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#FertilityDay Horror Story

“L’utero è mio” non passa mai di moda, anche se il governo se lo dimentica. Il 31 agosto molte persone hanno scoperto che il ministero della Salute italiano aveva messo online un sito per promuovere una giornata e delle iniziative dedicate alla fertilità, con lo scopo di sensibilizzare gli italiani sui rischi per la stessa legati ad alcuni stili di vita (l’abuso di alcol e droghe, il fumo, una vita sedentaria).

La giornata è in programma per il 22 settembre 2016 ed è stata chiamata “Fertility Day”, come annunciato lo scorso maggio; il sito si chiama fertilityday2016.it e tra le altre cose conteneva il “#fertilitygame, un gioco per ragazzi sui comportamenti che limitano la fertilità“: il giocatore impersonava uno spermatozoo o un ovulo e lo scopo del gioco era schivare delle emoji simboleggianti i rischi per la fertilità (la vita sedentaria era rappresentata da una simpatica poltrona) nel tentativo di fecondare un ovulo o di ricevere quanti più spermatozoi possibili.

Il tempo imperfetto della frase precedente è dovuto al fatto che per le forti e numerosissime critiche all’iniziativa e alla campagna di comunicazione pensata per pubblicizzarla, il sito è stato più o meno chiuso e ora non ha più contenuti – mentre dell’account Twitter sembrano essersi dimenticati. Se ieri eravate conness* a Facebook lo avrete probabilmente notato. Questa storia ci dice alcune cose sul ministero della Salute ed è anche un’occasione per parlare di cose molto importanti, come il fatto che in Italia è difficile farsi una famiglia se si vuole farlo, che il giudizio su chi invece non vuole avere bambini è ancora uno stigma sociale, che abbiamo un problema con i medici obiettori di coscienza e non si fa abbastanza educazione sessuale. Ma andiamo con ordine.

 

Per rivivere l’esperienza di quando metà di voi provava a raggiungere l’altra metà di voi nonostante i vizietti di mamma e papà.

 

Un aborto di campagna pubblicitaria

Secondo il ministero della Salute la “Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità”, chiamata anche “Fertility Day” perché ormai va così (e vuoi mettere l’hashtag più breve ed efficace?), ha lo scopo di “mettere a fuoco con grande enfasi:

  • il pericolo della denatalità nel nostro Paese
  • la bellezza della maternità e paternità
  • il rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori
  • l’aiuto della Medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere bambini”.

Il sito del ministero dice anche che «la parola d’ordine [del Fertility Day, ndr] sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”». Sì, “prestigio”, cioè  “autorevolezza, ascendente che, in virtù di particolari meriti e doti, si esercita o si può esercitare su altri; credito, alta reputazione”; forse si so+no sbagliati e volevano parlare di “privilegio” – quello che per circa 10 anni non è stato alla portata di molte coppie per via della legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita – oppure la persona che ha scritto i testi del sito aveva appena letto La grande Proletaria si è mossa di Giovanni Pascoli* e si è fatta prendere la mano.

Chi però ha veramente esagerato – con l’insensibilità e con una visione dell’avere figli di epoca fascista, prima di tutto – è chi ha lavorato alla campagna pubblicitaria del Fertility Day esprimendo la sua creatività con queste cartoline, pensate per i social network:

Notare tra le altre cose – sì, tendo al grammarnazismo – che in due su sei l'hashtag ha le maiuscole.

Notare tra le altre cose – sì, tendo al grammarnazismo – che in due su sei l’hashtag ha le maiuscole.

Tra chi ha fatto delle critiche giuste alle cartoline realizzate per promuovere il Fertility Day c’è lo scrittore Roberto Saviano, che tra le altre cose ha scritto che la fertilità non è un bene comune come l’acqua ma “è una caratteristica fisica individuale”. La scrittrice Nadia Terranova ha poi giustamente scritto che “non serve un fertility day che ci dica da quando a quando siamo fertili: noi adulte lo sappiamo già, se abbiamo provato o stiamo provando invano ad avere un figlio quei manifesti sono una pena, se abbiamo scelto di non averne sono inutili”.

In realtà le immagini si commentano da sole, ma qualcosa lo sottolineiamo. Ad esempio, che non c’è nessuna relazione tra “bellezza” e “fertilità”, anche se del corpo delle donne sembra che si debba parlare sempre passando per questa categoria. Si può dire anche che se l’idea del sesso procreativo è una triste posizione del missionario (peraltro si avanzano dei dubbi anche sulla correttezza anatomica dell’immagine in questione) rallegrata da una pallina sorridente, allora forse bisogna cambiare partner prima di diventare genitori. I danesi ci hanno provato con la simpatia: non fare sesso per il tuo paese, che fa tanto nazionalismo del primo Novecento, fallo per tua madre che vuole avere un nipotino. Lo spot è fatto bene e va oltre la posizione del missionario.

Forse chiedere la simpatia dei filmmaker danesi era troppo – forse lo smiley tra i piedi dei due nella posizione del missionario era già fin troppo birichino – ma almeno le fotografie potevano scattarle appositamente per l’occasione: e invece no, pare che le abbiano acquistate da uno stock di immagini a partire da 1 euro l’una. Se vi va di fare dei semplici conti sappiate che il budget per la campagna di comunicazione del Fertility Day era 113mila euro. Complimenti allo stock per le scarpine costituzionali, comunque.

Il Piano Nazionale della Fertilità

Il Fertility Day però non è solo una giornata in cui condividere immagini dotate di grande efficacia comunicativa: è un’iniziativa legata a un programma ministeriale più vasto, il Piano Nazionale della Fertilità. Un piano per un paese con 60,8 milioni di abitanti nel 2015 (dati Eurostat), anno in cui sono nate quasi 486mila persone e ne sono morte quasi 648mila; un paese in cui nel 2014 in media una donna aveva 1,37 figli e l’anno successivo il 21,7 per cento della popolazione aveva più di 65 anni contro il 13,8 con meno di 14. Il documento ministeriale che spiega il Piano Nazionale della Fertilità è lungo 137 pagine ed è stato pubblicato nel maggio 2015; parte da dati come quelli sopra per dirci che «l’attuale denatalità mette a rischio il welfare», cioè, come ha detto la scrittrice Chiara Sfregola:

Il ministero della salute spiega che l’unica cosa sensata che stiamo facendo nel nostro paese da anni (ovvero estinguerci) è un problema, perché nel 2050 come ben sappiamo non si riusciranno più a pagare le pensioni. (…) Cioè tu mi stai dicendo che devo figliare per pagarmi la pensione, anche se oggi come oggi non so nemmeno come pagarmi il figlio, essendo io giovane in un caso su 3 senza lavoro?! Ma sarà per questo che la 194 in Italia è sempre meno applicata? Sarà per questo che abortire è impossibile e certi farmacisti piuttosto che darti la pillola del giorno dopo fingono di essere sordi? Per pagarci la pensione, lo facevano. Che carini.

(Ricordiamoci che per la pillola del giorno dopo non serve la ricetta e i farmacisti sono obbligati a darvela se la chiedete. Cosa che ovviamente non ci consola dal fatto che il 70 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza.) Il documento ci dice però qualcosa in più, cioè che dobbiamo essere a conoscenza di alcune cose importanti: che diventiamo meno fertili se seguiamo stili di vita sbagliati (fumo, abuso di alcol, obesità o magrezza eccessiva, sedentarietà) che danneggiano spermatozoi e ovociti; che le “tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita rappresentano un’opzione per il trattamento della sterilità, ma non sono sempre in grado di dare un bambino”; che “la qualità degli ovociti si riduce al crescere dell’età” e che dopo i 35 anni concepire diventa più difficile per le donne. Poniamo anche che non sapessimo già queste cose. Ok, grazie.

Ma abbiamo bisogno di un “capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”?

Siamo a destra, a fare 1,37 figli dopo i 30 anni.

Siamo a destra, a fare 1,37 figli dopo i 30 anni. Allarme! Procreare! (Eurostat)

Dopo l’introduzione il documento si divide in vari capitoli la maggior parte dei quali parla di problemi medici legati alla fertilità e di come si possono curare. Nel primo capitolo invece si parla di aspetti sociali legati all’avere figli o meno, e in questo capitolo si legge (pagina 31-32):

I giovani tendono, ormai, a procrastinare le scelte decisive. (…) Da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo. Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità. (…) Valore sociale significa poi riconoscere che è bene per tutti che nascano bambini, che la società si riproduca, continui a vivere e non si spenga.

Il documento continua riconoscendo che se avessimo un welfare diverso, se le gravidanze non fossero dannose per la carriera anche per il modo in cui certi datori di lavoro, non avremmo questo “rinvio della maternità”. In sostanza non ci dice cose molto diverse da quelle che ha scritto Giulia Blasi sul suo blog ieri:

Fare figli – un’incombenza che ricade quasi esclusivamente sulle donne, e non solo dal punto di vista biologico – è un handicap lavorativo e sociale. Se fai un figlio e non sei una delle poche lavoratrici ancora tutelate dalla legge (quindi una che è riuscita miracolosamente a farsi fare un contratto stabile nonostante fosse in età fertile: perché c’è ancora che chi le donne non le assume per non dover pagare la maternità e lo mette in chiaro fino dal primo colloquio) vai incontro alla povertà. Gli asili nido abbordabili sono pochissimi, le scuole dell’infanzia idem, e quando guadagni esattamente quello che ti costa mandare il piccolo al nido o all’asilo tanto vale stare a casa a crescerlo. Queste sono le non-scelte imposte alle donne italiane, non-scelte che le si vorrebbe obbligare ad anticipare con tattiche che sono antipatiche se le applica mia madre, figuriamoci il governo.

Il documento si dimostra consapevole di tutte questi problemi e anche del fatto che nella società italiana esiste ancora una disparità dei ruoli nelle famiglie, per cui sono le donne a occuparsi prevalentemente di casa e figli, che lavorino o meno. Il documento sembra auspicare che la situazione cambi, in modo che le donne siano meno stressate e più realizzate, e lo stato possa mantenere il suo sistema pensionistico. Il documento nomina anche un “sostegno economico alla natalità”: ma lo fa solo due volte e non propone soluzioni concrete di alcun genere per risolvere questi problemi. Suggerisce solo un strategia comunicativa su come convincere le donne a fare figli:

In passato, l’orologio biologico delle donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva insistentemente novità alla sposina. Oggi in periodo di comunicazione politically correct occorre spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come una opportunità.

Insomma, tutto chiaro. C’è bisogno di nuovi bambini, il paese ha bisogno di vagine, uteri e ovociti freschi, e quindi le donne, meglio se sotto i 35, devono capire che è importante (e se ne pentiranno se non li faranno). Le donne sono troppo impegnate a realizzarsi come individui e questo può fargli dimenticare che un giorno andranno in menopausa: per questo il ministero deve ricordarglielo, da bravo patriarca.

Nadia Terranova ci ha ricordato che l’espressione “Piano per la fertilità” la si trova anche in un famoso romanzo distopico di Margaret Atwood pubblicato nel 1985, Il racconto dell’ancella: il libro è ambientato in una “teocrazia totalitaria in cui le donne erano controllate dallo stato per fini riproduttivi”. Per dire. Per finire invece, si ricorda a tutt* che comunque sulla Terra ci sono più di 7 miliardi di persone – nel 1950 eravamo circa 2 miliardi e mezzo – e che esiste il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria (VHEMT). Per il resto, tanti auguri di fertilità.

 


* Quasi alla fine della stesura dell’articolo mi sono accorta che il documento che illustra il Piano Nazionale della Fertilità contiene una citazione di Pascoli. Cioè: «Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo». Fine.


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