Quando si parla di Miley Cyrus, molti storcono il naso. Pensano alla stellina Disney tutta casa, chiesa e musica country che un bel giorno ha detto addio agli stivali da cowgirl, si è rasata i capelli e ha cominciato a fare twerking. Non si può negare che Miley sia cambiata parecchio (e direi anche per fortuna) dai tempi di Hannah Montana. La nuova Miley che non può fare un passo senza ricevere valanghe di critiche non è però solo una bella voce e una coscia scoperta, ma ha anche un altro volto, forse meno chiacchierato, ma di certo meritevole.

Ogni anno, negli Stati Uniti, più di 2 milioni di giovani sono costretti ad affrontare un periodo fuori casa, senza fissa dimora. Si calcola che quasi il 40% degli homeless presenti nel Paese abbia meno di 18 anni: la maggior parte di loro fugge da situazioni famigliari disastrose o, ancora peggio, è stata rifiutata dalla famiglia a causa del suo orientamento sessuale.

Il numero degli homeless LGBTQI americani rispetto a quelli non LGBTQI non è ancora stato stabilito con certezza. Sono stati condotti diversi studi in merito, ma a causa dello stigma sociale e alla diffidenza dall’identificarsi come LGBTQI (o dal dichiararlo), si può solo dare una stima che oscilla tra l’11 e il 40%. La consapevolezza intorno al problema dei giovani homeless e in particolare di quelli LGBTQI è aumentata negli ultimi anni anche grazie a figure come quella di Miley Cyrus.

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Nel 2015 la popstar ha infatti dato vita ad una fondazione, The Happy Hippie Foundation, la cui missione è, come si legge nel manifesto, “far sì che i ragazzi combattano le ingiustizie che affrontano i giovani homeless, i giovani LGBTQ e altre popolazioni vulnerabili.

L’impegno di Miley e della fondazione va in due direzioni: la prima è quella più strettamente pratica, che raccoglie fondi per i rifugi che quotidianamente accolgono migliaia di giovani homeless. The Happy Hippie Foundation collabora anche con l’associazione di Los Angeles My Friend’s Place, che distribuisce pasti caldi e beni di prima necessità e incoraggia i giovani a seguire programmi di educazione e inserimento al lavoro.

Il secondo fronte è altrettanto utile, ma basato su una formula a distanza. La fondazione ha infatti dato vita ad un programma di gruppi di supporto online per giovani LGBTQ e gender expansive per raggiungere tutti coloro che, per motivi pratici, per paura o per altro tipo di barriere, non possono accedere a quelli concreti.

Infine, The Happy Hippie Foundation supporta Phantogram, un progetto di hotline per la prevenzione del suicidio via sms, telefono o mail, con particolare attenzione per LGBTQI.

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The Happy Hippie Foundation ha il grande merito di non essere una semplice associazione di beneficienza. È creata da una giovane donna di 23 anni, è gestita da giovani ed è rivolta a giovani: non si limita a raccogliere fondi, ma usa la creatività, la musica, l’arte per creare consapevolezza intorno al problema dei giovani homeless e degli homeless LGBTQI e per dare loro sostegno concreto.

I programmi di inserimento al lavoro prevedono corsi di pittura e di scultura, altri progetti prevedono la pet therapy per aiutare i giovani homeless a responsabilizzarsi e ad avere un obiettivo concreto come la cura di un cucciolo. The Happy Hippie Foundation non si limita a dare un sollievo temporaneo a chi si trova in situazioni di disagio, ma cerca di sradicare il problema alla radice e sensibilizzare la società civile con mezzi non convenzionali.

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Il problema dei giovani homeless non è estraneo all’Europa e, soprattutto, all’Italia. I dati parlano di 13 mila giovani senzatetto, cifra che non accenna a diminuire anche a causa dei fenomeni migratori che interessano il nostro Paese. Il problema dei minori non accompagnati richiedenti asilo sta assumendo dimensioni sempre più imponenti: i rifugiati con meno di 18 anni spesso sono soli perché hanno perso i genitori durante il viaggio, perché devono raggiungerli nei paesi ospitanti o perché sono mandati avanti per prendere contatto con parenti già stanziati.

In base alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, i minori non possono essere espulsi ma devono essere affidati ad una famiglia o ad una comunità idonea alla loro cura. Tuttavia le procedure di attuazione di questi processi sono molto lente e complesse, oppure molti si nascondono perché non siano avviate, in modo da poter raggiungere le proprie famiglie, spesso tentando di oltrepassare il confine. Così molti di loro sono costretti a vivere in rifugi improvvisati, per strada o nelle stazioni ferroviarie.

La situazione degli homeless LGBTQ nel nostro Paese non è chiara. In Italia non c’è traccia di progetti come The Happy Hippie Foundation: i senza fissa dimora possono rivolgersi alle associazioni che offrono rifugi temporanei e pasti, ma nulla più. I processi di reinserimento nella società sono rari e lo stigma che riguarda queste persone li obbliga all’esclusione dalla società. Qualcosa sembra però muoversi con la nascita di Refuge LGBT, una casa d’accoglienza a Roma, nata per volontà di Gay Center e Croce Rossa, che fornisce supporto psicologico e legale per le vittime di discriminazione e che le aiuta nell’orientamento scolastico e professionale.

Tendiamo a vedere gli homeless come un’entità astratta ed omogenea, percepiamo la loro presenza ai bordi delle strade, talvolta cerchiamo di aiutarli con una monetina o una brioche avanzata, ma dimentichiamo la cosa più importante: dietro ognuno di loro si cela una storia diversa e una persona diversa. Non basta trovare un letto e un pasto caldo per risolvere la situazione degli homeless. Ognuno di essi ha diritto a ritrovare e coltivare la propria individualità con percorsi umani e dignitosi che non siano votati al pietismo o alla carità, proprio come quelli di The Happy Hippie Foundation.