Come ormai hanno sentito anche i muri, nel “Buongiorno” di ieri Massimo Gramellini ha commentato le nuove uniformi delle hostess di Alitalia, sostenendo che, benché “disegnate da un milanese”, il nuovo design sia la diretta conseguenza del passaggio di proprietà della compagnia alla Etihad Airways, con base ad Abu Dhabi.

Le nuove uniformi, secondo il giornalista, sarebbero infatti oppressive nei confronti delle donne perché non lasciano scoperto “nemmeno un centimetro di pelle”, incarnerebbero un ritorno alla “sobrietà perduta” degli anni Cinquanta ma “senza il buongusto di allora” e sarebbero, in ultima analisi, “la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura [genericamente “musulmana”] che quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”.

In queste quindici righe Gramellini riesce a concentrare talmente tanto sessismo, razzismo e islamofobia che è davvero difficile riuscire a scriverne una critica ordinata e completa. Cercherò di fare del mio meglio.

divisealitalia

 

1. Una faccia una razza

Il pezzo di Gramellini si intitola “Alì Italia” (ah ah) e si apre evocando la spaventevole immagine di “un’Europa Saudita” da romanzo di Houellebecq. La storia di Ali Babà, veramente, sarebbe persiana, e Abu Dhabi, sede di Ethiad Airways, sarebbe negli Emirati Arabi Uniti, non in Arabia Saudita. Ma per Gramellini queste distinzioni sono sofismi, è tutto uguale, e basta un’unica, temibile parola per convogliare tutto in un unico calderone orientalista: musulmano.

È questo confondere tutto in un unico e generico “Altro” che permette l’invenzione dello “scontro tra culture”, che legittima la favola di un “Occidente” laico e civile e di un “Oriente” che ancora non ha avuto la sua età dei lumi: è in questa colpevole incuranza una delle prime radici del razzismo.

 

2. La pelle scoperta come metro di emancipazione

Dalla punta dei capelli a quella dei piedi, sarebbe vano cercare un centimetro di pelle scoperta.

Se vestirsi in modo sexy e scoprirsi siano o non siano forme di emancipazione è una questione dibattuta all’interno del mondo femminista. Ricordiamo brevemente il caso del “nude selfie” di Kim Kardashian: da un lato c’è chi ha sostenuto che fosse un modo per appropriarsi della narrazione di sé, dall’altro chi ha detto che questo genere di “affermazioni della propria autodeterminazione” ignorano e/o liquidano come se fossero stati superati problemi strutturali che invece persistono tuttora (cioè, l’esistenza di standard di bellezza decisamente problematici).

Ma nel caso esplorato da Gramellini non si parla di donne che scelgono cosa fare del proprio corpo. Qui si parla di un’uniforme che viene richiesta sul luogo di lavoro. Davvero Gramellini pensa che le donne fremano perché venga loro chiesto di scoprire il proprio corpo o vestirsi in modo più provocante sul lavoro? Davvero pensa che questo vada a beneficio delle donne? Senza addentrarci nella questione dell’harassment sul posto di lavoro, lo sa che in Inghilterra, poche settimane fa, è scoppiato un caso perché una ragazza è stata licenziata perché rifiutava di portare i tacchi sul posto di lavoro?

Le divise di Etihad Airlines, con parecchi “centimetri di pelle scoperta”.

E poi, una nota a margine: in realtà qualche “centimetro di pelle scoperta”, anche se a Gramellini sembra essere sfuggito, in quelle uniformi c’è. Si trova in corrispondenza della faccia.

 

 

3. Al paradiso delle signore

Ma non conosco una sola donna italiana che indosserebbe delle calze verdi, se non sotto la minaccia di un plotone di esecuzione. E anche lì, come ultimo desiderio, chiederebbe di sfilarsele. 

Qui probabilmente Gramellini vuole solo essere simpatico, ma il risultato è imbarazzante. Altrove nel testo fa riferimento a “un ritorno agli anni Cinquanta”: l’unica cosa anni Cinquanta, in tutto questo, è l’umorismo che tratta le donne come delle sciocchine che, anche di fronte a un plotone di esecuzione, avrebbero come principale preoccupazione quella di non essere carine — e, magari, anche quella di non piacere ai soldati.

 

 

3.bis Due piccole note a margine sul “buongusto”

Uno. Dopo aver detto che l’assenza di pelle scoperta nelle uniformi è segno di oppressione, l’autore dice che però le stesse si possono anche leggere come un “ritorno alla sobrietà perduta” degli anni Cinquanta, lasciando intendere che — se quello fosse il vero significato — allora la loro valenza sarebbe positiva. Il significato di questo ragionamento, che a prima vista sembrerebbe non averne alcuno, è il seguente: l’importante è che l’imposizione sui corpi delle donne sia guidata da un criterio “occidentale”, che sia la “libertà di scoprirsi” contemporanea o la “sobrietà” anni Cinquanta.

Due, e in maniera più sottile. L’implicazione della frase “il designer è italiano, ma il committente è musulmano, e si vede” è che il “cattivo gusto” sia una prerogativa del committente, e non di chi ha effettivamente disegnato le uniformi. Anche questo è razzismo. Nel corso della storia della cultura occidentale, l’uomo bianco si è sempre posto come il “nulla di troppo”, l’universale non marcato rispetto al quale misurare tutto il resto. Le categorie del pacchiano, dell’eccessivo, del cattivo gusto appartengono sempre all’Altro: in realtà, sono solo strategie retoriche volte ad affermare l’universalità non marcata dell’Uomo Bianco, e a marginalizzare l’Altro come “caso particolare”.

 

4. Il fardello dell’uomo bianco

E infine. Se fino a questo punto il razzismo e il sessismo dell’articolo hanno assunto forme più o meno striscianti, la sua parte peggiore è indubbiamente la conclusione. Come ho già detto, la scelta di queste uniformi viene definita “la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”. 

Proprio mentre iniziava a circolare questo “Buongiorno”, era in corso un grosso dibattito sul fatto che soltanto negli ultimi dieci giorni, in Italia, cinque donne sono state uccise dai loro ex-fidanzati/compagni/mariti, e sul fatto che alla radice di queste uccisioni c’è un profondo problema culturale. Personalmente, io non mi sentirei esattamente nella posizione di pontificare con olimpica imperturbabilità sulle lezioni che la nostra cultura avrebbe da impartire alle altre “in materia di donne”.