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Connie Converse, la cantautrice che sognava di ess...

Connie Converse, la cantautrice che sognava di essere un giglio

Ann Arbor, Michigan, 1974. Quando Connie Converse, cinquantenne managing editor del Journal of Conflict Resolution (una pubblicazione accademica), stipa le sue cose in un furgoncino della Volkswagen e parte, nessuno sa dove si sia diretta di preciso. Dopo quel giorno, nessuno ha più contatti con lei. Solo alcuni amici e parenti ricevono delle lettere in cui, sperando di trovare comprensione, spiegava la sua scelta: “La società umana mi affascina, mi mette in soggezione, mi riempie di dolore e di gioia, solo che non riesco a trovare il posto giusto per inserirmici”, scriveva.

All’epoca, nessuno sapeva ancora che da giovane Connie aveva scritto e inciso molte canzoni, chitarra e voce. Ben prima della comparsa di Bob Dylan, Joan Baez o Joni Mitchell nella scena folk americana, Converse raccontava in musica cosa voleva dire amare qualcuno, non avere soldi ma avere dei sogni, frequentare a volte luoghi poco raccomandabili. Mentre lei componeva, i sopracitati andavano ancora a scuola.

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Elisabeth Converse era nata nel New Hampshire, agli inizi degli anni Venti. Prima della classe al liceo, iniziò il college con una borsa di studio a copertura totale (considerata la rarità con cui questi finanziamenti venivano erogati e il periodo in cui l’ottenne, fu un traguardo davvero meritevole). Dopo due anni decise di lasciare la scuola per trasferirsi subito a New York: voleva essere un’artista. Cambiò nome in Connie, comprò una chitarra, trovò lavoro come assistente di uno stampatore e iniziò a frequentare l’ambiente beatnik.

Erano gli anni Cinquanta, Connie scriveva le sue canzoni e si esibiva per gli amici; a tappeto mandava nastri alle case discografiche. Scriveva personalmente tutte le canzoni che cantava, senza rifarsi – come andava in quel periodo – ad antiche ballate o canzoni popolari, e questo la rendeva già una musicista fuori dal coro.

A contraddistinguerla era soprattutto il fatto che non si occupasse di politica (come per esempio le contemporanee Peggy Seeger o Malvina Reynolds), ma piuttosto mettesse in musica le proprie emozioni, e le emozioni di persone “disadattate” che come lei non trovavano un posto nel mondo.

Nei testi di Connie Converse comparivano donne complesse, a volte depresse a volte temerarie, in cerca d’amore come solitarie. Nessun’altra scriveva in modo così disperato e puro canzoni da suonare alla chitarra.

Il disegnatore Gene Deitch la incontrò ad una festa, nel 1955. La ricorda vestita severamente: “Quando la vidi ebbi da subito l’impressione che potesse essere una suora”. Ma quando la sentì esibirsi rimase scioccato dalla sua bravura: “Non cantava jazz o blues, cantava le sue canzoni, che stava componendo proprio in quel periodo. La maggior parte erano canzoni sulla solitudine, il sentirsi rifiutati, il tradimento, spesso raccontati con ironia. Erano tutte d’autore, bellissime melodie con testi che apparivano come metaforici. Ci ipnotizzarono completamente”.

Deitch era un appassionato di musica, possedeva un registratore e ogni tanto si dilettava a registrare gli amici “per il gusto di farlo”. Diede appuntamento a Connie Converse e qualche giorno dopo, nella sua cucina, registrarono una manciata di pezzi. “Suonò i brani uno in fila all’altro […] Parlare con lei metteva quasi paura. […] Era così intelligente che non si poteva parlarle senza sembrare idioti”.

In seguito si persero di vista. Converse non firmò mai nessun contratto né trovo un manager disposto a promuovere qualche concerto. Chi la conosceva apprezzava il suo stile e provava ad aiutarla a sfondare (l’amica Sarah Reed suonò canzoni di Connie durante i propri concerti), ma non servì a molto. Nel 1961 lasciò la Grande Mela per il Michigan, dove sarebbe stata più vicina alla famiglia.

Suo fratello insegnava all’Università e l’aiutò a trovare un lavoro come segretaria. Successivamente arrivò l’impiego al Journal. La depressione la colpì, nonostante il successo sul lavoro: iniziò a bere molto, e un giorno, come si è detto, sparì di punto in bianco a bordo del suo Volkswagen.

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Intanto Deitch divenne un animatore di successo (il corto Munro gli valse un Oscar), noto anche per aver lavorato su Popeye e Tom & Jerry. Molti anni dopo, nel 2004, si ricordò della sua talentuosa amica durante una trasmissione radiofonica; quando gli chiesero di mettere alcuni dei suoi dischi preferiti per farli sentire agli ascoltatori, fece ascoltare One By One e raccontò la storia di Connie Converse.

Un giorno lo contattò Dan Dzula, che disse di ricordare quella puntata alla radio, e di essere particolarmente interessato alla storia di Connie, così come a sentire il resto delle registrazioni, per poterlo aiutare a promuoverla. Dzula si occupava di musica per jingle e pubblicità, all’epoca; One By One gli era piaciuta così tanto che dopo averla recuperata dal podcast, l’aveva registrata su cd per poterla ascoltare più spesso.

Con l’ok di Deitch, Dan Dzula e un collega iniziarono a lavorare alla realizzazione di un disco e ispirandosi a uno dei testi di Connie, fondarono la Squirrel Thing Recordings. Ma non c’era traccia di lei, non si sapeva se era ancora viva. Lavorare ad un disco senza artista non è la cosa più semplice del mondo, tuttavia non è nemmeno impossibile. Sia Deitch che il fratello di Connie avevano un archivio vastissimo di registrazioni, e attingendovi Dzula riuscì ad estrapolare le canzoni migliori e migliorarne l’audio più che poteva. Nel 2009 uscì How Sad, How Lovely, il primo disco di Connie Converse.

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Il vinile di “How Sad, How Lovely” uscito lo scorso anno

Da allora il disco è diventato molto richiesto, e il nome di Connie lo conoscono in molti. L’incredibile storia di quella che potrebbe essere la prima cantautrice americana moderna si conclude così. Beffarda (è stata definita hipster del momento, a Brooklyn), seppur riconoscente. E pensare che lei stessa, scherzando a proposito del suo seguito, diceva spesso di avere “dozzine di fan in tutto il mondo”.

Oggi avrebbe 90 anni, sarebbe felice di sapere che finalmente tutt* possiamo sentire le sue canzoni, invidiare la sua abilità scrittoria, ma soprattutto apprezzare la sua autenticità di artista che, molto in avanti sui tempi, fece suo uno stile che coniugava melodia e testo originali in modo elegante ed imperfetto.

 


How Sad, How Lovely è disponibile su qualsiasi piattaforma (Spotify, Bandcamp, Soundcloud e Youtube).

Hanno già realizzato un documentario su di lei, qui potete vedere il trailer. 


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