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Gayby Baby: famiglie omosessuali viste dai bambini

Gayby Baby: famiglie omosessuali viste dai bambini

Adam_France_Gaby_posterGayby Baby (pronunciato ghéibi béibi) è un nuovo documentario australiano. Il sottotitolo è “same-sex families told by the kids”. Si tratta di una piccola produzione basata a Sydney, e svela un argomento poco conosciuto: la realtà quotidiana delle famiglie con genitori gay. Nonostante il governo australiano sia uno dei finanziatori del documentario, il governo locale del Nuovo Galles del Sud (New South Wales, di cui Sydney è capitale) ha pensato bene di proibirne la proiezione nelle scuole a seguito delle prevedibili controversie. Come dovrebbe essere chiaro, tutto ciò non fa che giovare alla reputazione del film.

Dato che mi trovo da queste parti, ho deciso di andarlo a vedere. Un’impresa: in tutta Sydney, l’unica proiezione era in un solo cinema, alle dieci di mattina. Ora, per quanto mi interessasse, l’idea di chiudermi in un cinema in pieno giorno non mi entusiasmava, e quindi ho lasciato momentaneamente perdere. Per fortuna, in occasione della giornata contro l’HIV, è stata organizzata una proiezione di beneficienza, e così l’ho finalmente visto. Ovviamente, la sua proibizione era a sproposito, ed è un peccato che non ci sia stata una distribuzione più massiccia.

Cominciamo allora coll’elencare quello che Gayby Baby non è: non è un film di propaganda pro adozioni gay. Non è un film che sostiene una tesi. Non è un film sul sesso. Non è un film edulcorato. Non è un film sulla discriminazione. E in fin dei conti, non è un film sulle coppie gay.

E cosa sarebbe allora? È semplicemente la storia di quattro ragazzini, che “incidentalmente” hanno due genitori dello stesso sesso. Questo è il primo aspetto interessante del documentario: cattura davvero il punto di vista dei bambini, alle soglie dell’adolescenza, e nient’altro. Ciò che sappiamo dei genitori, dei fratelli, della società, è solo ciò che i protagonisti vedono, e raccontano. La videocamera è sempre ravvicinata, in movimento, e cattura l’intimità del ragazzo e di chi lo circonda.

Le famiglie seguite sono quattro. Nonostante provengano tutte da Sydney, catturano una grande varietà di situazioni sociali. C’è Gus, spensierato, con due mamme, appassionato di wrestling, nato con fecondazione assistita. Poi Ebony, con due mamme, che si allena per diventare cantante, situazione familiare difficile. Ancora Graham, due papà, dislessico, adottato, alle prese con un trasferimento alle Fiji. E infine Matt, due mamme, calciatore, nato da una precedente relazione della madre, la quale è profondamente cattolica.

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Vale la pena ripetere che non ne sappiamo molto sulle circostanze che hanno portato alla formazione di queste famiglie. Questo ci spinge a non giudicare il vissuto personale delle coppie, ma solo a osservare il loro “funzionamento” come genitori.

La cinepresa si sofferma sui ragazzini e sui loro problemi, che – data l’età, undici anni – cominciano ad essere anche esistenziali. Sorprendentemente, non è la discriminazione il loro tema centrale, ma anche qui c’è una certa varietà. A un estremo c’è Gus, il cui desiderio principale è andare a vedere un incontro di wrestling. Della sua famiglia vediamo molte scene, spesso esilaranti, a volte conflittuali, ma in ogni caso aleggia un’aria di serenità. Non c’è nessun sentore di disagio sociale, e tutto fila liscio.

Poi c’è Matt, che si interroga sull’esistenza di Dio, e sul perché sua madre segua una religione che la demonizza. Ma sua madre non si lascia toccare da queste ombre, dato che nella chiesa cattolica di quartiere è la benvenuta, e piano piano spinge il figlio a cercare un’area di rispetto reciproco, e a lottare per cambiare le regole della società (per ora, il matrimonio gay non è consentito in Australia, anche se esistono le coppie di fatto).

Graham
, più che altro alle prese con le incomprensibili lettere che si incrociano sui fogli e sulle lavagne, viene avvertito dai padri: alle Fiji l’omosessualità non è ben vista, e non bisogna uscire allo scoperto. Uno dei due genitori dovrà fingersi un “aiutante”, evitando di mostrarsi troppo affettuoso con consorte e figli in pubblico, con qualche difficoltà (e tanto magone per noi spettatori). Ma Graham non sembra darci troppo peso e, anche se a fatica, si adegua agli abbracci mancati.

La storia però che resta maggiormente nel cuore, a pesare come un sasso, è quella di Ebony. Non si conosce molto la storia delle madri, ma quello che vediamo adesso è una situazione difficile, e fa da contraltare alla “famiglia felice” di Gus. Dai frammenti di discorsi, emerge il passato vissuto in un’isola felice – il sobborgo di Newtown. Poi, la malattia del fratellino di Ebony, scosso da continui attacchi di epilessia. Le madri non possono più lavorare per seguire il piccolo, e per problemi economici devono trasferirsi a Parramatta. È necessaria qui una piccola spiegazione, dato che i nomi di Newtown e Parramatta non dicono nulla agli spettatori stranieri. Newtown è una zona vicina al centro di Sydney, un quartiere che è il ritrovo di tutti i freak della zona. A suo modo un sobborgo modaiolo, il suo motto è “keep Newtown weird”, e per le sue strade si può vedere di tutto – in senso buono. Parramatta invece si trova a venti chilometri da Sydney, ed è tristemente nota per l’alto tasso di criminalità e ghettizzazione.

All’inizio del documentario, vediamo Ebony, a Parramatta, darsi da fare per diventare una brava cantante: è l’unica maniera per entrare nella high school di Newtown, dove – assicurano le madri – sarà al riparo da ogni tipo di discriminazione. La pressione sulla ragazzina è fortissima, e lei fa di tutto per non deludere le genitrici.

Noi non vediamo mai scene di effettiva discriminazione; in effetti, non vediamo quasi nulla al di fuori delle dinamiche familiari. Non si sa quindi quale ambiente queste persone debbano affrontare, ma l’impressione è che i bambini ne soffrano più “di riflesso” dai genitori, che in modo diretto. Quello che conta di più, verrebbe da dire, è l’atteggiamento dei genitori, la loro stabilità emotiva (o meno, come nel caso di Ebony).

La cosa più bella di questo documentario è che dei genitori vediamo, se non tutto, tutto quello che serve. Di loro vediamo sia gli aspetti positivi nel trattare con i figli, che gli aspetti negativi. Vediamo la dolcezza nell’insegnare a Graham a dare un senso alle parole stampate, ma anche qualche segno di insofferenza per la sua lentezza. La fermezza nello spiegare a Gus che il wrestling è uno sport violento, ma anche la debolezza nell’assecondare il vittimismo della sorellina. Osserviamo sia l’incoraggiamento a Matt di andare avanti a testa alta con le proprie convinzioni, sia una certa tipica tendenza all’evangelizzazione cattolica. Vediamo il forte legame emotivo con Ebony, ma anche il sovraccaricarla delle insicurezze e delle aspettative materne.

La tentazione insomma è quella di acclamare la genitorialità gay in una scena, e di disapprovarla nella scena immediatamente seguente. Ma a ben vedere, se togliamo la parola “gay” dall’equazione, quello che troviamo è, né più né meno, dei normalissimi genitori, con i loro pregi e difetti.

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A volte viene da chiedersi se davvero sia tutto naturale, o se invece i bambini non abbiano un “copione”, visti i dialoghi a volte quasi troppo perfetti. Su questo non c’è che da fidarsi delle autrici (Maya Newell e Charlotte Mars) e degli attori, che assicurano – chiaramente – che è tutto spontaneo. In effetti, c’è da dire che gli australiani sono attori nati: sono abituati fin da piccoli ad essere public speakers. In più, le riprese sono durate ben quattro anni, e pare che svegliarsi ogni mattina con una telecamera puntata addosso te ne faccia dimenticare l’esistenza. Ciò nonostante, di alcune famiglie vediamo momenti più intimi (Gus e Ebony), di altre meno (Matt e Graham) – del tutto in linea con i caratteri di genitori e figli. Grande rispetto per le famiglie c’è stato anche in fase di montaggio, dato che le scene mostrate sono state tutte approvate dai protagonisti.

Gayby Baby è un documentario piacevole, che fa ridere e piangere, ma soprattutto pensare, perché non impone un punto di vista, se non quello dei figli. Segnatevi il titolo mentre aspettate la distribuzione europea, oppure assicuratevi di trovarlo con i sottotitoli (l’accento australiano può risultare ostico). A me è piaciuto molto, e, se posso azzardare una previsione, piacerà anche a chi non è favorevole alle famiglie gay, posto che si riesca a metterli sulla poltroncina di fronte allo schermo. Altrimenti, a queste persone rimarrà solo un’immagine stereotipata dell’omosessualità – come quelle del gay pride mostrate alla fine del film – senza sapere cosa c’è dietro.


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