Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà Donald Trump. Contro ogni pronostico, sondaggio, endorsement mediatico di rilievo, e buon senso è stato il candidato repubblicano ad aggiudicarsi la scrivania dello studio ovale per i prossimi quattro anni.

Hillary Clinton, dunque, ha perso. La sua è una sconfitta dolorosa, scioccante, terribile. Raggomitolati su se stessi, i giornalisti americani (e non) stanno spendendo inchiostro e pixel in questi giorni tentando di analizzare con il senno di poi lo spirito di questo tempo che non erano riusciti a intercettare e decrittare prima dell’8 novembre, nonostante le avvisaglie date da Brexit. Lo sguardo di questi giornalisti, i grandi sconfitti delle elezioni assieme alla candidata democratica, prova finalmente a spostarsi oltre la propria porta di casa, oltre i confini nazionali, fuori dalla propria bolla.

Nel frattempo, a Torino, Massimo Gramellini.

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(Credits: il gruppo Facebook “BUC – Buongiorno un cazzo”)

Il suo Buongiorno del giovedì post elezioni è stato uno dei più offensivi, sessisti e moralisti mai scritti. Ma lui l’ha difeso dichiarando: “è il pezzo più femminista che abbia mai scritto nella mia vita”.
Si intitola Donna di Picche, parla di Hillary Clinton e delle altre donne della politica internazionale e nazionale che, a suo dire, fanno male il loro lavoro perché lo fanno “da uomini”. Sono aggressive e secchione, quando dovrebbero invece optare per la più alta manifestazione del “femminile”: l’accoglienza.

Come ci ha insegnato Nicole (che aveva commentato il Buongiorno dedicato alle divise Alitalia) è bene andare per punti, per commentarlo nel modo più chiaro possibile.

 

Regina di cuori tra mille colori

Per Gramellini, la politica va necessariamente distinta in due categorie, quella da maschi e quella da femmine.
Dal momento che egli indica Trump come esponente della politica del primo tipo (la cui caratteristica principale è la “cialtronaggine”, seguita dall’“aggressività”), potremmo assumere che la politica “da maschi” corrisponda con quella “dei maschi”, dunque che quella “da femmine” sia quella “delle femmine” – ma sarebbe un errore. Perché le donne che fanno politica – le “signore” come le chiama con condiscendenza Gramellini – adottano comportamenti che mettono a dura prova questo sillogismo.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, la direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde, la nostra Ministra per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi e la sindaca di Roma Virginia Raggi, così come il Segretario di Stato Hillary Clinton – insomma, femmine – disobbediscono al suo rigido sistema di pensiero. Perché? Sono secchione, sono controllate, sono “donne di picche”. Mentre lui le vorrebbe accoglienti, come “donne di cuori”.

È buffo come Gramellini prenda a campione cinque donne che hanno poco niente in comune tra loro, se non il sesso biologico e la sfera professionale. Ancora una volta, come nel caso dello sconclusionato Buongiorno analizzato da Nicole, “le distinzioni sono sofismi” e tutto è uguale. Bisogna solo far passare il messaggio che le donne in politica dovrebbero impegnarsi di più di quanto fanno ora a prescindere, e che Clinton ha perso queste elezioni perché non è stata abbastanza donna. Anzi, femmina. Qualunque cosa voglia dire.

 

Il buono, il brutto, il femminile

Chiunque pensi che sarà il femminile a salvare il mondo si augura che la sconfitta di Hillary spinga finalmente le donne a fare politica comportandosi da femmine (…)

Nel Buongiorno e nelle successive scuse fatte dopo l’uscita dell’articolo, Gramellini utilizza molte volte l’aggettivo sostantivato femminile, senza che però si capisca bene cosa intenda: “La politica ha bisogno di femminile, e femminile è il contrario dell’aggressività” insiste, con un chiasmo poco riuscito.

Gramellini sembra ignorare che esistano differenze tra sesso, sessualità e genere e che quest’ultimo in particolare sia un costrutto sociale, suscettibile a variazioni. Sulle nostre teste (compresa la sua) pendono infatti delle norme eterosessuali, che stabiliscono cosa dobbiamo fare in quanto donne o in quanto uomini e noi le ripetiamo inconsciamente, facciamo dipendere la nostra vita e le nostre fantasie da esse.

Questo per dire che non può esistere una definizione univoca di femminile e/o maschile, e sebbene il giornalista senta di essere nel giusto, affermando con un lessico tutto suo che il mondo ha bisogno di donne per essere salvato, lo sta facendo nel modo sbagliato perché sta pensando alla donna come un monolite cui è proibito esternare emozioni negative, e che può essere solo compiacente e accomodante. Ricordate che ne aveva parlato anche Martina, nel suo excursus sul lavoro emozionale?

Il mondo della politica è ancora un mondo maschile, dove le donne si stanno facendo strada compiendo sforzi e gesta enormi, saltando ponti levatoi e indossando scarpe anti-merda, ma nel momento in cui arrivano a ricoprire un incarico storicamente appartenuto ad un uomo, viene loro richiesto “qualcosa in più”.

Gramellini non pensa che esista un modello tradizionale di mascolinità da discutere e rivedere. Come i pesci nell’acqua di David Foster Wallace, anche lui è immerso in qualcosa che non vede e non riesce a percepire. Si tratta del privilegio. Ciò che invece vede e sente il bisogno di descrivere ai suoi lettori è un modello di femminilità tradizionale in pericolo, perché qualcuno sta cercando di rinegoziarlo e discuterlo.

Osserva bene Chiara Galeazzi nel suo articolo su Rolling Stone, “Non conta che Hillary Clinton abbia basato gran parte della sua campagna sul fatto di essere donna, madre e nonna. Cosa doveva fare di più femminile, forse essere esplicitamente emotiva? Il sindaco Virginia Raggi ha pianto dall’emozione dopo l’elezione, ma questo non le ha risparmiato la presenza nell’elenco di Gramellini delle donne che tradiscono la loro natura.”

 

Sessismo 101

Hillary è sembrata vergognarsi del suo essere femmina.

Gramellini scrive che la Clinton è sembrata vergognarsi della sua femminilità, al contrario di Trump che “sventolava il suo machismo da operetta come una bandiera”. Viene da chiedersi cosa dovesse fare per attirare l’attenzione del nostro incontentabile giornalista: doveva sventolare qualcosa anche lei, o non doveva? Doveva slacciarsi il reggiseno e lanciarlo ai suoi sostenitori dal palco? Tenere un bimbo in braccio mentre benediceva gli Stati Uniti d’America? Offrire biscottini?

Quando si valuta l’operato di una persona solo sulla base del suo sesso, la si discrimina: ci sono davvero molti altri modi per criticare la campagna elettorale della Clinton, ma attaccarla per il suo essere donna (o non esserlo abbastanza) è una mossa sessista. Di femminista qui non vedo nulla, Vicedirettore.

 

Femminismo 404

Facendo uno sforzo interpretativo, possiamo capire perché Gramellini ritenga questo suo Buongiorno assai femminista. Se una persona pensa che il femminismo corrisponda a “parlare molto delle donne” (non importa come) e “parlare poco degli uomini” (il come, importa ancora meno), allora il Buongiorno sopracitato potrebbe essere un pezzo femminista.

La realtà dolorosa (la logica?) ci insegna però che non basta suggerire Trump sia un individuo deplorevole, per diventare automaticamente paladino dei diritti delle sue “colleghe” della politica. Mettersi dalla parte del torto (“Noi maschi”) e schernirsi (“Quando si tratta di promettere a vanvera e di liquidare problemi complessi con risposte superficiali, noi riusciamo ad abbindolare tutti, comprese le donne”) non serve a nulla se l’unico suggerimento per migliorare è rivolto alle donne, nella forma di qualcosa da estrarre (brr) da sé.

 

Un soffitto di cristallo accogliente?

Forse rendendosi conto della contraddizione interna al suo stesso ragionamento (La politica ha bisogno di più donne di cuori che donne di picche, peccato per quel dannato soffitto di cristallo che le ingabbia) Gramellini prova a prendere per un istante le distanze da questo suo prurito moralizzatore, e con un nobile plurale maiestatis aggiunge “Non è facile, lo sappiamo”.

Com’era il detto? Grazia, Graziella e..?

“Prima di pubblicarlo, l’ho fatto leggere a moltissime donne che l’hanno condiviso”; l’accoglienza “è un atteggiamento che io riscontro ogni giorno in tantissime donne, con cui parlo e con cui lavoro”, scrive nelle sue scuse. Un maldestro tentativo di dimostrarsi inclusivo, che suona come una rivisitazione dei tropi “Non sono razzista, ho molti amici di colore” o “Ho molti amici gay, non sono omofobo”. Non basta la vicinanza o il presunto dialogo con altre persone per escludere che tu non possa in seguito offenderle o mancare loro di rispetto. Senza contare quante persone si sono offese in una sola volta, dopo aver letto che è meglio smetterla con le “donne travestite da uomini”.

In queste nuove poche righe avrebbe potuto spiegarsi meglio, invece ha scelto di offuscare ancora di più la sua argomentazione, affannandosi a difendere il termine “accogliente” (“nei confronti del diverso, della novità”) come se bastasse decodificare quell’unica parola per dare una nuova interpretazione all’intero articolo, liberandolo dal peso dell’ipocrisia e del paternalismo.

Per arrivare a ricoprire posizioni di potere bisogna prima aderire all’ideale femminile deciso dagli uomini. Non bisogna imitarli ma bisogna obbedirgli. Questo è il suggerimento o meglio il monito di Gramellini.

Non so voi, ma io da qui gli scricchiolii del cristallo, non li sento proprio.