Leggo. È come una malattia. Leggo tutto ciò che mi capita sottomano, sotto gli occhi: giornali, libri di testo, manifesti, pezzi di carta trovati per strada, ricette di cucina, libri per bambini. Tutto ciò che è a caratteri di stampa.

Il rapporto privilegiato che Ágota Kristóf vive con la lingua viene da lei stessa spiegato con queste parole nel racconto autobiografico L’analfabeta (edito in Italia da Casagrande). Lettrice precoce e incontentabile, ovviamente sente anche l’esigenza di “Scrivere. Continuare a scrivere. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno”.

Nata in Ungheria, è considerata una dei maggiori esponenti della letteratura francofona. Il percorso che la porta a scrivere in francese è tortuoso, tormentato. Dal piccolo villaggio di Csikvánd, a nove anni si trasferisce con la sua famiglia a Köszeg, una cittadina di frontiera (cui si ispirerà, anni dopo, per descrivere la “piccola città” nella Trilogia della città di K.).

Qui, dove un quarto della popolazione parla un dialetto tedesco, Ágota viene per la prima volta in contatto con una nuova lingua, che percepisce come “nemica” (come accadrà con il francese):

All’inizio non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parola che non sarei riuscita a capire.

Ágota si sente di nuovo un’analfabeta. Per appropriarsi di quella lingua nemica, la metodologia è la stessa: leggere e scrivere. A distanza di poco tempo, quando frequenta il ginnasio, si propone lo stesso problema con il russo. Molti anni dopo, Kristóf analizzerà in modo molto lucido il rapporto che la popolazione instaurò con il russo, attraverso un’interpretazione sociolinguistica:

Nessuno conosce il russo. I professori di lingue straniere, tedesco, inglese, francese, si mettono a frequentare corsi intensivi di russo ma non si può dire che lo imparino veramente, e non hanno nessuno voglia di insegnarlo. Da parte loro, gli allievi non hanno nessuna voglia di impararlo. Ciò che si verifica è un sabotaggio intellettuale nazionale, una resistenza passiva naturale, non concordata, che si mette in moto da sé. Con la stessa mancanza di entusiasmo vengono insegnate e imparate la geografia, la storia, e la letteratura dell’Unione Sovietica. Dalle scuole viene fuori una generazione di ignoranti.

Illustrazione di Silvia Carrus

Illustrazione di Silvia Carrus


All’età di ventun anni, Kristóf scappa dall’Ungheria
con il marito e la figlia per arrivare in Svizzera, prima a Losanna, quindi a Zurigo e infine approdano a Neuchâtel. La vita di quegli anni è raccontata nel romanzo Ieri (ed. Einaudi), da cui è stato tratto anche un film, intitolato Brucio nel ventoIl film non piacque affatto a Kristóf, a causa di una serie di cambiamenti, soprattutto nel finale.

Operaia in una fabbrica, all’epoca sembra molto improbabile che Kristóf riesca a diventare una scrittrice, soprattutto a causa delle difficoltà che incontra nell’apprendimento della lingua francese. Il senso di estraneità è totale, la lontananza dalla famiglia (che non aveva nemmeno avvisato della sua partenza) è dura.

Nuovamente analfabeta, Kristóf sente di perdere parte della sua identità senza un idioma di riferimento. Per oltre cinque anni continua a scrivere pièce teatrali e poesie nella sua lingua madre, ma ben presto, dizionari alla mano, comincia a scrivere in francese poiché, come poi dirà lei stessa, non avrebbe avuto alcuna opportunità di essere letta. Questo passaggio dall’ungherese al francese appresenta una tappa cruciale nella letteratura e nella vita di Kristóf.

Il francese, di fatto, diventa la lingua con cui Kristóf esprime sé stessa, ma avrà per tutta la vita l’impressione di non riuscire a padroneggiarla come vorrebbe, soprattutto nella scrittura (ha continuato a servirsi del dizionario anche a distanza di decenni). Contemporaneamente, però, in parte l’ungherese si smarrisce dentro di lei. Dirà infatti:

Spesso posso parlare ungherese, sento i miei fratelli al telefono, leggo in ungherese. Ma non potrei più scrivere in ungherese. Ricordo la mia lingua, ma non abbastanza per la letteratura.

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Ágota Kristóf

Trilogia della città di K.

La concezione estrema che Kristóf ha della scrittura (intesa come una questione fondamentale per la propria identità) si manifesta nel suo stile, che è, a sua volta, estremo. La sintassi appare asciutta, lineare, molto diretta e priva di artifici retorici, facendola apparire per certi versi stridente con i contenuti che, al contrario, sono spietati, sconvolgenti e crudeli. Il critico letterario Paolo Mauri ha descritto lo stile di Kristóf come “lo sfregio di una rasoiata sulla faccia pasciuta dei romanzi perbene”. Similmente, il critico Giorgio Manganelli ha descritto la prosa di Kristóf come “Una prosa di perfetta e innaturale secchezza, che ha l’andatura di una marionetta omicida”. Questa definizione è presente anche sul retro di copertina dell’edizione italiana di Trilogia della città di K. (ed. Einaudi, 1998).

Nella Trilogia troviamo tutti i temi caratteristici della produzione di Kristóf (che non rinuncia mai ad inserire elementi autobiografici nelle sue opere, mescolandoli alla fantasia, ai fantasmi e alle paure, per esorcizzarle): la separazione, la solitudine, l’esilio, l’alienazione. I protagonisti del romanzo sono due gemelli, abbandonati dalla loro madre alle “cure” di una severa nonna, in una “piccola città” dell’Europa dell’Est, ma non viene mai chiarito in quale paese si trovi.

Nel primo libro, intitolato Il grande quaderno, Claus e Lucas vivono una vita durissima e simbiotica, assoggettati ai voleri della dispotica e alcolizzata nonna e completamente in balìa degli eventi storici. Alla fine di questo libro, scritto attraverso la narrativa in prima persona e con l’uso della prima persona plurale (a parlare sono sempre i gemelli, con una sola voce), i due si separano: “uno di noi se ne va nell’altro paese. Quello che resta torna in casa di Nonna”.

Il secondo libro, La prova, parla della vita condotta da Lucas, il gemello rimasto, che si ritrova in uno stato di “insopportabile solitudine” che cercherà di superare con tutte le sue forze, seguendo strade pericolose che lo condurranno verso un epilogo tragico. Il terzo libro, La terza menzogna, rimescola totalmente gli elementi narrativi e si concentra maggiormente sulla vita di Claus, che dopo aver abbandonato il proprio paese è destinato ad essere uno straniero, per sempre e ovunque. I due gemelli, di fatto, non si ricongiungono mai, arrivano solo a sfiorarsi, incapaci di andare avanti ma anche incapaci di ricomporre il loro legame.

La trilogia, considerata il più grande capolavoro di Kristóf, è stata tradotta in decine di lingue. Kristóf però non è mai stata molto interessata alle traduzioni. L’anno della sua morte (il 2011) rilascia un’intervista all’Hungarian Literature Online, in occasione della sua vittoria del Premio Kossuth, il più importante premio letterario ungherese, in cui dichiara:

Le traduzioni mi infastidiscono. Non mi piace leggerle. Ci sono così tante traduzioni dei miei libri che non riesco più a seguirle, a volte non riconosco nemmeno il mio nome stampato sulla copertina, come nel caso delle traduzioni giapponesi, cinesi o coreane, non so neppure cosa c’è scritto in quei libri.

Il problema della lingua, dunque, resta fino alla fine.