“Costruirsi una carriera”, nel senso di “assicurarsi un reddito più o meno fisso e sufficiente vivere dignitosamente, ricevendo un compenso per attività che non ci facciano venire voglia di sbattere la testa contro il muro e, possibilmente, abbiano anche a che fare con quello che abbiamo studiato” è oggi un’impresa più ardua di quello che potrebbe sembrare a prima vista.

Per tutt* quell* che si trovano intrappolat* nella giungla di stage pagati poco o niente, lavori part-time, lavori temporanei, lavori a progetto, lavoretti “per arrotondare”, volontariato più o meno volontario, uno dei rischi è quello di precipitare nella spirale dell’ultralavoro: qualsiasi attività che non sia immediatamente spendibile sul curriculum sembra portare via tempo prezioso che potrebbe essere “investito meglio” e, inevitabilmente, è la prima ad essere sacrificata.

Se aggiungiamo al quadro, che già di per sé è tragico, i fattori che rendono la situazione ancora più difficile per le donne (per citarne qualcuno: la disparità salariale, le incombenze del lavoro di cura, la “woman tax“), il pericolo è davvero quello di non riuscire ad uscirne.

In un mondo che ci chiede ossessivamente di essere iper-flessibili, career-focused e nonostante tutto sempre sorridenti, prendersi del tempo per fare le cose che ci piacciono è quello che ci permette di rimanere delle persone — di ricordarci che si lavora per vivere, non il contrario, che non c’è niente di male a non voler essere il proprio lavoro, e che quando i tempi del lavoro diventano prioritari rispetto a quelli della vita, vuol dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui il lavoro funziona. Le cose che ci piacciono, le “distrazioni” sono inviolabili spazi di resistenza — spazi di vita, di gioia, spazi per sé.

Illustrazione di Ilaria Grimaldi

Illustrazione di Ilaria Grimaldi

Un grosso problema è che è difficile rivendicare questi spazi quando ci si trova nella posizione del più debole, e si vive sotto un tacito, perenne ricatto: “ci sarà sempre qualcun altro disposto ad accettare le condizioni che tu ora non vorresti accettare”. Peggio ancora quando si appartiene in qualche misura a una delle categorie meno tutelate, formalmente o di fatto — quando si deve, per esempio, lavorare il doppio per dimostrare lo stesso valore, quando pendono sulla propria testa delle dimissioni firmate in bianco in caso si decida che si vuole avere un figlio, quando si è state abituate a essere molto insicure e tremendamente ipercritiche rispetto al lavoro che si sta svolgendo e alla propria adeguatezza.

Per tutti questi motivi, spesso, pur condividendo in linea di principio l’idea che le distrazioni siano fondamentali, si tende a pensare che siano un lusso che per il momento non ci si può permettere, che si rimanda per quando si avrà più tempo.

Eppure, che siano dieci minuti al giorno per praticare la mindfulness (provate questa app, è parzialmente gratis e fantastica!), il tempo per scrivere o quello per imparare a fare quella cosa a cui avreste voluto dedicarvi da tantissimo ma che avete sempre rimandato, sono queste le cose che ci permettono di rimanere vivi, critici, creativi.

C’è poi anche un modo positivamente opportunista di capovolgere il ragionamento, per cercare di non sentirsi in colpa (o sentirsi un po’ meno in colpa) nel rivendicare il sacrosanto diritto a quello che i latini chiamavano otium, e che altro non è che la curiosità, l’esplorazione di orizzonti nuovi per il puro gusto di farlo.

Che ci piaccia o (sperabilmente) no, viviamo in un sistema in cui tutto, potenzialmente, può essere monetizzato e venduto. I consulenti del lavoro spiegano che l’importante, quando si scrive un curriculum, è saper raccontare — e vendere — una storia: valorizzare (nel senso economico del termine) se stessi, il proprio vissuto, il proprio “capitale intimo”. Ci invitano a fare volontariato non perché pensiamo che la causa per cui lo facciamo sia così importante da essere la cosa, fra tutte, a cui dedicare parte della nostra vita, ma perché fare volontariato “ti dà transferable skills e ti fa fare conoscenze molto utili per trovare lavoro”.

E allora, capovolgiamo l’ipocrisia a nostro vantaggio. Impariamo a raccontare le storie, a trovare, nelle cose che ci piacciono, l’aspetto vendibile: e poi, facciamole senza pudore e per tutt’altre ragioni. Così, la partitella del giovedì vi darà eccellenti soft skills nel teamwork, il vostro corso di coreano sarà la prova della vostra curiosità, capacità di mettersi in gioco, apertura verso altre culture, velocità di apprendimento. Il DIY insegna il problem-solving, e qualsiasi iniziativa può dimostrare spirito imprenditoriale. Comprami, cantava Viola Valentino, io sono in vendita. È tutta questione di packaging.