Il nome di Patricia Highsmith viene collegato immediatamente alla narrativa di genere entro cui i suoi 20 romanzi, e altre nove raccolte di racconti, si collocano: il noir, o per essere più precisi il thriller psicologico. Attiva dagli anni ‘50 (ha lavorato anche come sceneggiatrice di fumetti), fino a poco tempo prima della sua morte a 74 anni nel 1995, il suo segno distintivo rimane proprio la scrittura, dettagliata, precisa, mai scontata, e l’uso sapiente della suspense.
Chiamata affettuosamente “Signora del thriller”, viene considerata degna erede dei grandi giallisti del Novecento, Agatha Christie in primis.

Ogni storia con un inizio, una metà e una fine, ha della suspense; si presume che una storia di suspense ne abbia di più. Userò la parola suspense nel modo in cui lo usa l’editoria, per significare racconti che contengono una minaccia di azione fisica violenta, e di pericolo, oppure pericolo e azione veri e propri. Altra caratteristica del racconto di suspense è quella di offrire divertimento in un senso vivace, e generalmente superficiale. Non ci si aspettano pensieri profondi o lunghi brani privi di azione, in un racconto di suspense. Ma la bellezza del genere è che uno scrittore può scrivere pensieri profondi o brani privi di azione, se è questo che desidera, perché la cornice è un racconto sostanzialmente vivace. (Come si scrive un giallo, Minimum Fax)

 

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Illustrazione di Sara Zanello

Patricia Highsmith ha 29 anni quando, nel 1950, viene pubblicato il suo primo romanzo Strangers on a train (tradotto in italiano con L’altro uomo e poi Delitto per delitto). Viene a tal punto apprezzato dal pubblico che i diritti per la trasposizione per il grande schermo vengono acquistati da Alfred Hitchcock ad una cifra irrisoria. Il romanzo non è che il primo di una lunga serie di bestseller della narrativa noir, consacrati alla fama grazie anche a dei felici adattamenti cinematografici, tra cui la serie con protagonista Tom Ripley, assassino amorale e sociopatico, nonché bisessuale.

Solo nel 1984 è stato ufficialmente rivelato che alla proficua produzione di questa autrice appartiene anche il romanzo Carol (The Price of Salt), pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di Claire Morgan.

Il libro uscì per una casa editrice specializzata nel genere lesbian pulp, la Coward McCann, sebbene si discostasse molto dagli stilemi di quel genere: la forte componente erotica innanzitutto, in genere creata ad uso e consumo di un pubblico maschile, ma scelta anche da donne omosessuali che compravano quei libri in grande numero e vi cercavano identificazione per uno stile di vita che era ancora ben lontano dall’essere approvato socialmente.
The Price of Salt
dovette il successo di vendite (circa 1 milione di copie) soprattutto al fatto che era la prima storia lesbica ad avere un finale positivo, lontano da suicidi, follia o “riconversione” all’eterosessualità (qualcuno ricorderà il topos Bury Your Gays).

Anche da questo libro è stato tratto un adattamento cinematografico: il film Carol realizzato da Todd Haynes, con Rooney Mara e una Cate Blanchett che emana luce propria, uscito nel 2015 nelle sale. Per quanto il film rappresenti una versione fortemente estetizzata e patinata del romanzo, gli va dato il merito di aver portato alla ribalta, oggi, un titolo di una certa importanza per la letteratura LGBT e la sua autrice, che per quanto sia stata una grande scrittrice di gialli, nasconde essa stessa una storia personale degna di un romanzo.

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Carol, il film

La vita di Highsmith non era priva di segreti e di contraddizioni, come confermato dalle numerose biografie pubblicate. A partire dal contesto familiare e dall’infanzia, la scrittrice non visse una situazione di agio: nata nel 1921 a Fort Worth, in Texas, non conobbe mai il padre biologico, di origine tedesca, da cui la madre Mary Plangman-Coates divorziò a pochi giorni dalla sua nascita. Patricia assunse quindi il cognome del secondo marito della madre, Stanley Highsmith, un artista che portò la moglie a vivere a New York City, lasciando la figlia da sola con la nonna per oltre un anno. Non fu mai un rapporto felice quello con la figura materna. Patricia non fu mai accettata e viene dichiarato da più fonti che la madre ripetesse spesso di aver tentato di abortire ingerendo trementina.

I diari sono la prima attività di scrittura in cui Patricia si rifugia e che non smetterà mai di compilare per tutta la vita; costituiranno una fonte inestimabile per i biografi. È grazie anche al confronto con essi che è possibile tracciare dei punti in comune con la protagonista di Carol, Therese Belivet. Nella stessa postfazione scritta per l’edizione del 1989, Highsmith svela la “maternità” del libro e rivela i dettagli che la portarono a scriverlo: la scrittrice si trovò a lavorare nel periodo natalizio come commessa per il reparto di giocattoli di Bloomingdale’s, grande magazzino newyorchese, e in seguito a un incontro con una bellissima cliente bionda ed elegantissima in pelliccia di visone, sentì la necessità di riversare su carta quello che scaturì dentro di lei. Approfittando di una febbre alta nei giorni successivi, realizzò una prima stesura del romanzo che poi venne messo da parte in attesa della pubblicazione.

I dettagli che riguardano la protagonista tracciano un continuum con l’autrice che non lascia dubbi, a partire dalle origini europee di Therese, che fanno il paio con quello tedesche di Patricia. Il personaggio di Therese, una diciannovenne aspirante scenografa, in tutta la parte iniziale del libro vive un conflitto irrisolvibile con la sua sessualità. Ha infatti un fidanzato con cui non riesce ad avere rapporti e che tratta con sufficienza, ma a cui è legata da sentimenti di affetto e tenerezza. Vive inoltre una notevole inquietudine interiore, generata da un senso di abbandono da parte della famiglia che l’ha lasciata crescere in un istituto di suore, dove si era invaghita di una di esse.

Come una valanga, tutto ciò porta all’incontro che costituisce la chiave di volta della narrazione. Una bellissima cliente del grande magazzino, Carol, le si rivolge cercando una bambola per la figlia e finisce poi per comprare un trenino giocattolo su suggerimento di Therese. La trama porterà le due a intrecciare un rapporto dettato subito dall’attrazione, poi in fuga per un viaggio on the road e verso un colpo di scena che rivela bene la natura di giallista di Highsmith: il marito da cui sta divorziando Carol, scopre la relazione attraverso un investigatore privato e mette in pericolo la custodia della loro figlia.

Highsmith riversa quindi il suo intero mondo interiore in questo libro: l’esperienza vissuta, il background personale, i tormenti sulla sessualità e anche il rapporto con la città di New York. Highsmith non fece mai mistero della sua omosessualità. Dichiarò più volte che per lei il volto maschile non era per nulla attraente, per quanto avesse tentato in giovane età di avere delle relazioni con uomini, arrivando vicina al matrimonio (dietro suggerimento del suo psichiatra).

Patricia Highsmith non voleva però essere ricordata come scrittrice di romanzi lesbici e per questo rinunciò rendere noto il proprio nome per lungo tempo, per quanto nella comunità gay di New York fosse risaputo che fosse lei l’autrice di Carol. Il libro era, e fu per molto tempo, apprezzato e stimato proprio per il coraggio nel dare un finale di speranza e felicitàDispiace apprendere che il riconoscimento avvenne così tardi (e non furono poche le volte che prima di allora negò ogni legame con il libro), ma vanno tenuti in conto molti aspetti dolorosi e contraddittori della vita della scrittrice. Visse sempre con un disturbo borderline della personalità e un rapporto irrisolto con l’alcolismo e la misantropia, che la portarono a ritirarsi a vita privata nel Canton Ticino, insieme a una colonia di gatti e alle sue amate lumache.

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