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Le grandi fumettiste esistono: il caso del Grand Prix di Angoulême 2016

Due giorni fa ho rivisto Persepolis, il film d’animazione tratto dalla graphic novel di Marjane Satrapi con lo stesso nome. Arrivata ai titoli di coda, mi sono asciugata una lacrima e ho ripreso in mano il libro che, qualche anno fa, avevo letto con passione. Marjane Satrapi è una delle mie fumettiste preferite, è stato grazie al suo lavoro che mi sono avvicinata al fumetto in modo “serio”.

Nel corso degli anni, il libro Persepolis ha vinto numerosi premi al Festival di Angoulême, la Cannes del fumetto (nella definizione di Pietro Scarnera), tra cui uno denominato “Colpo di fulmine”, uno per la sceneggiatura e un altro per la sezione attualità e reportage. Spesso pare doveroso presentare un prodotto culturale (o un professionista) elencando i premi che ha vinto, come a dimostrare che il suo apprezzamento è stato universale e condiviso, tanto più se ad assegnarli è un’Accademia o una manifestazione stimata.

I premi, qualunque sia la categoria cui vengono assegnati, sono importanti. Assegnare un premio è un segno di rispetto; significa riconoscere il valore del lavoro di una persona (o più) e decidere di immortalarlo, per ricordare a chi verrà dopo che quella è Arte, e se la cercano si spostino pure da questa parte. Non meno importante, inoltre, è l’impatto economico che il premio offre. Per un autore o un’autrice un premio significa maggiori visibilità e possibilità lavorative.

Com’era quel detto? Non importa vincere, ma partecipare. Secondo me è vero, anche se non basta solo partecipare nel senso di “provarci, a vincere”, ma partecipare anche nel senso di poter concorrere per il podio. Perché spesso è già un traguardo essere nella rosa dei possibili vincitori (e Soft Revolution a modo suo l’ha scoperto con le candidature ai Macchianera Awards del 2013 e 2014).

Quando martedì 5 gennaio sono stati annunciati i candidati al Grand Prix del Festival di fumetto di Angoulême del 2016, è calato il silenzio: i trenta nomi proposti per quello che di fatto è un prestigioso premio alla carriera erano tutti di uomini. Il festival, arrivato ora alla quarantatreesima edizione, ha assegnato il Grand Prix a un’autrice solo una volta: a Florence Cestac, nel 2000.

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Florence Cestac

Poi quel silenzio è stato rotto da un grido, quello del Collectif des créatrices de bande dessinée contre le sexism, il Collettivo di fumettiste contro il sessismo nato nel 2015, che conta più di cento fumettiste al suo interno (tra cui Julie Maroh, molte nostre connazionali come Giorgia Marras e Giulia Sagramola e sì, anche Marjane Satrapi). Dando voce al pensiero di molte, hanno detto subito che questa selezione era inaccettabile e invitavano gli autori a non votare (il vincitore del Grand Prix è infatti decretato dal voto di coloro che partecipano al Festival, mentre la selezione è a cura dello staff che organizza).

“Significa che non lo meritavano, ecco perché sono state escluse”

Che ci si debba meritare il premio è lapalissiano; che non debba essere il genere il discrimine per la vittoria (o la perdita) del premio idem; che le quote rosa siano palliativi di scarsa utilità idem al quadrato. Che il premio sia inutile e dunque non si debba stare troppo a rimuginare, ecco, è una cazzata – per inciso, dover ribadire queste cose è stancante.

Quella dello staff del Festival è stata una scelta miope, oltre che sbagliata. Il Grand Prix del Festival di Angoulême è importantissimo per chi lavora nel fumetto. Non riconoscere che esistano fumettiste con tutti i requisiti per concorrere significa aver interiorizzato una forma molto sottile di sessismo, non così dirompente da venire condannata e riconosciuta da tutti ma non per questo meno dannosa. Siamo arrivati al punto di dover ricordare che queste autrici esistono, prima ancora di dover ricordare il (buon) lavoro che sanno fare. Dimenticare che ci sono autrici che hanno trasformato il fumetto e contribuito a renderla un’arte ancora più completa è oltraggioso. Lynda Barry, Posy Simmonds, Rumiko Takahashi, Alison Bechdel, Rutu Modan… ad esempio?

Frank Bondoux, delegato generale del Festival ha difeso la scelta di quei trenta candidati maschi, alzando metaforicamente le mani e riconoscendo che quello del fumetto è un medium maschile.

Si può rimproverare al Festival di non aver saputo trovare due o tre donne [da nominare] simbolicamente. Ma la questione di fondo riguarda la realtà storica del fumetto: gli autori maschi sono la maggioranza.

Bruciando la frittata, ha anche spiegato che Marjane Satrapi è stata esclusa dalle nomination perché ha dichiarato di volersi allontanare dal fumetto (peccato che altri nominati – Bill Watterson e Katsuhiro Otomo – abbiano fatto la stessa scelta, senza che questo abbia scalfito la loro candidatura). Stessa sorte per Claire Bretécher, già insignita in passato di un premio e per questo esclusa dalla rosa per il Grand Prix (non dovrebbe però essere lo stesso per Joann Sfar, già premiato nel 2003?).

 

L’esito del boicottaggio

La proposta di boicottaggio al voto è stata accolta da moltissime autrici e autori; sono iniziati a tappeto anche i ritiri delle candidature da parte di alcuni dei 30: da Riad Sattouf a Milo Manara, passando per il sopracitato Joann Sfar, Daniel Clowes, Charles Burns e Chris Ware, il rifiuto di gareggiare per un premio che escludesse le colleghe è stato (quasi) unanime. Nel giro di 24 ore, grazie all’appello del Collectif il mondo del fumetto si è destato e ha mostrato il suo lato più positivo e solidale.

La risposta del Festival non ha tardato ad arrivare: in un comunicato ufficiale si legge che accetteranno di aggiungere dei nomi di autrici alla lista dei candidati. Si può gioire di questo risultato? Purtroppo solo in parte. Indipendentemente da chi vincerà il Grand Prix (o gli altri premi che verranno assegnati durante il Festival – che si terrà dal 28 al 31 gennaio), l’episodio ha mostrato come ci sia ancora da fare per raggiungere un pieno riconoscimento del lavoro delle fumettiste. Il dibattito di queste ultime ore assomiglia tristemente a quello che si è scatenato qualche giorno fa sulla mancanza di scrittrici dalle librerie degli italiani. La risposta è sempre la stessa: le donne non sono nascoste da nessuna parte, ci sono e lavorano (un casino) in mezzo a noi. E cavoli se sono brave, aspettano solo che le vediamo.

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Laurel (http://bloglaurel.com/)


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