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Il bello e il brutto delle app per incontri

Il bello e il brutto delle app per incontri

Tinder è quella che in inglese viene chiama “dating app”: in pratica l’equivalente di un sito di incontri ai tempi dei dispositivi mobili. Chi ha un profilo su Tinder inserisce fotografie e qualche informazione personale, tra cui la zona in cui si trova; è più che altro uno strumento che facilita gli incontri a scopo di sesso occasionale quindi non serve fornire molti dati.

Molte persone lo usano in viaggio, quando per studio o per lavoro si trovano a passare del tempo in un posto dove non conoscono nessuno. Una volta completato il profilo si possono vedere quelli di alcune persone nelle vicinanze, del genere prescelto: davanti a ogni foto si può scegliere di esprimere un apprezzamento o passare oltre – e inconsapevolmente contribuire a formare “l’indice di desiderabilità” di ciascuna persona, grazie all’algoritmo Elo, che cerca di mostrare a persone molto affascinanti solo persone molto affascinanti, a chi non piace molto solo persone che non piacciono molto. Gli utenti che vengono scartati non sanno di non essere piaciuti: è solo quando si riceve un apprezzamento che si può decidere se iniziare una conversazione.

Tinder è usato anche in Italia, anche se chiaramente funziona meglio in grandi città, dove vivono molte persone che non si conoscono; ho mandato una email per conoscere il numero di utenti italiani, se mai risponderanno, aggiornerò l’articolo.

Il caso Tinder vs. Vanity Fair

Nel numero di agosto 2015 la rivista americana Vanity Fair ha pubblicato un articolo intitolato “Tinder e l’alba dell’apocalisse delle relazioni”; l’autrice è la giornalista Nancy Jo Sales che ha scritto di come le relazioni interpersonali sono cambiate grazie a siti e app come Tinder (un altro molto usato negli Stati Uniti è OkCupid, cui seguono Grindr o Wapa, popolari anche in Italia).

L’articolo cita testimonianze di utenti di Tinder e spiega che questa app è usata da chi cerca sesso occasionale; questo dato di fatto è presentato dall’autrice come qualcosa che va contro l’interesse dell’utente donna che è ritenuta interessata a trovare una relazione stabile attraverso Tinder e non incontri di una notte come gli uomini.
Nancy Jo Sales paragona le dating app ai siti di e-commerce: non del tutto esplicitamente, dà un giudizio negativo sui comportamenti degli utenti di Tinder interessati al sesso occasionale senza la creazione di una vera intimità. E poi va oltre: secondo lei e alcuni professori di psicologia intervistati per l’articolo, le dating app hanno l’effetto di enfatizzare una disuguaglianza di genere che è sempre esistita, quella per cui nelle relazioni sono gli uomini a scegliere quanto il rapporto sia “serio”, quanto la relazione debba durare.

Per questa ragione Tinder se l’è presa con Nancy Jo Sales. È capitato su Twitter: l’account di Tinder ha cominciato a mandare dei tweet sarcastici alla giornalista, accusandola di essere parziale.

Nancy Jo Sales ha risposto dicendo che l’articolo non era su Tinder ma sul modo in cui i rapporti tra le persone sono evoluti negli ultimi anni. Altri tweet le hanno contestato il fatto di non aver contattato Tinder prima di scrivere il pezzo e hanno sottolineato il fatto che il numero di persone intervistate per l’articolo non era significativo dal punto di vista statistico; il social media manager di Tinder ha fatto riferimento a coppie che si sono conosciute su Tinder e poi si sono sposate (sul sito della app si possono leggere un po’ di storie così).

Il tutto è finito con un comunicato stampa in cui Tinder sostanzialmente si scusava per i tweet, circa una trentina in totale.

La questione razziale su Tinder

Le dating app possono rivelarsi un ottimo strumento per raccogliere dati su come le persone si comportano quando devono scegliere un partner quando si ha accesso ai grandi numeri, e non solo agli aneddoti come quelli dell’articolo di Vanity Fair. In particolare, negli Stati Uniti la dicono lunga sui problemi di razza. Lo dice Chimamanda Ngozi Adichie nel romanzo Americanah attraverso il blog della protagonista Ifemelu:

Dunque sono ancora un po’ triste per la rottura con il mio Ex Bianco e Sexy, e non essendo una frequentatrice di bar, mi sono iscritta a un sito di incontri online. E ho guardato molti profili. Ed ecco il problema. Avete presente la categoria in cui si sceglie l’etnia che interessa? Gli uomini bianchi spuntano la casella donne bianche; i più coraggiosi, magari, mettono asiatiche e latine. Gli uomini latini spuntano bianche e latine. I neri sono forse gli unici che spunteranno la casella “tutte”, ma perfino alcuni di loro non scelgono le nere. Mettono la preferenza su bianche, asiatiche, latine.

Ma lo dice anche Christian Rudder, fondatore di OkCupid, nel saggio Dataclysm. Who we are (when we think no one’s looking), tradotto in italiano come Dataclisma. Chi siamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando. Rudder mostra che sia su OkCupid che su Match (il Meetic americano) e DH (un’altra app per incontri), le donne nere sono quelle che ricevono votazioni più basse dagli utenti uomini.

Considerando i dati di OkCupid, a una donna nera piace il 24% in meno agli uomini bianchi rispetto alla media delle donne; il 27% in meno agli uomini asiatici; il 25% in meno ai latini e l’1% in meno ai neri. Su Match la situazione è ancora più accentuata, e in generale pare che il fatto di essere nere renda sempre le donne meno interessanti: l’unica altra categoria che in media viene apprezzata meno in funzione del colore della pelle è quella delle donne bianche da parte degli uomini neri, ma in questo caso (sempre per OkCupid) si parla solo del meno 4%.

Su Instagram ci sono gli incubi di Tinder

Intermezzo comico.C’è un profilo Instagram che raccoglie i peggiori e più imbarazzanti scambi di dialogo su Tinder: si chiama @tindernightmares. Alcuni sono un po’ offensivi, ma la maggior parte fa davvero ridere.

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Per dare più potere alle ragazze c’è Bumble

Esistono alternative a Tinder: una di queste è Bumble, fondato da Whitney Wolfe una delle cofondatrici di Tinder che ha lasciato l’azienda dicendo di essere stata molestata da Justin Mateen, per qualche tempo suo fidanzato e capo del marketing di Tinder. Bumble funziona come Tinder ma con una regola in più: solo le donne possono inviare messaggi per prime – per gli utenti omosessuali non c’è limitazione – e se non lo fanno entro 24 ore dalla creazione del contatto ulteriori connessioni diventato impossibili.

La brutta storia dei 70mila account di OkCupid

L’8 maggio 2016 un ricercatore di linguistica danese, Emil Kirkegaard, ha pubblicato un set di dati che conteneva informazioni riguardanti 70mila utenti di OkCupid: i dati, raccolti tra novembre 2014 e marzo 2015, contenevano genere, età, orientamento sessuale, credo religioso e altre informazioni personali di 70mila persone di cui non era nascosto lo username. Kirkegaard e due suoi collaboratori, Oliver Nordbjerg e Julius Daugbjerg Bjerrekær, hanno ricavato i dati grazie a un programma che legge il contenuto delle pagine web e copia i dati richiesti; in particolare il programma era scritto in modo da selezionare profili di OkCupid in modo casuale tra quelli che avevano fornito informazioni dettagliate su una grande gamma di argomenti.

Parte della comunità scientifica ha fortemente e giustamente criticato i metodi di Kirkegaard: conoscendo lo username di una persona che tra novembre 2014 e marzo 2015 era attiva su OkCupid (e tutt* sappiamo che si tende a usare lo stesso username su diversi siti e per diversi account), è possibile risalire alle informazioni personali grazie al dataset, dato che Kirkegaard non ha in alcun modo reso anonimi i dati. Non ha nemmeno chiesto a OkCupid e alle persone coinvolte di poterli usare: ha violato in tutti i modi possibili il principio del consenso informato per la ricerca scientifica. Anche se i dati erano pubblici (l’autodifesa di Kirkegaard si fonda su questo fatto) non significa che uno se ne possa appropriare come è stato fatto e renderli disponibili a chiunque, anche a chi non è registrato su OkCupid.

Il ricercatore Scott B. Weingart, specialista nel campo delle digital humanities, ha detto che potrebber risalire all’identità di più di 10mila delle 70mila persone legate ai dati diffusi da Kirkegaard con un’accuratezza del 90 per cento.


I ricercatori Os Keyes hanno indagato su Kirkegaard e in un post sul loro blog hanno spiegato altre ragioni per cui il suo lavoro di (anche riguardo ad altri argomenti) è antiscientifico. Ora i dati non possono più essere scaricati, ma 500 download sono stati effettuati prima che fossero rimossi dal sito in cui erano stati condivisi. Ormai sono in giro e potrebbero saltare fuori di nuovo.

Qualche dato sulle donne che usando le dating app

Secondo un studio del 2013 del Pew Research Centre, pare che siano gli uomini a usarle di più negli Stati Uniti: il 13% degli uomini contro il 9% delle donne. Uno studio realizzato nel 2015 da GlobalWebIndex dice invece che il 62% degli utenti di Tinder e altre app simili sono uomini. La percentuali di utenti donne è più alta per i siti che si presentano come creatori di connessioni romantiche, come mostra un grafico realizzato da Quartz:
grafico dating app quartz

Un particolare sito di incontri britannico, the Inner Circle, è così apprezzato dalle donne, dato che si propone di trovare persone particolarmente affini, che quest’autunno ha bloccato le registrazioni di nuove utenti per un mese in modo da provare a bilanciare il numero degli utenti con quello delle utenti.


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