanguinario patrigno, sarà Mercedes a sottrarre il neonato all’uomo e a condannare quest’ultimo non solo alla morte, ma all’oblio. Tra le braccia di Mercedes, il sacrificio di Ofelia mi è apparso di colpo molto meno vano. Non è quindi di un film di sconfitta che credo d’avervi parlato in questo articolo. Il labirinto del fauno è un film di resistenza, o meglio, un film sul valore di resistere anche quando si teme di non vincere. Mi sbaglierò, ma mi sembra proprio il tipo di storia di cui abbiamo bisogno ora.

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Mercedes (Maribel Verdú) e Ofelia