“Non lasciare vivere la fattucchiera.”
(Esodo 22, 18)

Giovanni XXII, 196° papa della Chiesa cattolica, era solito conficcare un dente di serpente nel pane della sua mensa, prima di mangiare. Convinto di poter morire semplicemente guardando una statuetta di cera malefica, il pontefice riteneva che questo talismano lo tenesse al sicuro da possibili avvelenamenti di cibi e bevande.

Tali timori per la sua incolumità contribuirono all’emanazione, tra il 1326 e il 1327, della bolla Super Illius specula, con cui esprimeva “turbamento” per i “cristiani solo di nome [che] costruiscono e fanno costruire immagini, anelli, specchi o ampolle o qualunque altra cosa per legare ivi stesso magicamente i diavoli”.

Questa specifica bolla – con cui alcune direttive anticipate a varie Inquisizioni locali vengono dotate di validità universale ed estese a tutta la Chiesa – è considerata uno spartiacque nella storia della repressione della stregoneria, una storia sanguinosa e demenziale in cui decine di migliaia di donne diventarono, direttamente o indirettamente, le vittime della Chiesa di Cristo.

Il richiamo alle superstizioni di Giovanni XXII è utile per chiarire un primo concetto fondamentale sul fenomeno. Nella società del tempo (un tempo lungo, che ha coinvolto circa cinque secoli diversi, dal 1200 al 1700) la magia, intesa come scienza dei segreti del mondo, veniva praticata ad alti livelli sociali, da sacerdoti, imperatori e pontefici, appunto.

La stregoneria, intesa invece come arte di gettare il malocchio, ne era un sottoprodotto ad uso e consumo del popolo. L’origine di entrambe va ricercata ancora più lontano, “nell’ancestrale bisogno di magico” (G. Farinelli) che ha attraversato tutte le società e tutte le epoche sin dall’antichità.

A praticare la magia antica erano soprattutto gli uomini, i quali erano certamente i soggetti più indicati per invocare spiriti e Dei affinché facessero quello che essi desideravano, come ad esempio rivelare il futuro, allontanare la pioggia o far splendere il sole. Le donne, certo, avevano anche loro un ruolo, ma era per lo più legato per lo più alla sfera del sentimento, oppure alle guarigioni.

Carta donna

Illlustrazione di Ilaria Pollonini

Se nelle varie culture la regola era costituita dallo stregone maschio, in Europa la stregoneria diabolica ha invece riguardato principalmente le donne (80 percento di condanne a morte per le streghe contro il 20 percento per gli stregoni).

Questa particolarità è una particolarità cristiana, strutturale alla trasformazione del cristianesimo in religione ufficiale dell’Europa, che ha portato a fondere la lotta al paganesimo con la lotta alla magia a partire dal IX secolo.

Le prime condanne contro maghi e stregoni avevano il duplice obiettivo di proteggere alti personaggi che temevano il malocchio o l’avvelenamento, e contemporaneamente di ridurre le libertà individuali di entrare nella sfera del divino.

Il testo di riferimento per i sacerdoti era il Canon Episcopi, un’istruzione che era stata consegnata ai vescovi, di origine storicamente incerta, che forniva loro indicazioni sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’antica credenza della Compagnia o Società di Diana. Si trattava di un testo che da una parte costituiva l’attestazione ufficiale da parte della Chiesa di un fenomeno stregonesco, ma dall’altra ne confermava la natura pagana e illusoria: nel testo si leggeva chiaramente che le donne che aderivano a questo “culto del demonio” pensavano solamente di volare nella notte per riunirsi nel sabba, lo sognavano e lo credevano reale, ma non lo facevano realmente.

La bolla Super Illius specula porta ad un ulteriore giro di vite, estendendo alle pratiche stregoniche le procedure giudiziarie già in atto nella repressione antiereticale. Si andava assimilando sempre più la stregoneria, fino ad allora intesa come pratica magica tradizionale, antica, legata alla sessualità, alla preparazione di pozioni d’amore, del bello o del brutto tempo, all’eresia, intesa come deviazione in rapporto all’ortodossia cattolica.

Ne veniva fuori una stregoneria inedita, chiamata stregoneria diabolica, totalmente immaginaria, non solo perché era (ovviamente) immaginaria nei suoi effetti, ma anche perché le accusate (fattucchiere di campagna, dedite ad aborti di fortuna, piccoli medicamenti e improbabili malocchi) venivano accusate di un crimine che non avrebbero mai contemplato, quello di complicità con il diavolo.

Donna di cuori

Illustrazione di Ilaria Pollonini

È impossibile isolare un’unica causa storica per spiegare il fenomeno della caccia alle streghe, tuttavia è possibile prendere in considerazione il numero di roghi e condanne, che raggiunse il proprio apice nel periodo 1570-1630, in coincidenza con due importanti fenomeni: da una parte, la Riforma protestante e la Controriforma, che causarono la radicalizzazione delle posizioni religiose e delle credenze, dall’altra la duratura ondata di freddo che riguardò l’Europa nello stesso periodo, che provocò dei raccolti disastrosi, una miseria generalizzata e la ricerca di capri espiatori.

Dal canto suo, la Chiesa aveva cominciato a mettere a punto la persecuzione già dal 1435, attraverso la sua arma prediletta, cioè la produzione e la diffusione di testi. In questo anno, il domenicano tedesco Hans Nider mise a punto il suo Formicarius, un libro in cui veniva esplicitamente detto che milioni di bestie malvagie agivano in mezzo agli uomini. Non era un sogno, non era un’illusione, il diavolo camminava fisicamente sulla terra tramite uomini, ma soprattutto donne, a loro devoti.

È a Nider che si deve l’invenzione di una specie di setta diabolica, che non solo compie il male ma che segue una religione diabolica. L’impegno di Nider diede i suoi frutti (va sottolineato che la stampa sarebbe stata inventata una quindicina d’anni dopo) e ci furono numerosi processi e condanne, ma il popolo continuava ad essere scettico nei confronti di questa teoria circa i “patti” tra uomini e diavolo.

Una svolta decisiva arrivò con un altro testo, un testo che non solo calcava ancora di più la mano sull’implicazione delle donne in questo crimine, ma che testimoniava anche l’impegno di Roma in questa lotta. Il testo in questione è il famigerato Malleus Maleficarum, opera dei domenicani Heinrich Krämer e Jakob Sprenger, pubblicato nel 1487.

Tarocchi

Illustrazione di Ilaria Pollonini

Con il Malleus avviene la definitiva sessualizzazione del reato di stregoneria. Il titolo infatti si traduce come “martello delle streghe” e non “degli stregoni” (maleficorum) poiché, appunto, il problema principale era rappresentato dalle donne, cui i due autori imputavano praticamente ogni genere di caratteristica negativa – lussuria, debolezza, scarsa fede, suggestionabilità – quindi non poteva che essere le più facili prede e complici del demonio.

La fantasia di Krämer e Sprenger appare, ancora oggi, incredibilmente ricca: i due descrissero un’infinità di riti e sortilegi di origine diabolica ritenuti alla base di qualunque genere di calamità. Contestualmente, fornirono dettagliatamente istruzioni su come le streghe dovevano essere scovate, interrogate, torturate.

In particolare, gli autori si soffermarono sulla sessualità delle streghe, descrivendo non solo come e quando esse incontravano il diavolo (talvolta, ne erano sicuri, ciò accadeva anche nel letto coniugale mentre il marito continuava a dormire), ma anche come fossero appassionate collezioniste di peni, che potevano staccare ai malcapitati grazie alle loro diaboliche vagine dentate, per poi conservali in contenitori di ferro dove questi continuavano a muoversi come vermi.

Inutile cercare di capire che genere di sfrenata misoginia portò i due a presentare simili immagini, certo è che furono molto astuti nel far precedere queste tremende descrizioni dalla bolla papale Summis desiderantes affectibus, di Innocenzo VIII. Posta sul frontespizio del Malleus, la bolla dava l’impressione che la Chiesa autorizzasse e condividesse i contenuti del libro.

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Le migliaia e migliaia di donne che vennero accusate e condannate di stregoneria erano molto diverse dall’immagine della strega anticonformista che sarebbe stata presentata dalla letteratura intorno al 1850. Nel Medioevo non c’era nessuna possibilità che le donne potessero autonomamente coltivare una simile concezione di sé stesse, meno che mai le contadine e le fantesche consumate dal lavoro e dalle difficoltà.

Lo stereotipo dell’epoca voleva inoltre che le streghe fossero repellenti e rugose, dunque vecchie e brutte, ma che, contestualmente, fossero delle grandi seduttrici, quindi giovani e belle. Era essenziale che fossero vecchie, poiché dovevano essere in grado di insegnare alle più giovani, era essenziale che fossero belle per poter permettere al cattolicesimo di manifestare la sua tradizionale avversione per la bellezza femminile (tranne quella virginale).

Questa apparente incompatibilità fece sì che venissero uccise indistintamente donne giovani e donne anziane (probabilmente con una certa predilezione per le anziane, pur tenendo conto delle variazioni nel tempo e nei vari territori), ma venne ben colta dal pittore Albrecht Dürer, che le raffigurò con visi graziosi ma corpi grassi, cogliendo lo spirito del tempo.

Die Vier Hexen di Albrecht Dürer (1497)

Die Vier Hexen di Albrecht Dürer (1497)

Un singolare dato da sottolineare è che le vedove furono obiettivi privilegiati (circa il 57 percento delle condannate sulla media generale), poiché considerate un elemento sociale disturbante. Esse erano prive di un uomo che ne controllasse la vita e, soprattutto, erano bersaglio di molte dicerie sulla loro sessualità una volta perso il marito. Le dicerie erano appunto il primo passo verso la colpevolezza.

Quello che capitava a queste donne è storicamente non dissimile da quello che avveniva nei processi staliniani, in cui tutto veniva utilizzato contro l’imputato, sia quello che diceva sia quello che non diceva. Le vittime venivano colte di sorpresa al momento dell’arresto, per provocare subito in loro paura e panico.

Dopo l’arresto, veniva interrogate e ispezionate in cerca dei famosi “marchi” del diavolo. Questi marchi potevano essere qualsiasi cosa: un neo, una cicatrice, una piccola verruca. Le zone in questione venivano punzecchiate con dei lunghi aghi (vi è una cronaca particolarmente raccapricciante che racconta di una povera donna cui l’ago venne infilato così in profondità da non poterlo più estrarre) per testarne l’insensibilità, prova inconfutabile che si trattava di un marchio che il diavolo aveva lasciato sul corpo.

Laddove non si riuscisse a estorcere una confessione, si torturava e si continuava a torturare (erano stati messi a punto anche dei modi per aggirare il limite ufficiale delle tre torture). In caso di condanna c’era il rogo, oppure l’esilio. Spesso l’esilio portava le donne condannate ad abbandonare per brevi periodi il proprio paese, dove inevitabilmente tornavano, essendo senza mezzi, andando incontro ad una nuova accusa come relapse, accusa che quasi sempre portava a una condanna a morte.

Non ci sono numeri certi sulle vittime della caccia alle streghe, poiché non ce ne sono riguardanti il periodo precedente al 1450-1650 e neppure quelli riguardanti le esecuzioni sommarie che ci furono nei villaggi.

Nei due secoli considerati, si parla approssimativamente di 200mila persone coinvolte nei processi e 50mila giustiziate. Un massacro insensato, consumato poco prima dell’inizio dell’epoca moderna, un colpo di coda oscurantista a danno delle donne.

 

Bibliografia

Le quattro donne di Dio di Guy Bechtel
Diaboliche, maledette e disperate. Le donne nei processi per stregoneria (secoli XIV-XVI) di Dinora Corsi
Il genere della stregoneria. Il caso di Maddalena Serchia Giovanni Serrantelli di Domizia Weber
Processo per stregoneria a Caterina de Medici, 1616 – 1617 di Giuseppe Farinelli e Ermanno Paccagnini