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Caterina de Medici: lo stereotipo della strega

Caterina de Medici: lo stereotipo della strega

Il processo per stregoneria a Caterina de Medici (o semplicemente Medici) è probabilmente uno dei più noti tra quelli svolti in Italia. Della vicenda hanno parlato diversi autori, tra i quali vanno certamente menzionati Alessandro Manzoni e Leonardo Sciascia, che a partire dagli atti processuali ne diede un’interpretazione letteraria ne La strega e il capitano. Una simile attenzione va spiegata tenendo presente alcuni fattori.

Un sistema ingiusto

L’Italia è stato storicamente un paese piuttosto tollerante per quanto riguarda la caccia alle streghe. I roghi sono stati numericamente di meno rispetto ad altri paesi e abbastanza circoscritti in alcune zone specifiche. Questo particolare processo, invece, colpisce per la sua spietatezza e per le numerose infrazioni alle regole procedurali che, per quanto insensate e deliranti, venivano in qualche modo rispettate normalmente.

In secondo luogo, la vita dell’accusata racchiude in sé gli elementi caratteristici dello stereotipo della strega: Caterina era una donna povera, non più giovane, senza nessuna risorsa se non la propria capacità di sopravvivenza. In questo senso, la sua confessione di essere una strega va interpretata non certo come la possibilità che la donna avesse qualche potere magico, ma semplicemente quanto la sfortuna e la miseria portassero persone che non avevano niente a credere a tutto.

Ancora, alla base della vicenda processuale troviamo il pregiudizio misogino che portava gli uomini ad incolpare le donne per quello che non riuscivano a spiegarsi, oppure ad utilizzarle come capri espiatori per alcune condotte, da loro stessi tenute, in contrapposizione a principi che consideravano indiscutibili.

Infine, questo processo permette di mettere in luce una serie di cause minori all’origine della persecuzione. Oltre alle due grandi cause storiche alla base della nascita del fenomeno, è infatti possibile rintracciare altri piccoli “moventi” (soprattutto in Italia), più circoscritti, locali, che riguardavano principalmente le persone coinvolte e la salvaguardia di alcune posizioni sociali e di potere.
Il caso di Caterina, in questo senso, è paradigmatico e per questo molto noto.

Illustrazione di Norma Nardi

Illustrazione di Norma Nardi

Una vita da fantesca

La vita di Caterina è stata, praticamente sempre, un vero incubo. Nata nel 1573 a Broni, viene data in sposa a tredici anni e diventa vittima di un marito violento, che non solo abusa di lei e la picchia, ma la costringe anche a prostituirsi.

Dopo sei anni riesce a liberarsi del vincolo coniugale e comincia a lavorare come sguattera nelle osterie o come serva presso alcune abitazioni di signori. La sua condizione subisce un ulteriore peggioramento quando, nel 1598, arriva come fantesca (domestica) in casa del capitano Giovanni Pietro Squarciafico, a Occimiano.

Squarciafico fa di Caterina la sua amante e ha, con lei, due figli, di cui ovviamente deve occuparsi da sola e senza nessun genere di tutela, anzi, il disprezzo sociale cresce intorno a lei. La frustrazione di Caterina per questa situazione di disagio e solitudine è insostenibile e nel 1610 partecipa per la prima volta al “barilotto” (cioè il sabba) divenendo “strega formale”, pensando di poter acquisire dei poteri magici che la riscattassero, almeno parzialmente, degli innumerevoli soprusi già subiti.

Quello stesso anno, sotto pressione del vescovo di Casale Monferrato, Squarciafico la allontana dalla propria casa per questioni di ordine “morale”. Per i successivi tre anni presta servizio in vari luoghi per poi arrivare, nel 1613, a casa del capitano Vacallo (il capitano cui allude Sciascia nel titolo del suo libro).

In casa di Vacallo resta poco, ma si ritrova suo malgrado invischiata nelle vicende domestiche. Vacallo, in modo non dissimile da Squarciafico, ha a sua volta una “relazione” con una serva della casa, che si chiama anch’essa Caterina, e che per la sua giovane età viene chiamata Caterinetta. Vacallo era presumibilmente ossessionato da Caterinetta, che più di una volta cerca di allontanare per poi tornare da lei ancora.

Se non fosse evidente e chiaro lo squilibrio di potere che c’è fra i due (squilibrio che mette Vacallo nella posizione di poter fare quello che vuole e Caterinetta in una posizione subalterna e totalmente dipendente), si potrebbe immaginare che Vacallo si sentisse in qualche modo “innamorato” di lei, tanto da prendere in considerazione, seppure per un breve periodo, l’idea di sposarla.

Tuttavia, per Vacallo un simile sentimento non poteva essere che il frutto di un maleficio, un sortilegio che qualcuno gli aveva buttato addosso per farlo sentire così attratto da una persona di rango tanto inferiore. Nasce quindi in lui l’idea che Caterinetta e sua madre lo abbiano stregato, e che Caterina Medici, strega formale in casa sua, abbia aiutato le due.

Caterina viene presto allontanata anche dalla casa di Vacallo, il quale parte per la Spagna contestualmente (la storia qui perde ogni traccia di Caterinetta, che semplicemente sparisce da ogni cronaca). Passano gli anni e Caterina arriva in casa del senatore Luigi Melzi, nell’agosto del 1616. Com’è ormai triste consuetudine, Melzi inizia una “relazione” con Caterina, la quale si persuade di poter migliorare la propria posizione attraverso la stregoneria e costruisce degli oggetti del maleficio che mette nel letto del senatore.

Una serie di tragiche coincidenze si susseguono. Melzi, in quello stesso periodo, inizia ad avere dei problemi di salute, presumibilmente di origine nervosa, che lo portano a consultare vari medici. I medici non riescono a rintracciare la causa di questi disturbi, data la limitatezza degli strumenti del tempo, e non potendo ammettere di non capirci nulla, decidono all’unanimità che la natura di questo male fosse magica.

Non sono i chiari motivi che portano, il 30 novembre 1616, il capitano Vacallo nella casa dei Melzi. Quando Vacallo rivede Caterina nella casa del senatore, il suo destino è segnato. Vacallo avvisa il figlio di Melzi, Ludovico, che nella loro casa c’è una strega e che probabilmente i problemi di salute del padre sono da attribuirsi a lei.

Illustrazione di Norma Nardi

Illustrazione di Norma Nardi

L’accusa

La macchina processuale si mette in moto, ma non è nemmeno necessario chissà che sforzo: bastano le testimonianze dei medici, che già avevano attribuito il male a una causa sovrannaturale non potendola spiegare, basta la parola di Vacallo (il quale in modo del tutto scriteriato aveva accusato Caterina di aver in qualche modo aiutato Caterinetta a farlo innamorare di lei), bastano le testimonianze delle due sorelle suore del senatore, che giurano che gli oggetti trovati nel suo letto sono maleficati.

Non è nemmeno necessario che il senatore in persona accusi Caterina. Sembra anzi che, in un primo momento, il senatore sia rimasto abbastanza scettico davanti all’accusa mossa da Vacallo, e per questo motivo egli si sia poi rivolto al figlio. Solo in un secondo momento il senatore, per allontanare da sé ogni sospetto sulla natura del suo legame con Caterina, dichiarerà che essa è una strega e, tanto per non farsi mancare nulla, dirà di lei che era talmente brutta da non poter essere nemmeno presa in considerazione l’ipotesi che lui abbia potuto toccarla.

Caterina, con i suoi quarantaquattro anni, è sicuramente una donna non bella, segnata da una vita di abusi. Si presta benissimo ad incarnare lo stereotipo della strega brutta, abbastanza vecchia e capace di insegnare alle giovani la propria arte diabolica, ma ancora non tanto vecchia per poter risultare credibile nei panni di una seduttrice.

L’arresto e la morte

Caterina viene arrestata il 27 dicembre. Dai verbali dei suoi interrogatori è possibile tracciare il profilo di una donna intelligente, che cerca in qualche modo di dire ai suoi accusatori quello che vogliono sentirsi dire, mettendo in atto una strategia di adattamento che era l’unica che le aveva consentito di andare avanti nella vita fino a quel momento.

Grazie alla precisione con cui risponde alle domande che gli storici hanno ricostruito la sua biografia. Ammette infatti di essere una strega, forse sperando che una spontanea ammissione avrebbe automaticamente ammorbidito gli accusatori, ma di aver fatto solo un incantesimo d’amore e non certo una magia che poteva aver fatto ammalare il senatore. Confessa delle sue notti al “barilotto”, confermando le varie teorie sul sabba della stregoneria diabolica, e facendo probabilmente tirare un sospiro di sollievo a Vacallo, che vedeva confermata la sua teoria di essere stato maleficato da Caterinetta.

Racconta di una notte in cui il diavolo le fece visita assumendo le sembianze del senatore, per poter confermare le circostanze del rapporto sessuale ma senza accusare direttamente il senatore. Questa scaltrezza non le risparmia però la tortura, tanto meno la condanna a morte, che avviene il 4 marzo del 1617.

L’accusa di stregoneria a Caterina de Medici, dunque, racchiude in sé tutta la follia implicita della caccia alle streghe. L’accusata era una donna povera e vittima di violenze continue da parte del padrone di turno, gli accusatori potevano utilizzarla come capro espiatorio.
Tutte le circostanze remavano contro di lei: i medici che non avevano saputo curare Melzi cercavano un colpevole, Vacallo cercava un colpevole per la sua ossessione per Caterinetta, lo stesso Melzi cercava un colpevole per la sua malattia.

Come tutte le streghe, Caterina fu una colpevole senza avere nessuna reale colpa.

Bibliografia:

“La strega e il capitano”, Leonardo Sciascia, 1986.


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