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L’ampiezza dello stereotipo che vede le donne e le persone dall’aspetto femminile come creature incapaci di manovrare un computer mi si rivelò nella sua pienezza poco meno di un anno fa, quando iniziai a lavorare in un laboratorio di fabbricazione digitale posto all’interno di un noto museo delle scienze. In precedenza mi era capitato solo di tanto in tanto di trovarmi ad attraversare ambienti accademici, professionali e hobbistici a dominio maschile. La mia strategia era stata, di sovente, quella della toccata e fuga: preferivo minimizzare il rischio di essere fraintesa, ignorata e istruita dal mansplainer di turno.

Al lavoro, sono solita indossare un badge ben visibile, che mi identifica come dipendente del museo, e mi distingue a colpo d’occhio dai visitatori. Il laboratorio in cui passo la maggior parte del mio tempo è chiuso, ma ben visibile a chi è di passaggio. Lungo il suo perimetro sono disposti alcuni computer, una stazione per la saldatura, e diverse macchine a controllo numerico, come stampanti 3D, frese e un taglio laser. Chi visita il museo può osservare le macchine in funzione, ma anche fare domande su di esse e sulle attività di lavoro in corso. Nella maggior parte dei casi, questo sistema è aproblematico.

Tuttavia, nonostante la mia collocazione, le mie mansioni e il mio badge portino la maggior parte dei visitatori a pensare che io sia un’esperta alla quale rivolgere domande, capita almeno una volta alla settimana che il mio lavoro sia interrotto da cinquantenni desiderosi di spiegarmi come funzionano le tecnologie che mi circondano. Spesso le loro spiegazioni sono errate, e sembrano basate su informazioni colte da un servizio di TG2 Costume & Società. Quando provo a ribattere, però, sembrano non sentirmi.

Fin a qualche anno fa, ero ingenuamente convinta che le donne fossero ostracizzate in ambito informatico perché, per molti decenni, il loro contributo era stato scarso o inesistente. Immaginavo ambienti di formazione e di lavoro completamente chiusi alla partecipazione di chiunque non fosse un uomo bianco eterosessuale, e nei quali le persone appartenenti ad altre categorie fosse impossibilitate ad emergere. L’unico caso anomalo che conoscevo, difatti, era quello di Alan Turing, brillante matematico e crittografo inglese, condannato nel 1952 per il reato di omosessualità e costretto a scegliere tra il carcere e la castrazione chimica. Il suo lavoro ebbe una grande influenza sullo sviluppo dell’informatica, ma, all’epoca, la scoperta del suo orientamento sessuale fu sufficiente a spogliarlo di qualsiasi dignità umana e professionale.

Di recente ho però scoperto che anche la storia dell’informatica è stata scritta omettendo i nomi delle donne che hanno contribuito grandemente ad innovarla. Se oggi siamo portat* a pensare che l’informatica sia un mondo maschile, lo si deve anche alla meticolosa opera di riscrittura dell’ingegno femminile, che ha visto attribuire scoperte ed invenzioni proto-informatiche ai colleghi e/o partner delle dirette interessate.

Un caso di rimozione incredibilmente eloquente è quello che riguarda Ruth Lichterman, Kay MacNutly, Betty Jennings, Betty Snyder, Marlyn Wescoff e Fran Bilas: le cosiddette ENIAC Girls. La vicenda professionale di queste sei donne, alle quali dobbiamo la programmazione dell’ENIAC, il primo computer elettronico della storia ad essere Turing completo, ci permette di comprendere come la professione del programmatore sia originata dal lavoro impiegatizio femminile.

Prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le ragazze laureate in matematica erano convogliate verso la professione di maestra o professoressa. Dopo l’inizio del conflitto, invece, il ventaglio delle possibilità si ampliò sensibilmente, seppur entro un regime di divisione del lavoro ancora pesantemente influenzato dagli stereotipi di genere.

Durante i primi anni ’40, a seguito di un accordo tra l’esercito degli Stati Uniti e l’università della Pennsylvania, il Ballistic Research Laboratory di Aberdeen, Maryland, reclutò duecento ragazze per la posizione di “computer”. Le computatrici avevano il compito di calcolare le traiettorie di lancio dei proiettili d’artiglieria.

Com’è facile immaginare, questo lavoro richiedeva forti competenze matematiche, tra le quali la capacità di risolvere equazioni differenziali non lineari contenenti diverse variabili. Gli strumenti con i quali potevano aiutarsi erano semplici calcolatrici da ufficio e l’analizzatore differenziale, un computer analogico meccanico, la cui versione più evoluta era stata messa a punto nel 1927 presso il Massachussetts Institute of Technology.

Kay McNulty, Alyse Snyder e Sis Stump utilizzano l'analizzatore differenziale

Kay McNulty, Alyse Snyder e Sis Stump utilizzano l’analizzatore differenziale

Nonostante la palese difficoltà di tale compito, le computatrici erano considerate lavoratrici non qualificate. La scelta di assumere solo donne per questa mansione non era stata dovuta solo alla carenza di giovani uomini da inserire in questo settore, ma anche al fatto che il lavoro di computer era percepito dagli uomini che l’avevano svolto durante la Prima Guerra Mondiale come fondamentalmente noioso e poco stimolante.

Per le computer del Ballistic Research Laboratory, invece, si trattava di una inaspettata opportunità di intraprendere una carriera diversa da quella che tutti sembravano aspettarsi da loro. Buona parte del gruppo non era estraneo a scelte di vita poco convenzionali. Lila Todd, ad esempio, fu l’unica donna della Temple University a laurearsi in matematica nel 1941, sfidando il direttore del suo dipartimento, che riteneva che solo gli uomini potessero scegliere la sua disciplina come major. Betty Jennings, invece, durante l’università aveva seguito corsi di geometria analitica, trigonometria e fisica insieme a gruppi di studenti arruolati nella marina militare, e spesso era l’unica ragazza a lezione.

Sebbene il ruolo di queste donne fosse fondamentale al funzionamento dell’intera macchina organizzativa del BRL, non furono accolte a braccia aperte. Adele Goldstine, una delle loro formatrici, riportò in una lettera non datata che le computeriste erano mal viste dal resto dello staff, e che erano in molti a considerarle causa di disturbo e di interferenza con il normale svolgimento delle attività.

Non a caso, nello stesso periodo, fu fatta circolare una campagna propagandistica che definiva le donne impegnate in corpi militari e paramilitari come sessualmente immorali. In Women at War with America, D’Ann Campbell scrive che moltissimi soldati inviarono lettere dal fronte alle proprie sorelle ed amiche spiegando che, se avessero deciso di indossare l’uniforme, sarebbero state viste come “lesbiche o prostitute”.

In questo clima che ancora distingueva nettamente tra professioni maschili e professioni femminili, un gruppo di ingegneri della Moore School of Electrical Engineering stava sviluppando l’ENIAC, una macchina concepita per svolgere in maniera automatica i calcoli di cui si occupavano le computatrici. Gli ingegneri, però, gestirono soltanto la parte hardware del progetto, mentre la programmazione fu lasciata completamente in mano a sei computatrici, selezionate da Herman e Adele Goldstine per la loro eccellenza.

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Betty Snyder e l’ENIAC

Oggigiorno può sembrare strano che l’intera gestione del lato software dell’ENIAC fosse assegnata a Lichterman, MacNutly, Jennings, Snyder, Wescoff e Bilas, ma all’epoca non lo era. Gli ingegneri coinvolti nel progetto erano tutti uomini perché la loro disciplina era considerata completamente incompatibile con l’intelligenza femminile. La programmazione di un computer elettronico, invece, era qualcosa di nuovo e sconosciuto. Trattandosi di un’attività assimilabile al calcolo, fu dato per scontato che si trattasse di un lavoro poco più qualificato di quello delle computatrici, ovvero di una nuova professione impiegatizia.

Le ENIAC Girls però non furono istruite sulla componente hardware del progetto. Gli ingegneri si limitarono a condividere gli schemi elettrici della macchina, lasciando che fossero le matematiche, assistite dai coniugi Goldstine, a comprenderne il funzionamento e a individuare un modo per programmarla. Questo enorme ostacolo permise loro di acquisire una conoscenza senza precedenti sulla macchina. Non solo divennero in grado di individuare ciò che, strutturalmente, essa poteva o non poteva fare, ma impararono a comprendere cosa aveva causato i frequenti guasti e come intervenire per ripristinarne il corretto funzionamento. A tutto ciò, si sommava il loro lavoro di programmazione.

Nell’estate del 1945, le programmatrici furono temporaneamente assegnate a due fisici coinvolti nel Progetto Manhattan. Stanley Frankel e Nicholas Metropolis, all’epoca, stavano lavorando allo sviluppo di un modello matematico che doveva aiutarli a prevedere la possibilità di un’esplosione termonucleare presso il Los Almos Laboratory, dove era in corso la preparazione di un ordigno. In quell’occasione le ENIAC Girls si mostrarono perfettamente in grado di programmare il computer – all’epoca non ancora formalmente testato – per le esigenze di calcolo dei due fisici, che si erano portati appresso il problema da risolvere su una serie di enormi fogli di carta. Le programmatrici utilizzarono un milione di schede perforate IBM per il loro scopo. Dopo un mese di lavoro, l’operazione fu completata.

Sebbene le programmatrici fossero le persone che potevano vantare la conoscenza più completa e approfondita del funzionamento dell’ENIAC, al termine della guerra, quando essa fu presentata pubblicamente, non venne riconosciuto loro alcun merito. Durante la conferenza stampa del 1946, il loro contributo fu completamente ignorato.

Le foto promozionali che le ritraevano erano poche e, quando approdarono su volantini che invitavano i giovani statunitensi ad arruolarsi, le programmatrici furono tagliate dalle immagini. Tutto ciò, oltre ad essere banalmente ingiusto, fu per loro anche penalizzante sul piano professionale. Il riconoscimento ufficiale che si aspettavano non arrivò mai.

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Subito dopo la fine del conflitto, la propaganda governativa iniziò a inviare messaggi in totale contrasto con quelli che avevano accompagnato l’entrata in guerra. Alle donne che avevano sperimentato l’indipendenza economica e lavorativa fu chiesto di lasciare le loro professioni agli uomini di ritorno dal fronte. L’FBI licenziò buona parte delle sue crittografe, mentre il Ballistic Research Laboratory diede istruzioni separate sulla base del genere per l’assunzione e il licenziamento di dipendenti. Il lavoro di programmatore, che aveva visto la luce in un team esclusivamente femminile, e che si era rivelato molto più complesso del previsto, subì un’opera di revisionismo simbolico, e divenne rapidamente una professione “da uomini”.

Non a caso, come osserva Jennifer S. Light, gli articoli giornalistici che contribuirono alla popolarità dell’ENIAC descrivevano la macchina come intelligente, mentre le programmatrici erano dipinte come collaboratrici sottoqualificate, le cui mansioni includevano spostare leve di interruttori e cavi elettrici. Al grande pubblico americano la storia delle ENIAC Girls non fu mai raccontata, e se quest’oggi ne ho potuto scrivere, è solo perché una manciata di ricercatrici, negli ultimi decenni, hanno deciso di fare luce su quanto accaduto.

Mentre stavo studiando i loro articoli, mi è capitato diverse volte di pensare a quanto è potente ed elastica la narrazione che il patriarcato produce su chi si identifica come donna o ha un aspetto femminile. Indipendentemente dai modi in cui il nostro ingegno e i nostri sforzi sono riusciti a destabilizzare sistemi rigidi, fortemente codificati e a dominio maschile, il racconto finale ci ignora, attribuendo meriti e demeriti non sulla base di dati empirici, ma della percezione stereotipata del genere delle persone coinvolte.

Il racconto dell’ENIAC che è approdato sui testi universitari e sulla pagina italiana di Wikipedia non contempla il talento, il coraggio e la determinazione di Ruth Lichterman, Kay MacNutly, Betty Jennings, Betty Snyder, Marlyn Wescoff e Fran Bilas. Lo stesso discorso vale per la loro coordinatrice, nonché autrice del manuale dell’ENIAC, Adele Goldstine.

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Jean Bartik e Kay McNulty

Questa vicenda, a mio avviso, illustra molto chiaramente come il prestigio professionale sia legato alla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ad esempio, in molt* hanno osservato come il fattore che determinò la perdita di prestigio sociale della categoria dei maestri, in Italia, fu nient’altro che il massiccio accesso delle donne a questa professione.

Il mercato del lavoro e le professioni possono mutare rapidamente e in modo drastico, ma le diseguaglianze che penalizzano le donne restano una grande costante, e si aggravano quando si distingue tra donne bianche e di colore. Per questo è importante insistere non soltanto sull’apertura delle professioni a dominio maschile alle lavoratrici, ma anche e soprattutto alla distruzione degli stereotipi di genere.

Pensando alle programmatrici dell’ENIAC, la cui prima professione ha dato il nome alla macchina sulla quale sto scrivendo questo articolo, non ho potuto fare a meno di contemplare l’entità del danno che ci è stato collettivamente arrecato. Non solo meritiamo di essere edotte dai mansplainer di turno e considerate poco adatte allo studio dell’informatica, ma il nostro simulacro è stato appropriato per dare un volto e una voce a macchine di servizio, come navigatori stradali e robot umanoidi.
Il cambio di prospettiva è stato così netto, eppure non ce ne siamo accort*. Se un tempo la macchina era una celebrata creatura maschile, e le programmatrici non contavano nulla, oggi l’abitudine ci porta ad insultare la “stupida” e cordiale voce femminile che abita i caselli autostradali, ma ad attribuire grande intelligenza ai programmatori.

Betty Snyder Holberton

Betty Snyder Holberton

Se questo scenario vi pare deprimente, non vi biasimo. Credo però che sia nostro dovere non soccombere allo sconforto, e impegnarci quotidianamente a riportare alla luce le storie delle pioniere che il libri di storia tardano a celebrare.

Concludo ricordando Grace Hopper, l’inventrice del primo compiler della storia, intenta a celebrare, intervista dopo intervista, il lavoro della collega Betty Snyder che, dopo la chiusura del progetto ENIAC, scrisse la prima routine software per la programmazione automatica, e successivamente collaborò con lei allo sviluppo di COBOL, uno dei primi linguaggi di programmazione ad alto livello.
Hopper era solita ripetere che Snyder era la programmatrice più talentuosa che avesse conosciuto nel corso della sua lunga carriera, in barba agli stereotipi che volevano entrambe relegate al ruolo di angelo del focolare, e ad una cultura che vorrebbe le donne in costante e malsana competizione.

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