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Cosa significa “essere poveri”?

Per una persona dal reddito contenuto, ignorare la costante presenza della parola “poraccio” sui social network è difficile. Una mattina ti svegli e sei povero; succede, o almeno – senza entrare nei dettagli – è successo a me. Lì per lì, il giorno in cui mi sono svegliata e ho capito di essere povera, mi sono posta un milione di domande e ho capito che dovevo uscirne al più presto (la povertà è un pericolo e una tragedia). Ne sono uscita? No.

Per via della povertà, per anni sono stata pervasa da un generale malessere che definirei come un misto di vergogna, disillusione, flagellazione dell’autostima e mancanza di fiducia nella giustizia. Ora sto bene (povera e felice), ma questa piccola premessa mi serve semplicemente a spiegare perché da povera è difficile non notare il buzz che la parola “povero” e suoi derivati fanno da qualche tempo su Internet.

Il termine si è evoluto: “povero” non è più semplicemente un motivo di scherno ed umiliazione: il classico ti sfotto perché sei povero, ha assunto una sorta di proprietà transitiva ed è diventato “sei X, allora sei un povero”, con X= caratteristica disprezzata dal parlante (ad esempio: “non sei popolare, allora sei un povero”). Ma la povertà è molto di più di un dibattito di semantica, perciò rivediamo qualche, sommario, cenno storico.

Una condizione “normale”

La povertà esiste da sempre, fin dai tempi delle prime civiltà. In principio, riguardava il quotidiano di una grandissima fetta della popolazione, perciò era ritenuta una condizione perfettamente normale: un sovrano assoluto, o un pugno di aristocratici governavano sulla plebe, i primi erano ricchi, i secondi poveri. Se poi una delle civiltà vicine invadeva il regno, faceva tutti quanti schiavi. I ricchi, se non venivano uccisi, diventavano poveri, fino alla guerra successiva e così via.

L’ordine delle cose era stabilito: vivere non era un diritto fondamentale, quindi le persone avevano una concezione della vita diversa da quella che potremmo avere ora. La povertà era normale tanto quanto la mortalità infantile e la vita del povero era consacrata alla sussistenza, sua maggiore preoccupazione.

Nel Medioevo, la povertà era suddivisa in due categorie: la povertà involontaria, quella dei bambini, degli anziani e degli invalidi, e quella volontaria, dei mendicanti e dei criminali. La prima era comprensibile e meritevole di beneficenza e solidarietà, la seconda un peccato morale. In quel periodo e per molti secoli, sono state le varie parrocchie ed istituzioni religiose ad occuparsi dei poveri.

Non ho potuto fare a meno di pensare a quanto la religione sia servita ai poveri per sopportare l’incredibile durezza della vita, penso per esempio al Padre Nostro, ossia la speranza che una divinità magnanima allevi il dolore di una vita priva di pane e piena di stenti: “dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti”. Eh sì, il Padre Nostro è una preghiera per poveri.

 

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Illustrazione di Giulia Vetri

La rivoluzione industriale: Oliver Twist

Con l’avvento della rivoluzione industriale, numerosi pensatori, filosofi e sociologi si sono messi a teorizzare la povertà, cercando di darle un posto nel quadro della nuova società del lavoro in fabbrica. Da dove viene la povertà? Che cosa comporta? Quali soluzioni? Da Malthus, che proponeva un maggiore controllo demografico per contrastare l’aumento della povertà in una società che andava esaurendo le sue risorse di sviluppo (estremo riassunto: “più siamo, meno impiego abbiamo = più poveri, quindi propongo di controllare le nascite”), a Marx ed Engels, che si opponevano al sistema capitalista individuando in esso il vero creatore e oppressore dei più deboli.

Senza entrare in dibattiti politici, una cosa è certa: la povertà era diventata una questione pubblica e per questo fu tolta dalle mani delle istituzioni religiose e assunta direttamente dallo Stato, che da allora si mise a legiferare senza sosta. È proprio in questo periodo che arriva il personaggio emblema della povertà di quest’epoca, Oliver Twist.

L’Inghilterra vittoriana aveva le idee chiare su come trattare la povertà: infilare tutti i poveri nelle workhouses, antiche istituzioni in cui ai bisognosi erano dati un alloggio e un lavoro. La mentalità vittoriana, però, aveva le idee chiare anche sulla morale della povertà: i poveri dovevano essere rieducati, perché a causa della loro promiscuità, la situazione in Inghilterra era “diventata intollerabile” (*l’élite inglese assume un’ espressione scandalizzata*).

Anche qui, come nel Medioevo, la povertà era indissociabile dalla connotazione morale: era qualcosa di cui si era colpevoli e che era necessario correggere. I costumi della società si evolvono velocemente e in continuazione, ma sembra non ci si riesca mai a liberare degli strascichi ereditari della tradizione: spesso la povertà è ancora percepita come una colpa più che come una sfortuna, o come diretta conseguenza di mediocrità intellettuale e scarsa ambizione.

Diverse sfumature di povertà

Il dibattito sulla povertà e i poveri ha preso negli ultimi decenni ampiezza internazionale, a causa dei flussi migratori causati da sistemi economici e politici in crisi. Essere poveri, disoccupati, migranti, rifugiati… ci sono infinite situazioni e storie di persone che nascono povere o si ritrovano ad essere povere. Essere povero in Italia, in Sud America o in Africa Centrale è molto diverso; essere poveri e soli con un figlio piccolo a carico è diverso dall’essere uno studente squattrinato, ma la connotazione sociale (senso di colpa! malessere! vergogna!) della povertà rimane spesso invariata.

In una società consumistica siamo tutti chiamati a consumare il più possibile e ad avere il più possibile, il valore umano si confonde con il semplice potere di acquisto e una persona che ha poco è quindi suscettibile di valere meno di una che ha di più, agli occhi della collettività.

La parola “povero” comprende tutta una palette di infinite sfumature una più degradante dell’altra. Non è coinvolta soltanto la dimensione economica, ma lo sono anche quella spirituale (povero di spirito), intellettuale (povero=semplice=stupido), e in generale quantitativa e qualitativa (povero = meno, minore; ricco = più, maggiore).
Se teniamo conto il fatto di vivere in una gerarchia, cioè un sistema basato su rapporti di subordinazione e quindi di potere, e che il potere si misura in denaro e che avere denaro significa avere potere (che porta ad altro denaro e qui si chiude il cerchio), tecnicamente la povertà è agli occhi della società un fallimento, un’umiliazione, ed è percepita come una delle più grandi ingiustizie dai poveri.

Alcuni spiegano le disuguaglianze della società con la meritocrazia, l’elevazione di chi si distingue per i propri meriti e il proprio genio. Quella persona ci è arrivata perché lo merita, quella che non ci è arrivata non si è impegnata abbastanza… Ma è giusto parlare di merito quando non tutti abbiamo le stesse possibilità in partenza?

Come sviluppare decentemente le proprie facoltà se si è costretti a lottare ogni giorno contro la povertà? Come competere con chi può iscriversi alle migliori università, avere più contatti nel mondo del lavoro, poter contare sul supporto finanziario della famiglia durante i suoi studi? Se esiste oggi una forma di meritocrazia, questa esclude i poveri, quelli costretti ad arrangiarsi, in partenza.

Essere poveri non significa solo non potersi permettere di “sbocciare” la bottiglia al club il venerdì sera. Significa rischiare di compromettere la propria salute fisica e mentale (con quali soldi pago il ginecologo o lo psicologo? Come evitare prodotti alimentari e cosmetici scadenti, pieni di conservanti e perturbatori ormonali?), significa non avere l’opportunità di offrirsi un’adeguata istruzione e quindi essere esposti maggiormente alla precarietà, significa non poter sfruttare al massimo il proprio potenziale, spesso significa rinunciare ai propri sogni.

Senza contare che significa spesso essere costretti a consumare in modo irresponsabile e a fare scelte dannose per l’ambiente (come finanziare il fast fashion e i grandi inquinatori). Essere poveri significa non poter sempre scegliere, ma essere costretti a qualcosa perché non ci si può permettere un’opzione migliore, ed è frustrante. Spesso può trasformarsi in un pericoloso veleno e generare odio verso persone ed istituzioni, può minare l’autostima di una persona, impedirle di realizzarsi, migliorarsi e confinarla in un circolo vizioso che può portare a gravi conseguenze.

Far fronte alla povertà nel quotidiano non è cosa facile e non favorisce un’esistenza positiva e spensierata, ma questo non significa che bisogna lasciare che le proprie condizioni materiali ci rendano prigionieri dell’amarezza. Si può essere molto felici, con pochi soldi. Si può uscire dalla mentalità consumista e trovare gioia e soddisfazioni al di là del portafoglio.

Spero quindi che tutte le persone che si trovano in ristrettezze economiche non si lascino corrodere dalle difficoltà e dallo sguardo che la società spesso porta alla povertà. Dimentichiamo gli sbocciatori del venerdì sera e concentriamoci su quanta bellezza possiamo trovare e possiamo creare nel mondo, gratis.


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  1. V.

    3 maggio

    Significa essere ricattabili, scendere a compromessi con se stessi, non avere reti di salvataggio. Compromessi e ricatto. Il punto è: la ricattabilità del proletariato povero è ben più severa della competizione sfavorevole con chi è in vantaggio socio-economico. Lavorare per necessità e ben diverso dal lavorare perchè il lavoro nobilita, la leggerezza di chi non è povero ed ha un capitale (familiare quantomeno se parliamo di giovani adulti) è un privilegio di cui i proletari-poveri non godono. Non tutti capiscono la differenza. Ma molti sopportano di essere sfanculati come poracci senza l’iphone o la nikon, di non viaggiare abbastanza durante l’anno, di vestirsi da sfigati, di rinunciare ai venerdi, al presenzialismo, al masterino che ti parcheggia un pò. E poi gli hipster fanno i poracci anche se sono in piena piccolo borghesi (tutelati e con la rete di salvataggio ben stretta), non possono nemmeno capire di cosa stiamo parlando. Chissene! Grazie per l’articolo!!!! Comunque sullo stigma del povero consiglio Loic Wacquant: Punire i poveri.

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