Nell’amaritudine gusterai la dolcezza, e nella guerra la pace.

Dalla lettera di Caterina da Siena “A Stefano di Corrado Maconi”

 

L’anoressia nervosa è un argomento che non richiede particolari introduzioni. È un grave disturbo del comportamento alimentare, una preoccupante patologia che riguarda una percentuale significativa di giovani occidentali.

Molte delle riflessioni circa l’anoressia nervosa si collegano alla contemporaneità, a fenomeni come il body shaming, ai precisi modelli estetici veicolati dai media e in generale ad una rappresentazione irrealistica del corpo femminile. Tutto questo è vero, ma anche limitante.

I disturbi alimentari si possono rintracciare sin dall’antichità e in particolar modo nell’influenza della Chiesa Cattolica, l’istituzione che più di tutte le altre per secoli ha plasmato la cultura dell’Occidente e l’ha riempita di misoginia in tutti gli aspetti della quotidianità. In particolare, la questione dell’anoressia ha riguardato il rapporto ricco di tensioni e contraddizioni che la Chiesa ha avuto con le sue stesse sante.

I riti del digiuno fanno da sempre parte delle pratiche religiose. Il cibo è stato spesso considerato un tramite attraverso il quale le forze demoniache si impossessavano del corpo delle persone, perciò astenersi dal mangiare determinati alimenti, oppure limitarsi a minuscole porzioni, era considerato un modo efficace per tenerle lontane. Questa concezione ebbe particolare ascendente sui cristiani dei primi secoli, i quali erano fermamente convinti della fisiologica indegnità dell’uomo (e in particolare della donna) e della sua peccaminosità.

Il cibo rimandava a bisogni essenziali, ma anche a lussi superflui, e privarsene rappresentava una forma di penitenza. I crampi che portava con sé avvicinavano gli uomini alla sofferenza patita da Gesù sulla croce. Nella tradizione cristiana, il digiuno si sviluppò soprattutto come forma di ascetismo, un ascetismo che per molti versi riprendeva la teoria di Platone secondo la quale l’anima era “imprigionata” nel corpo: disciplinare il proprio corpo, tenerlo puro e “pulito” avrebbe avvicinato le persone alla perfezione spirituale.

Illustzione di Elena Mistrello

Illustzione di Elena Mistrello

Questo genere di fervore animò i vari movimenti ascetici sviluppatisi intorno al dodicesimo secolo, un ascetismo che aveva coinvolto in particolare le donne, durante il periodo delle profetesse. Le religiose non solo digiunavano volontariamente, ma arrivavano ad essere incapaci di mangiare qualcosa di diverso dall’ostia consacrata, come nel caso della beghina belga Maria di Oignies (stando ai resoconti del cardinale Jacques de Vitry, Maria rimase senza mangiare per ben trentacinque giorni).

Il digiuno delle ascete suscitava molta ammirazione da parte della popolazione: erano tempi in cui le privazioni non erano certo una rarità e scegliere deliberatamente di sottoporvicisi faceva sì che venissero viste con rispetto e devozione. Una simile devozione dei singoli individui, però, alle gerarchie ecclesiastiche non piaceva molto, così, com’è sempre stato da abitudine, cominciarono a predicare una cosa e contemporaneamente il suo opposto.

Il digiuno tradizionalmente serviva a mortificare il proprio corpo, ma allo stesso tempo manifestava troppa superbia e anche una dannosa negazione di sé e della perfezione di tutte le cose create da Dio. Era una pratica purificatrice, ma doveva essere praticato nella più totale discrezione, altrimenti si tramutava in esaltazione. Il digiuno avvicinava a Dio, ma non doveva avvicinare troppo a Dio, altrimenti rischiava di minare il ruolo degli uomini di Chiesa come intermediari tra Dio e fedeli. Il controllo clericale, in spregio a qualunque minima coerenza, doveva essere mantenuto ad ogni costo, quindi si poteva ben predicare tutto e il contrario di tutto.

Inoltre, il digiuno rappresentava sì un esercizio ascetico meritevole di stima, ma nel tardo Medioevo si diffuse velocemente la convinzione che qualunque comportamento singolare fosse rivelatore di un potere demoniaco (cioè il fenomeno che ha caratterizzato il periodo della caccia alle streghe), quindi la capacità di mantenersi in forza nonostante la scarsa alimentazione cominciò ad essere vista con sospetto.

Tra i vari metodi con cui poteva essere scovata una strega c’era anche il “controllo del peso”: le donne venivano semplicemente pesate e se il loro peso era minore rispetto a quello previsto per la loro statura, allora c’era una prova di stregoneria (come tutte le pratiche di ricerca dei segni, anche il controllo del peso veniva sistematicamente manipolato, e in alcune cronache è possibile trovare donne che non pesavano neanche un chilo).

Anche alcune digiunatrici vennero accusate di stregoneria, nonostante il loro digiuno fosse palesemente ispirato dalla religione. Fu il caso di Colomba da Rieti, una devota di Caterina di Siena, che venne inquisita in varie occasioni senza che si giungesse mai alla colpevolezza (ma nemmeno alla piena innocenza). Nemmeno dopo la morte lasciarono in pace Colomba. Il suo corpo dovette subire un’autopsia per accertarsi che non ci fossero segni di possessione, ma alla fine conclusero che non c’erano e che la donna si era lasciata morire di fame.

La più nota delle digiunatrici, comunque, fu proprio Caterina da Siena, e ovviamente anche lei fu tra i bersagli delle gerarchie, che tentarono a più riprese di screditarla e di screditarne le opere. Nata come Caterina Benincasa, il 25 marzo del 1347, questa santa sembra aver avuto qualcosa in comune con le persone anoressiche contemporanee.

Della sua vita si conoscono molti dettagli grazie alla biografia scritta (dieci anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1380), dal suo confessore e guida spirituale, il frate predicatore Raimondo da Capua. Fatte salve le differenze di contesto culturale (senza il quale questa malattia, ricordo, non può essere compresa), è possibile affermare che Caterina utilizzò il digiuno e le privazioni come strumento di affermazione di un’identità da lei altrimenti percepita come evanescente.

La madre Lapa aveva dato alla luce due gemelle, Caterina e Giovanna, ma Giovanna morì quasi subito, così a Caterina vennero spesso rinfacciati i suoi obblighi nei confronti della famiglia, in quanto era stata una bambina speciale, sopravvissuta alla gemella. Anche la sorella nata due anni dopo, e chiamata Giovanna in memoria della gemellina, morì prematuramente, alimentando in Caterina l’impressione di vivere la vita al posto di qualcun altro.

L’analisi del suo rapporto con la madre e con il padre Giacomo, ampiamente raccontato da Raimondo da Capua, può essere utile per lo studio del contesto familiare e sociale in cui si sviluppò la sua anoressia. Quando Caterina veniva punita dalla madre non protestava in nessun modo, anzi, accettava la punizione, anche fisica, attribuendosi tutta la responsabilità dell’errore (per lo più l’essere venuta meno a questi obblighi), e trasformando il castigo in un’affermazione morale, quindi in soddisfazione di sé.

Illustrazione di Elena Mistrello

Illustrazione di Elena Mistrello

La sua decisione di farsi monaca non fu ben accolta dalla famiglia, ma anche in questo caso, seppure con una modalità diversa, Caterina arrivò ad affermare sé stessa con qualunque mezzo, come ad esempio imponendosi il voto del silenzio per ben tre anni. Non solo. Si flagellava, dormiva pochissimo ogni notte sdraiata su un’asse di legno, iniziò a mangiare solo pane, acqua e vegetali crudi dall’età di sedici anni.

La madre non poteva che assistere alla sua autodistruzione e ogni tentativo di rallentarla veniva aggirato da Caterina (quando Lapa le impose di dormire insieme a lei, Caterina nascose un pezzo di legno nel letto per potersi pungolare mentre la madre dormiva). Alla fine Caterina nemmeno divenne una suora, ma una sorella della penitenza, una terziaria che non voleva saperne di stare chiusa in un chiostro, ma che sentiva la necessità di muoversi per mostrare la sua abnegazione a Cristo.

Come accadde anche alla mistica Giovanna d’Arco, per Caterina la privazione andò di pari passo con l’autodeterminazione, con l’imposizione della sua volontà su quella della madre prima e dei suoi padri spirituali poi. Il suo digiuno non era ben visto da tutti, molti l’accusavano di essere una mistificatrice, alcuni addirittura dicevano che Caterina segretamente mangiasse in abbondanza. Dalle sue confessioni a da Capua emerge invece un quadro diverso: Caterina, come altre persone affette da anoressia, non riusciva a mangiare, e anche laddove si costringeva a un seppur minimo regime alimentare, era tormentata da dolori all’addome e vomito.

Come anche altre digiunatrici del suo tempo, Caterina sublimava il cibo nell’ostia consacrata e attraverso questa sublimazione non sentiva più il bisogno di mangiare. L’umiltà che Caterina manifestava nei confronti di Cristo non aveva alcun riscontro nelle sue relazioni umane dove si mostrava stranamente ammonitrice: nei confronti dei fratelli, nei confronti di Lapa (il loro rapporto madre-figlia appare assai articolato e sarebbe interessante poterlo studiare attraverso gli strumenti forniti dalla psicologia e dalla psichiatria), nei confronti di Papa Gregorio XI.

Perfino nei confronti di Dio il suo comportamento non appariva passivo. Il suo rapporto con Dio, ovviamente non mediato ma diretto, era a tratti singolare, Caterina sembrava contrattare con Dio anziché assoggettarsi alla sua volontà. In due casi in particolare si ritrovò a mettere in atto un meccanismo di punzione/ricompensa inconsapevole: la prima volta in occasione della morte del padre Giacomo, di cui accettò tutte le punizioni terrene a patto che avesse accesso diretto al Regno dei Cieli, e la seconda volta durante un periodo di malattia di Lapa, affinché Dio la guarisse.

Con tutti Caterina cercava di affermare la sua volontà, ma non poteva riuscirci sempre. Dopo la morte di Papa Gregorio XI, Caterina non trovò un interlocutore altrettanto paziente nel suo successore, Urbano VI. L’incapacità di quest’ultimo di mantenere il Papato a Roma (cosa che Caterina desiderava più di ogni altra cosa) e di arrestare lo scisma, si collegò ad un periodo di tremenda depressione per Caterina.

Arrivata al limite della sua anoressia, Caterina si rifiutò anche di bere acqua, come estremo gesto di mortificazione affinché Dio salvasse la Chiesa. Sopravvisse tre mesi, durante i quali conobbe una lenta e prolungata agonia, con momenti di mancanza totale di lucidità. Nonostante i molti ostacoli che la Chiesa le mise davanti quando era in vita, Caterina venne canonizzata, nominata dottore della Chiesa e Santa patrona di Italia.

 


Bibliografia:

– “La santa anoressia”, di Rudolph M. Bel
– “Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche”, di Walter Vandereycken e Ron van Deth