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“Gilded, dark and golden”: Bat For Lashes Apprecia...

“Gilded, dark and golden”: Bat For Lashes Appreciation Moment

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La copertina di Two Suns (2009), il secondo album di Bat For Lashes

2009. È la mattina di una gelida domenica di inizio febbraio, e io sono sola, seduta in un angolo in un caffè del centro che, vista l’ora, è ancora vuoto. L’unica compagnia è una copia della rivista Dazed and Confused, ed è leggendola che mi imbatto in Bat for Lashes, nome sentito più volte ma su cui non mi ero mai soffermata.

Leggo di Two Suns, il secondo album che sta per pubblicare, e del personaggio che si è inventata, un alter ego biondo di nome Pearl. Leggo dei viaggi a New York e nel deserto, che hanno propiziato la stesura del disco ispirandone tono e contenuti. Leggo e tento di immaginarne il suono, mentre intorno a me il caffè si popola del vociare dei clienti.

Parte di me – ventidue anni appena compiuti e cinismo oltre i livelli di guardia – vorrebbe liquidare il tutto come “pose da artista/creativa a tutti i costi”, ma qualcos’altro si smuove. Arrivata a casa comincio a cercare, ad ascoltare, e quel che trovo mi basta: sono stregata.

Bat for Lashes, al secolo Natasha Khan, è un’artista, performer, polistrumentista ed ex maestra d’asilo britannica di origini pakistane, nonché detentrice di numerosi alias, personaggi intorno a cui inventa storie, mondi. Personaggi su cui costruisce dischi.

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La copertina di Fur and Gold (2006), il suo primo album

Il primo, Fur and Gold, risale al 2006, ed è un album dalla forte valenza allegorica già a partire dalla prima traccia, Horse and I, racconto di un rito di iniziazione o forse di un sogno particolarmente vivido. Altra cifra del disco è un elemento di nostalgia, che si riflette nei molteplici riferimenti al mare, e si è tentati di immaginarla quasi come una moglie di pescatore, a guardare le onde sognando di essere altrove.

Two Suns è incentrato su Pearl, femme fatale che Bat for Lashes interpreta anche fuori dal disco, parrucca bionda e trucco vistoso, immergendosi completamente in un personaggio misterioso, affascinante e per certi versi crudele, come ci racconta in Siren Song. Il risultato è un concept album che riprende le sonorità di quello precedente, enfatizzandole; molti i riferimenti ai pianeti (Two Suns, Two Planets, Moon and Moon), forse ad alludere a due entità che non possono che essere separate.

Il terzo album, The Haunted Man, segna un netto cambiamento con il passato, sia dal punto di vista musicale che a livello visivo: la principessa amazzone di Fur and Gold e il sincretismo kitsch-cattolico di Two Suns lasciano spazio a una copertina in bianco e nero, molto più semplice rispetto al passato ma ugualmente simbolica: l’artista, nuda, porta un uomo sulle spalle, nudo anche lui. L’impressione è che tale messa a nudo non sia solo letterale, e che a parlare non siano più Bat for Lashes o Pearl, ma Natasha Khan stessa, un’impressione confermata da testi come All Your Gold.

Dopo Sexwitch, side project del 2015, il prossimo disco, The Bride, uscirà a luglio, anticipato da I Do e In God’s House. Inginocchiata a un altare neon, velo e ombretto azzurro, Bat for Lashes è una sposa abbandonata o in fuga, in un’atmosfera lynchiana che non lascia spazio a dubbi: si è evoluta, è già qualcun altro.

Le continue trasformazioni, i testi pregni di simboli e riferimenti all’oro, a creature fantastiche, al cosmo: molto di Bat for Lashes mi fa pensare a un rituale segreto, all’alchimia, a una sfera onirica tanto invitante quanto difficile da decrittare. La sera di quella freddissima domenica si vedono cadere pochi, impercettibili fiocchi. Mi sveglierò avvolta da un silenzio bianco, la neve sul davanzale, il mondo fuori una pagina intonsa. Coincidenza? Chissà.


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