Nel 1931, in piena fase imperialista giapponese, si verificò l’incidente mancese: le truppe dell’Impero del Sol Levante invasero la Manciuria e poi la Cina, sfruttando come pretesto l’esplosione di una bomba di origine sconosciuta (e che in seguito si scoprì essere di matrice giapponese) che aveva distrutto la ferrovia di Mukden.

È in questo periodo che alcuni privati iniziarono a fondare bordelli per i soldati che risiedevano in Manciuria: in un primo momento non si parlava di “comfort women” (o ianfu) e l’esercito non era coinvolto in queste attività. La partecipazione militare ebbe inizio a partire dal 1932, anno in cui venne fondata la prima comfort station della storia a Shanghai. Aveva un triplice scopo: contrastare l’ondata di stupri su donne civili delle zone occupate perpetrata dai soldati giapponesi; limitare la diffusione di malattie veneree, che peggioravano le prestazioni dei militari; inibire le interazioni con donne cinesi, potenziali spie.
In seguito al massacro di Nanking, il ritmo con cui le comfort station venivano costruite aumentò ulteriormente.

Dal 1938 in poi, alcuni agenti vennero formalmente incaricati di ricercare nella nazione giapponese circa 3000 volontarie da trasferire nelle numerose comfort station costruite negli anni precedenti.
In seguito ad alcune proteste, il 23 febbraio 1938 l’Ufficio di Polizia dei Ministero degli Interni emanò un memorandum in cui dichiarava che le donne reclutate dovevano avere almeno 21 anni, essere già impiegate come sex worker in Giappone e avere il permesso dei genitori  o dei guardiani per spostarsi oltremare.

Il numero delle comfort station cresceva proporzionalmente all’espansione militare in nuovi territori: ben presto le volontarie giapponesi iniziarono a scarseggiare, rendendo necessario il reclutamento di donne appartenenti a colonie.
È probabile che, almeno inizialmente, gli agenti abbiano seguito le regole del Ministero degli Interni anche in questi territori, ma ci sono prove che la maggior parte delle “comfort women” non rispondevano ai canoni delineati nel documento: molte delle ragazze prelevate non avevano più di 16-17 anni (in alcuni casi anche solo 12); non erano sex worker, ma ragazze di bassa estrazione attirate con la promessa di una migliore scolarizzazione o di un buon lavoro da operaie industriali; numerose furono reclutate forzatamente, attraverso l’uso di minacce verbali e fisiche, o comprate dai genitori. Altre furono letteralmente rapite.

Comfort women coreane liberate alla fine della II Guerra Mondiale.

Comfort women coreane liberate alla fine della II Guerra Mondiale.

1 donna per 100 soldati

A causa del coinvolgimento governativo giapponese, molti dei documenti militari sono stati distrutti, rendendo particolarmente difficile ottenere dati precisi riguardo al fenomeno. In un documento del 1942 si legge che in quell’anno le comfort station erano 400, ma è confermato che molte altre furono costruite in seguito.

Per quanto riguarda invece i numeri ufficiali delle “comfort women, questi sono molto più difficilmente definibili, dato che non esistono documenti con dati onnicomprensivi: sono state offerte stime diverse a seconda del criterio utilizzato e dello studioso coinvolto. Uno dei metodi più usati è quello di prendere il numero totale di militari coinvolti oltremare nella guerra del Pacifico e calcolare quanti sarebbero stati distribuiti per ciascuna comfort woman.

Ricordiamo una nota del 1939 in cui il capo di una squadra medica dell’esercito stazionato a Shanghai scrive “Portato un gruppo di comfort women – 1 donna per 100 soldati.”
Le stime accordate si aggirano comunque su un numero di donne compreso fra 50.000 e 200.000, la maggior parte delle quali era coreana, ma c’erano anche donne cinesi, giapponesi, olandesi e del Sud-Est asiatico.

ncomfortwomen

 

Vale la pena di ripetere che anche se le comfort station erano spesso gestite da proprietari civili, l’intera organizzazione era gestita dalle forze militari giapponesi: gli edifici erano costruiti o forniti dall’esercito; i controlli di sicurezza erano offerti dall’esercito; l’agenda e i prezzi delle donne erano stabiliti dall’esercito; gli esami medici per la prevenzione e cura delle malattie veneree erano portati avanti da medici dell’esercito; gli amministratori delle comfort station e la vendita dei biglietti di ingresso erano gestiti dall’esercito.

La vita, in quei centri, era estremamente difficile e degradante: secondo alcuni regolamenti ritrovati, l’orario di apertura andava dalle 9.00 alle 21.00 e ogni donna riceveva forzatamente una media di 20/30 uomini al giorno (ma si arrivava fino a 50). Solitamente erano previsti un giorno o due di vacanza al mese, ma esistevano comfort station che non avevano giorni liberi.

Le donne erano trattate secondo la magnanimità dei clienti: potevano essere picchiate, torturate e addirittura uccise quando rifiutavano un rapporto. Il grande numero di malattie veneree che contraevano veniva trattato con iniezioni di arsfenamina, una cura per la sifilide altamente tossica.

Un aspetto del fenomeno delle comfort station che viene raramente discusso è che non ebbe termine con la fine della guerra: con la consapevolezza che le truppe alleate avrebbero presentato gli stessi istinti animaleschi che i soldati giapponesi avevano mostrato nelle zone occupate, i bordelli militari furono destinati agli invasori. Le stazioni furono abolite un anno dopo la fine della Guerra, e nel 1947 l’atto di reclutare donne per destinarle alla prostituzione venne dichiarato illegale. Ci sono stati diversi processi riguardo le comfort station, ma gli unici ad essere considerati colpevoli furono i militari responsabili della loro creazione.

Solo il 25% delle comfort women sopravvisse alla fine della guerra e ai traumi fisici e psicologici si aggiunse lo stigma sociale. Solamente l’Olanda denunciò immediatamente dopo la guerra il trattamento di 35 donne olandesi che furono costrette a prostituirsi. Gli altri stati coinvolti aspettarono decenni prima di portare la discussione in pubblico: in Corea si aspettò fino al 1988 a causa del tabù persistente sul sesso prematrimoniale.

L’inizio delle rivendicazioni

Frustrate dall’indifferenza e dall’atteggiamento evasivo dei governi, le leader dei movimenti per le donne portarono la questione alla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU nel 1992. In seguito alla crescente pressione internazionale sul caso, nel 1993 si ebbe la dichiarazione Kono, con la quale per la prima volta si affermò che l’esercito militare era stato coinvolto nella coercizione sessuale delle comfort women.

Questa dichiarazione portò alla fondazione dell’Asian Women’s Fund (AWF) con lo scopo di “esprimere un senso di espiazione nazionale dal popolo giapponese alle ex-‘comfort women’ e di lavorare per affrontare questioni contemporanee che riguardano l’onore e la dignità delle donne”.
La creazione di questa associazione venne interpretata come l’ennesimo espediente per evitare la responsabilità legale del governo giapponese, che già da tempo insisteva nel voler risolvere le varie controversie del dopoguerra fra Giappone e altri stati con accordi e trattati bilaterali.

Le posizioni dei movimenti femministi nazionali furono diverse: in Taiwan la posizioni ufficiale fu il rifiuto dell’ AWF e la richiesta di scuse formali e riparazioni legali da parte del governo giapponese; in Corea del Sud si cercarono metodi alternativi per aiutare le sopravvissute a resistere alle allettanti riparazioni informali e rifiutare l’AWF. In Indonesia, dopo il rifiuto governativo di accettare l’AWF per evitare di riconoscere ufficialmente più di 20.000 autoproclamate sopravvissute, venne raggiunto con esso un accordo per la costruzione di cinquanta edifici destinati ad anziani, ai quali avrebbero ottenuto la priorità le ex-comfort women; nelle Filippine e in Olanda, il governo lasciò la decisione alle singole donne coinvolte.

La visione dei supporter giapponesi dell’AWF  è molto diversa da quella presentata dai movimenti nazionali: per loro i fondi di espiazione provengono dal popolo, che vuole esprimere i loro sentimenti di mortificazione per la sofferenza causata dal Giappone imperiale alle comfort women. Inoltre, si domandano se le voci delle sopravvissute coreane non siano ancora silenziate (questa volta dal governo coreano e dalle leadership di movimento, in nome dell’onore nazionale e di nazionalismi, più che del femminismo e del rispetto dei diritti umani).

Dallo studio di Chunghee Sarah Soh, antropologa coreano-americana, emerge che la questione dell’autodeterminazione delle sopravvissute non è mai stata affrontata. Le leadership coreane, ad esempio, tendono a considerare le ex-comfort women come incapaci di fare la scelta giusta a causa della loro poca o assente istruzione.

Questa tesi sarebbe avvalorata dalle frequenti ritrattazioni di coloro che hanno accettato i soldi dell’AWF, salvo poi pentirsene pubblicamente. Altre sopravvissute sono segnate dalla fiducia nel patriarcato e dal bisogno di essere guidate da una figura maschile e autoritaria: una donna coreana, ad esempio, ha dichiarato di essere stata reclutata come comfort woman da diciottenne, quando era scappata di casa per sfuggire al padre-padrone. Nella sua mente, se fosse rimasta a casa e avesse rispettato i tradizionali ruoli di genere, la disgrazia non sarebbe mai accaduta.

Ex-comfort women in protesta davanti all'ambasciata giapponese di Seoul.

Ex-comfort women in protesta davanti all’ambasciata giapponese di Seoul.

In tempi recenti

Il Korea Times (2014) ha definito la questione delle comfort women come la “più grande disputa diplomatica” fra Giappone e Corea. Anche se il Giappone ha confermato più volte il sistema delle comfort station era alimentato da coercizione durante gli anni ’90, non ha mai offerto delle scuse ufficiali o delle riparazioni legali.

La dichiarazione Kono del 1993 è stata la maggiore ammissione di coinvolgimento giapponese che le sopravvissute hanno potuto ottenere: dal decennio successivo, le concessioni giapponesi non fecero che sfumare sempre più.
Nel 2007 il primo ministro giapponese Shinzō Abe ha affermato che non esistevano prove che dimostrassero che le donne erano state costrette. Nel 2012, l’unica dichiarazione a riguardo fu che “il governo del Giappone era anche molto addolorato quando pensava alle sofferenze e al dolore incommensurabile sperimentato dalle comfort women”.

Nel 2013, Abe ha tralasciato totalmente il coinvolgimento governativo giapponese, parlando della gravità del traffico di esseri umani in riferimento alle comfort women. Nel 1997 tutti i libri scolastici di storia giapponesi includevano la questione; nel 2002 solo tre, nel 2006 due e neanche uno nel 2012.
Dal 2008 al 2013, 39 assemblee locali giapponesi hanno sottoposto richieste ufficiali perché il governo risolvesse la questione con un’indagine approfondita e delle scuse ufficiali, ma nessuna ha ricevuto ascolto. Due musei indipendenti dal governo sono stati costruiti in Corea e in Giappone, con la volontà di informare e sensibilizzare un pubblico ormai piuttosto impermeabile alla questione.

Il 28 dicembre 2015, i ministri degli esteri della Corea e del Giappone hanno stipulato un accordo risolutivo: il governo giapponese si è impegnato a contribuire con 1 miliardo di yen a una fondazione (ancora da creare dal governo sud coreano) per supportare le ex-comfort women, delle scuse sentite dal primo ministro Abe e un’assicurazione da parte della Corea di non tornare sulla questione mai più. Inoltre, la statua di una ragazza di Seoul simboleggiante le comfort women e posizionata di fronte all’ambasciata giapponese, andrà rimossa per sbloccare i finanziamenti dell’accordo.

Le sopravvissute si sono lamentate del loro mancato coinvolgimento e dell’abuso di autorità del governo sud coreano nell’affermare che la dichiarazione è definitiva. In più, meno di un mese dopo la firma dell’accordo, Shinzō Abe e altri politici giapponesi hanno fatto un ulteriore passo indietro, dichiarando che né i documenti ufficiali militari né quelli governativi provano che le comfort women siano state costrette a offrire prestazioni sessuali e che il governo non ha trovato prove di una “mobilitazione forzata” delle donne da parte dei militari: oltre al danno, la beffa.

La statua dedicata alle comfort women.

La statua dedicata alle comfort women.

La prospettive per una risoluzione soddisfacente della situazione sono piuttosto scarse. A partire dall’accordo, che richiede espressamente un silenziamento delle critiche e la rimozione della statua in ricordo delle comfort women, fino ad arrivare alla dichiarazione di Shinzō Abe, secondo il quale l’intesa servirà perché le future generazioni giapponesi smettano di doversi scusare, sembra che il negazionismo stia avendo la meglio.

Nel marzo 2014, solo 55 sopravvissute coreane erano vive e la loro età media si aggirava sugli 88 anni. Come ha dichiarato una di loro, l’ottantottenne Lee Ok Son: “È come se il governo giapponese stia solo aspettando che smettiamo di parlare e moriamo.”


Altro sulle comfort women:

https://www.kickstarter.com/projects/lucyzhao/within-every-woman-the-documentary-film

http://www.awf.or.jp/e-preface.htm