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Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina...

Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina vergine”

“Dio salvi l’Inghilterra e le mandi un re.”
Scritta apparsa sulle mura delle case di Londra nel 1563

Nell’estate del 1533 il re Enrico VIII fece recapitare nei suoi appartamenti reali, a Greenwich, un letto d’oro. Questo letto era parte del prezioso riscatto ottenuto per aver liberato un prigioniero di guerra francese, e giaceva fino a quel momento nella sala del tesoro di Westminster. Adesso il re lo voleva per sé poiché la sua seconda moglie, Anna Bolena, era incinta e gli indovini consultati sulla gravidanza erano tutti concordi: sarebbe stato certamente un maschio. Il re, impaziente ma soddisfatto per la premonizione, decise che Anna avrebbe partorito sul letto d’oro.

Ma sul letto d’oro, il 7 settembre, nacque una bambina, Elisabetta. La delusione di re Enrico fu talmente cocente che, pur senza annullare i festeggiamenti previsti per il lieto evento, non si presentò ad accogliere il Lord Mayor, i magistrati e i membri del consiglio chiamati a Greenwich prima della cerimonia battesimale e se ne restò a dormire. Probabilmente, per gli invitati fu un vero sollievo, considerando che avevano passato una notte insonne, chiedendosi quale sarebbe stato l’atteggiamento più opportuno da assumere in presenza del re, già normalmente molto volubile e imprevedibile.

La venuta al mondo di Elisabetta, dunque, venne letta come una sventura. La vide come una sventura suo padre, diventato negli anni molto superstizioso e dubbioso. Ma soprattutto rappresentò una sventura anche per la madre. Anna sapeva che il suo matrimonio con Enrico aveva spaccato in due la Chiesa ed era malvisto da tanti, innanzitutto dalla prima moglie di Enrico, Caterina, e dalla loro figlia Maria, dichiarata illegittima.

Anna rimase incinta altre due volte, ma non riuscì a portare avanti le gravidanze. La sua sorte si profilò non dissimile da quella che era toccata a Caterina, anzi peggio. Nel 1537, venne accusata di adulterio, arrestata e decapitata. Il giorno dopo la sua morte, il re sposò Jane Seymour, lasciandosi definitivamente alle spalle anche questo matrimonio e anche la sua seconda figlia.

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Illustrazione di Sara Zanello

La giovinezza di Elisabetta I

I primi anni della vita di Elisabetta sembrano un assurdo paradosso se paragonati allo sfarzo e al lusso di cui si circonderà: la bambina non veniva adeguatamente nutrita, mangiava insieme agli adulti quello che c’era, non veniva nemmeno vestita con abiti nuovi. La sorella Maria (costretta a vivere con lei) la detestava e non le era di alcuna compagnia. Tuttavia, Elisabetta, come era accaduto per Maria, ricevette un’ottima istruzione, affidata all’umanista Roger Ascham, il quale scrive di lei:

la sua mente non ha alcuna debolezza femminile, la sua perseveranza è quella di un uomo.

Dal paragone con gli uomini certo non poteva ancora scappare, così come non si poteva dimenticare che non era un uomo, pertanto un giorno sarebbe stato necessario trovarle un marito. Era quindi naturale che la sua capacità di procreazione venisse controllata e, come tutte le donne nobili del suo tempo, anche il suo ciclo mestruale veniva monitorato e le irregolarità venivano discusse e valutate.

Dopo la morte di Enrico e dopo la catena di eventi che portarono all’incoronazione di Maria, Elisabetta si trovò alla mercé della sorella. Maria, che a corte faceva celebrare la messa anche otto volte al giorno aggrappata com’era alla sua religione e alla sua identità, impose alla sorella protestante la conversione. Ma anche Elisabetta si aggrappò a quell’identità negata.

Non solo, è presumibile che sia qui a corte con Maria che Elisabetta imparò a sviluppare la sua particolare arte diplomatica, fatta di pazienza, tentennamento, illusoria condiscendenza, ponendosi in netta rottura con quella che era stata alla politica del padre e anche con l’impetuosità della stessa Maria. Una strategia che si rivelerà assolutamente vincente, soprattutto in relazione ad un argomento specifico. Elisabetta finse di assecondare Maria, ma la sua fede restava quella protestante.

Questo inganno non solo le salvò la vita, ma fece in modo che la regina designasse lei come erede alla sua morte, in mancanza di figli, a patto che riportasse il cattolicesimo in Inghilterra. Elisabetta promise, ma non mantenne mai la promessa.

L’incoronazione

Alla morte di Maria, Elisabetta venne incoronata regina, il 15 gennaio 1559, mentre il paese era sull’orlo di una guerra civile e le congiure di palazzo rappresentavano una minaccia costante. Il suo regno sarà uno dei più longevi, durerà quarant’anni e verrà descritto dagli storici come un’età dell’oro, che portò all’Inghilterra uno sviluppo economico e culturale impressionante.

Storicamente, il giudizio sull’età elisabettiana è mutato nel tempo. Per certi versi i meriti politici della regina sono stati ridimensionati, sebbene la sua figura sia rimasta una delle più popolari nell’immaginario collettivo, un mito alimentato anche da una vasta produzione artistica a lei dedicata. Da una prospettiva di storia sociale, però, il regno di Elisabetta non può essere analizzato senza prendere in considerazione la sua totale opposizione al matrimonio e alle modalità con cui gestì la situazione.

Ad Elisabetta venne proposto ogni genere di pretendente (straniero o inglese) in un periodo in cui la successione rappresentava la più grande preoccupazione per ogni sovrano. D’altronde lo stesso Enrico, nella sua spasmodica ricerca di un erede maschio, era terrorizzato dall’idea che una figlia femmina potesse far cadere l’Inghilterra sotto la supremazia di una potenza straniera o, ancora peggio, favorisse l’ascesa di un’altra famiglia inglese più ambiziosa. Elisabetta sembrò non preoccuparsene mai, ma soprattutto fece in modo che la sua indipendenza non venisse mai inficiata.

Nessun matrimonio, molta diplomazia

La regina trovò un suo particolare modo di mantenerla, attraverso la sua particolare diplomazia, che puntava a disorientare l’interlocutore. Davanti agli ambasciatori e ai consiglieri che le proponevano ora un pretendente e ora un altro, la regina assumeva una posizione come di attesa, forniva risposte evasive e non faceva che prendere tempo.

A volte, a dispetto di ogni etichetta, le sue domande non si concentravano tanto sui vantaggi politici che poteva fornirle un principe al posto di un altro, ma si divertiva a mettere tutti in difficoltà facendo esplicite domande sull’aspetto fisico degli interessati, sulla loro prestanza, sulla loro capacità di ballare o di cavalcare. Nel contempo, quando riceveva gli emissari, Elisabetta li accoglieva con tutti gli onori, con feste, banchetti e balli, li abbacinava affinché questi rimanessero impressionati da quella magnificenza. Era un modo per non indisporli e, contemporaneamente, per ostentare potere e affermazione di sé.

Non potendo sottrarsi alla questione della successione e del matrimonio, Elisabetta imparò a schivarla, ad eluderla. In particolare, Elisabetta si sottrasse all’idea di essere destinata a fare dei figli, continuando per sempre a definirsi “la regina vergine” e ignorando la moltitudine di pettegolezzi sulla propria sessualità. Questa affermazione individualistica è quella che effettivamente lascia la sua impronta nella storia e connota la sua epoca, ed è interamente da attribuirsi ad Elisabetta. In questo senso, la sfarzosità caratteristica della sua corte e dei suoi vestiti, riflette un individualismo difficile da trovare anche fra i suoi pari, affannati dalla linea dinastica e da quello che sarebbe stato dopo di loro.

Il popolo, che pure era diviso fra protestanti e cattolici, e che per certi versi non le perdonava il suo genere, finì col tempo per identificarsi con la sua sovrana, esserne ispirato e la ripagò con devozione.

L’idea dell’autodeterminazione e dell’indipendenza non la lasciarono fino alla morte, avvenuta il 24 marzo 1603. Dopo un lungo periodo di depressione (disturbo di cui ha presumibilmente sofferto per tutta la vita, ciclicamente), alcune fonti vogliono che la sovrana abbia ordinato “Chiamatemi un prete: ho deciso di morire”.


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