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Cosa rappresenta “Formation” di Beyonc...

Cosa rappresenta “Formation” di Beyoncé

Venerdì 6 febbraio Beyoncé ha pubblicato a sorpresa il suo nuovo singolo “Formation” e il rispettivo video su TIDAL e YouTube. Il giorno dopo, con la sua performance all’Halftime Show del Super Bowl, ha fatto arrabbiare molte persone per un presunto razzismo nei confronti dei bianchi, tanto che c’è chi si è inventato un “rally anti-Beyoncé” di fronte alla sede dell’NFL (National Football League), a cui poi non si è presentato nessuno.

Sia il video di “Formation” che la performance in diretta nazionale sono stati un vero e proprio inno all’essere ner*, al corpo e all’orgoglio delle donne nere del sud, alle radici da cui la stessa Beyoncé proviene (è nata a Houston, Texas, nel 1981).

Parlare di “Formation”, del suo video, del suo testo, della performance al Super Bowl, di chi l’ha amata e chi l’ha odiata non è facile, in particolare quando non si è vissuto in prima persona il background culturale e geografico di chi la canta e di chi ci si è riconosciuto.

Per questo stavolta ci mettiamo un po’ in disparte per condividere con voi il punto di vista di chi ha potuto capire, interpretare e giudicare l’importanza culturale di “Formation” più da vicino. Abbiamo selezionato in particolare articoli scritti da donne nere, autori e autrici queer e cercato di offrire una panoramica di punti di vista che includesse anche quelli più critici.

Il materiale che vi consigliamo è prevalentemente scritto in inglese, salvo un paio di eccezioni:

beyonce formation

1) Jazmine Hughes per Cosmopolitan

Jazmine Hughes, ex Contributor Editor di The Hairpin che ora lavora come Associate Digital Editor per il New York Times Magazine (e collabora con la newsletter Lenny), ha scritto per Cosmopolitan un pezzo intitolato “In Her Most Political Song Yet, Beyoncé Proves Once Again That She Is Here for Black Women”.

Oltre ad esprimere il suo apprezzamento per i contenuti e per i temi rappresentati nel testo e nel video (“Il nuovo video di Beyoncé ci porta indietro nel tempo alle radici della sua famiglia, posizionandoci in una New Orleans post-Katrina, attraverso corner stores, saloni di bellezza, salotti e, in modo più evocativo, sul tetto di una macchina della polizia che sta affondando a causa di un’inondazione”), Hughes si sofferma su quanto il concetto di attivismo stia cambiando e si interroga sulla possibilità che l’arte possa essere uno degli strumenti più importanti e definitivi per veicolare messaggi socialmente importanti. Ci racconta inoltre come Beyoncé con “Formation” si sia allineata ai messaggi del movimento #BlackLivesMatter e ne abbia amplificato il messaggio.

beyonce formation police

2) Naila Keleta-Mae per Noisey

Su Noisey, in un pezzo tradotto in italiano dal titolo “Dopo Formation, Beyoncé non è più la stessa”, Naila Keleta-Mae spiega che ““Formation” è una complessa meditazione sull’essere donna e nera, sugli Stati Uniti d’America e sul capitalismo. E l’afro-americanità che questo video articola non è una specie di costume astratto e fico che si può togliere a comando. C’è una specificità nell’essere nera e donna”.

Keleta-Mae, docente universitaria e ideatrice di un corso chiamato Gender and Performance incentrato su un album di Beyoncé, si sofferma in particolare sull’espressione della realizzazione economica, sociale e capitalista dell’artista (rappresentata anche da passaggi del testo come “Best revenge is your paper” e “You just might be a black Bill Gates in the making, cause I slay / I just might be a black Bill Gates in the making”) e sulla lezione che “Formation” rappresenta in termini di distribuzione e pianificazione marketing: “E ora che c’è TIDAL Beyoncé non ha nemmeno più bisogno di iTunes. Ora pubblica la sua musica direttamente sul servizio di streaming che in parte possiede e carica i propri video sul suo sito e su YouTube”.

3) Morgan Jerkins per Quartz

Su Quartz, l’autrice freelance Morgan Jerkins (collabora con BuzzFeed, The Atlantic e Guardian tra gli altri), spiega che la performance di Beyoncé non è offensiva né tantomeno razzista, quanto piuttosto la celebrazione di una voce, quella delle donne nere, che viene presa sul serio solo quando è finalizzata al mero intrattenimento del pubblico bianco: “Come “mega-celebrità”, Beyoncé non è immune alle aspettative legate alla sua razza. Ci si aspetta che lei canti e balli. Ma se si permette di indossare un body nero invece dei pantaloni o fa sentire la sua voce contro la brutalità della polizia, allora è una piantagrane e una race-baiter”, dove il termine race-baiting definisce in modo critico il comportamento di chi insinua che il razzismo è un elemento dominante in un evento che non ha dirette connessioni con questioni razziali.

giphy

 

4) Zeichner, St. Felix, Mistry e Mayard per The Fader

Su The Fader potete invece trovare un’interessante conversazione tra Naomi Zeichner, Doreen St. Felix, Anupa Mistry e Judnick Mayard, in cui si discute di sorellanza, delle voci queer presenti nella canzone (quelle di Messy Mya e di Big Freedia), delle specificità culturali legate al Sud degli Stati Uniti e delle novità apportate da Beyoncé nella rappresentazione dell’identità delle donne nere americane come qualcosa di non monolitico e in costante trasformazione.

Se c’è un pattern comune che si può cogliere nel discorso delle quattro autrici, è quello legato all’importanza della rappresentazione del potere associato a quelle persone (nere, donne, queer) che la società statunitense ha tradizionalmente marginalizzato.

5) Igiaba Scego per Internazionale

Igiaba Scego, scrittrice italosomala in libreria con il libro Adua, ha fatto per Internazionale un parallelo tra la performance di Cecile vista a Sanremo (una ragazza di colore, italiana, che ha presentato la canzone “N.E.G.R.A.”) e Formation di Beyoncé. Cambiano i volti, i linguaggi, ma anche gli interlocutori.

Secondo Scego infatti, “Cecile si rivolge a un tu bianco. Un tu dominante. Un tu maschio. Le Queenia non sono contemplate nel suo discorso. Non sono loro, le sorelle nere, l’interlocutore. Non è un brano di sorellanza e nemmeno di lotta. L’interlocutore è il maschio bianco capitalista. L’uomo con il potere. Quello che non se la caga alla fermata dell’autobus (come dice la canzone), ma solo tra le lenzuola”.

Commentando il video di “Formation”, scrive “Ci sono donne dalle capigliature afro che ballano la loro differenza con gioia. I loro ricci non sono uguali, c’è chi li ha più crespi, chi ha le extension, ma ballano insieme, si sentono sorelle, una ha perfino gli occhiali come me. Anche loro guardano dritte in camera. Ma al contrario dell’afroitaliana Cecile, non si rivolgono a un interlocutore bianco, non si rivolgono nemmeno a un patriarca nero. Loro ballano solo per se stesse. Come ballano solo per se stessi anche quei corpi scolpiti di maschi queer, che in cantine buie celebrano la loro complessità di uomini black e gay”.

Altre reazioni

Anche nelle comunità black, afroamericane e/o queer, le reazioni non sono state unanimi. Per esempio Radical Faggot (rad fag), un blogger di Chicago che ha collaborato tra gli altri con Salon Magazine e Truthout, ha stilato una lista di ben 22 risposte (critiche e negative) al video “Formation”.

Tra le tante critiche mosse contro Beyoncé, è interessante notare come l’elemento poco digerito dai commentatori più “radicali” sia il capitalismo che Queen B rappresenta. Questa è una delle risposte di rad fag: “Se ho imparato una cosa nell’ultima settimana, è che siamo affamati dalla voglia di vederci al potere. Desideriamo celebrarne la visione – anche quando sappiamo che è una trappola, un ologramma. La nostra fame, non importa quando sia potente, non importa quanto sia legittima, non può trasformare le popstar in rivoluzionari. Non può integrare il potere delle comunità con ciò che riesce a estrarre dai media tradizionali”.

Sul piano del potere e del capitalismo rappresentati da Beyoncé si muovono anche le critiche di Dianca London, collaboratrice di Lenny e Prose Editor per Lit Magazine, che scrive su Death and Taxes: “Certo, la musica pop può influenzare, sia su un livello individuale che condiviso, ma è pericoloso quando non consideriamo i modi in cui canzoni come “Formation” o “Flawless” sono essenzialmente pubblicità per il brand Beyoncé, che rendono il suo attivismo in perenne evoluzione (e l’entusiasmo con cui il pubblico lo consuma) una mucca da mungere che si sostiene da sola e che ha un potenziale illimitato”.

Per concludere (e per ridere un po’), il Saturday Night Live ha prodotto un video molto divertente, che rappresenta lo shock delle persone bianche che si sono rese conto all’improvviso che Beyoncé è nera.

Altre risorse interessanti:


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  1. Paolo

    24 febbraio

    Beyoncè non ha mai detto di essere comunista o di sognare l’abbattimento del capitalismo quindi gli attivisti “anticapitalisti” che mettono in guardia contro il “brand Beyoncè”, che sottolineano quanto lei sia “capitalista” e improvvisamente scoprono che ohibò Beyoncè non è una marxista-leninista ma è una pop star e imprenditrice di successo mi fanno ridere come i bianchi del video del SNL.
    Forse sarebbe bene rendersi conto che si possono avere idee progressiste e di sinistra, affrontare temi importanti come il razzismo e la diseguaglianza economica senza necessariamente sognare la rivoluzione proletaria ma essendo magari dei liberal che più che il comunismo vorrebbero una socialdemocrazia

  2. pixelrust

    18 marzo

    Paolo, l’unico a parlare di proletari e comunismo qui sei stato tu.

    LEVATI DALLE OVAIE

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