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I 70 anni del suffragio femminile in Italia

I 70 anni del suffragio femminile in Italia

Noi donne abbiamo fatto molti passi verso la parità, possiamo votare… dal 1982, mi sembra… possiamo portare i pantaloni, guidare di notte…

– Ellen Degeneres, introducendo il suo monologo sulle utilissime penne Bic dedicate alle donne

Quest’anno abbiamo festeggiato i 70 anni di voto femminile. Dall'”alto” dei suoi 70 anni, questa è una delle più vecchie conquiste per l’uguaglianza ottenute dalle donne italiane nel dopoguerra. A fare i conti, il congedo di maternità ce l’abbiamo da 66 anni (1950), la possibilità di ricoprire tutte le professioni da 56 (1960), quella di entrare in magistratura da 53 (1963), di divorziare da 42 (1974), di abortire da 38 (1978), sopravvivere all’adulterio ed evitare di dover sposare chi ci stupra da 35 (1981).

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Cos’è successo 70 anni fa?

Nel 1946 è stato introdotto nel nostro Paese il suffragio femminile, il diritto al voto per le donne che avessero compiuto almeno 21 anni (si abbasserà a 18, la soglia, soltanto nel 1975).
Un risultato conquistato a fatica. Nel 1945, con l’approvazione del Consiglio dei Ministri era entrato in vigore il decreto legislativo luogotenenziale che garantiva il diritto al voto alle donne, ma con una mancanza grave. Nella fretta, infatti, si erano dimenticati di decretare l’eleggibilità passiva, e ciò impediva alle donne di essere votate: rimediarono successivamente, in tempo per la primavera dell’anno successivo.

La prima occasione per esercitare questo diritto furono le elezioni amministrative del 10 marzo 1946. Si votava però in 400 comuni. Solo il successivo 2 giugno tale diritto fu effettivamente celebrato, a livello nazionale, con il referendum per monarchia o repubblica. Quel giorno si recò ai seggi circa l’82% delle aventi diritto: una folla di ragazze, mamme, nonne, impiegate, operaie, suore faceva la fila per eleggere i deputati dell’Assemblea costituente e scegliere la forma istituzionale del Paese. A Sud e nelle Isole le elettrici furono più numerose degli elettori.

C’era chi si era presentata con largo anticipo, temendo che potessero ripensarci e impedirle l’effettivo esercizio, e c’era chi andava ai seggi con lo sgabello, per potersi mettere comoda mentre sfoltiva la fila. C’era chi andava da sola, perché il marito era a lavoro, e chi andava in massa con gli amici. E c’era chi, come lo scrittore Marino Moretti, si lamentava che con tutte queste donne “pareva d’essere… il solo gallo in un arruffato pollaio”.

Il Corriere della Sera di quel giorno, titolando “Senza rossetto nella cabina elettorale”, invitava con una piroetta passivo-aggressiva a recarsi alle urne senza trucco sulle labbra, con la scusante che le tessere dovevano essere sigillate con la saliva prima di essere riconsegnate ed eventuali “segni” di riconoscimento era meglio scongiurarli. Però il rossetto si poteva tenere in borsetta, “per ravvivare le labbra fuori dal seggio”.

Sapevano cosa fare, queste donne al voto per la prima volta? In una testimonianza, la giornalista Anna Garofalo (autrice de L’italiana in Italia, Laterza 1956) ricorda che avevano “tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame” e ripassavano a mente la lezione: “quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore”.
In Donne della Repubblica (Mulino, 2016), raccolta di articoli del collettivo Controparola, viene ricordato che per “milioni di italiane [votare] era una novità assoluta” e “le modalità del voto, i fogli, le urne, i seggi erano del tutto sconosciuti”. Un ruolo fondamentale l’avrebbero avuto in tal senso le educatrici al voto, donne armate di pazienza e biciclette resistenti che avevano percorso la penisola per sensibilizzare le meno esperte sul senso della Democrazia e l’importanza del voto.
 

Le madri costituenti

Per l’assemblea costituente c’erano oltre 200 candidate; ne vennero elette 21 (in un Parlamento di 556). Le “madri costituenti”, così le ricordiamo ora, rappresentavano partiti diversi (Democrazia Cristiana e Partito Comunista per la maggior parte, Partito Socialista e Uomo Qualunque le altre), ma lavorarono assieme per il bene comune e per i diritti che le donne volevano vedersi finalmente riconoscere. La prima cosa che ottennero fu l’estensione del Premio della Repubblica (3000 lire) alle mogli dei prigionieri e alle vedove di guerra.

Erano giornaliste, insegnanti, qualcuna sindacalista e qualcuna casalinga. Non tutte erano sposate, non tutte avevano figli. Molte avevano combattuto nella Resistenza, qualcuna di loro era stata deportata nei lager.

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Nel ricordo di Nilde Iotti, che allora aveva 26 anni: “[L’Assemblea] è stata il luogo in cui si sono incontrati momenti diversi della storia d’Italia: gli esponenti della vecchia classe liberale, coloro che da antifascisti avevano conosciuto l’esilio ed il carcere, quelli che avevano combattuto nelle file della Resistenza e che erano soprattutto giovani, come me, che trovarono in quella esperienza la più grande scuola politica a cui si potesse partecipare”.
Iotti, assieme a Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici e Ottavia Penna Buscemi entrò a far parte della Commissione dei 75, l’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova Costituzione.

Ottennero cose straordinarie, come quella frase all’art. 3 in cui si dice che cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, poiché la “discriminazione non può avvenire per sesso”. È un principio quello paritario che viene ribadito più volte nella Carta Costituzionale, per esempio nell’art. 29 “il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, nell’art.30 che stabilisce “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”, o nell’art. 37 dove è fondamentale dire che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.
 

Le ragazze del ’46

Per ricordare quel giorno di giugno di settanta anni fa, e le donne che lo vissero in prima persona, Rai3 ha programmato dal 30 maggio fino al 3 giugno, alle 20.10, la messa in onda de Le ragazze del ’46, mini serie documentario prodotta da Pesci Combattenti (Cristiana Mastropietro, Riccardo Mastropietro e Giulio Testa).

Protagoniste sono dieci donne di diversa provenienza ed estrazione sociale, tra quelle che andarono a votare al referendum (epoca in cui avevano tra i 21 e 31 anni).
La più vecchia del gruppo è Annita De Giacomi che ha 101 anni e apre la serie. Mentre parla fa l’uncinetto, e taglia le verdure nella sua cucina in piena autonomia. Votò monarchia, perché le piaceva il Re e – per sua stessa ammissione – non se ne intendeva “de ste cose”. Milena Rubino, che di anni ne ha 97, votò invece per la repubblica: “i miei zii si incavolarono perché non avevo votato u re” e ricordando l’importanza dell’indipendenza per le donne, esorta così le giovani “studiate, lavorate, fatevi un posto vostro”.
95 anni, Marisa Rodano, che di politica ne ha vista e fatta molta (come deputata, senatrice e dirigente dell’UDI, Unione Donne Italiane) parla composta di quel giorno, ricordando la sensazione provata vedendo tante donne che come lei, accorrevano a votare: “la sensazione era che le donne volessero davvero fare la differenza”. All’epoca aveva 25 anni, votò Repubblica perché “la fuga del Re aveva creato disistima nei confronti della Casa Savoia” e a chi ha 25 anni oggi dice di “fare squadra, perché solo lavorando assieme si possono ottenere risultati”.

Nelle puntate di mercoledì e giovedi: Maria Carolina Visconti, Maria Concetta Ruggiero, Rosa L’Abbate, Dora Ciabocco, Alberta Levi, Liliana Casprini e Carla Vasio.


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