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ADHD: ragazz* che dovrebbero darsi una calmata?

ADHD: ragazz* che dovrebbero darsi una calmata?

A tutti è capitato di avere un compagno di classe irrequieto. Molto irrequieto. Irrequieto in modi inspiegabili, specie se sei una bambina secchiona con gli occhiali che colora sempre nei bordi.

Io un compagno di classe così ce l’avevo, e grazie ai social network abbiamo mantenuto i contatti. È campione mondiale del seguire pagine Facebook nonsense per condividerne le chicche migliori, e infatti mi fa molto ridere. Al contrario di me, conosce tutti i fumetti del mondo (e infatti li vende).

Quando qualche mese fa, a sorpresa e senza remore, mi ha detto di essersi sottoposto al lungo e complesso percorso di diagnosi dell’ADHD (il disturbo da deficit di attenzione/iperattività), e io ho rivisto quel bambino che nell’intervallo si dimenticava di mangiare il prelibato trancio di focaccia messogli nello zaino dalla mamma, e nel tempo in cui io tiravo fuori il mio triste pacchetto di crackers, si era già arrampicato sull’armadio dei dossier salendo su una sedia messa sopra il banco con l’obiettivo di arrivare al soffitto dell’aula e appiccicarvi lo slimer verde fluo da lui stesso prodotto mixando materie organiche e inorganiche.
Mi sono detta: “In effetti, qualche avvisaglia l’aveva data”.

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Illustrazione di Simona Pollio

Col senno di 25 anni dopo, mi sono chiesta cosa si possa rimproverare alle nostre (bravissime) maestre. Io dico “nulla”, e anche il mio amico è d’accordo con me. Non si è mai perso durante le gite, non si è mai infortunato (al contrario della suddetta bambina secchiona con gli occhiali che si distrusse un omero facendo ginnastica artistica) e ha avuto una buona preparazione scolastica – in questo agevolato dal possedere un’intelligenza superiore alla norma.

Del resto, l’ADHD (che sta per Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è una sindrome che alla fine degli anni ’80 in Italia non era nota. Forse perché i suoi sintomi primari si manifestano intorno ai 6 anni ed emergono in ambito scolastico, chi ne è affetto è stato sempre ascritto alla categoria dei bambini-molto-vivaci-con-poca-voglia-di-studiare.

Poiché disattenzione e iperattività si accompagnano a un terzo sintomo primario, cioè l’impulsività (o incapacità di sopportare piccole frustrazioni), la definizione diventava bambino-viziato-con-genitori-troppo-accondiscendenti. La stessa comunità scientifica italiana ed europea ha tardato nel riconoscere all’ADHD lo status di “disturbo mentale” ed esistono tuttora delle resistenze in tal senso.

Eppure, ne sono state appurate le origini biologiche: in chi ne è affetto si rilevano squilibri tra neurotrasmettitori (noradrenalina, dopamina) e una differente estensione/attività di alcune aree cerebrali (corteccia frontale, nuclei della base). L’ADHD è un disturbo non curabile ma gestibile fin dal suo manifestarsi, attraverso l’azione combinata di più terapie (psicologica, psicomotoria e farmacologica) e professionalità (gli insegnanti, gli psicologi, i medici).

Altri strumenti che vengono consigliati per tenere sotto controllo questa sindrome sono la dieta e l’eliminazione di alcuni alimenti allergenici, l’assunzione di integratori specifici, medicine alternative quali omeopatia e agopuntura e discipline orientali come yoga e arti marziali.

Non ultimo, per aiutare un ragazzino con deficit di attenzione occorrono il supporto incondizionato e la presa di coscienza della famiglia, che dovrà riadattare il proprio stile di vita, l’ambiente domestico ma anche la routine giornaliera: ad esempio, un check del diario e dello zaino per verificare che non manchi niente, la pratica di uno sport aerobico (e molto stancante), una sleeping routine rilassante, un uso accorto di stimoli visivi quali videogiochi e TV. E se questo non lo fa la famiglia, difficilmente un bambino avrà l’intuizione di farlo da sé, visto che l’organizzazione non è proprio il suo forte.

Ma se oggi le possibilità di un bambino di ricevere aiuto è maggiore, grazie ad un’accresciuta attenzione nei confronti dell’ADHD presso le scuole elementari o l’ASL, è certo che ci sono moltissimi adulti, ormai lavoratori, che hanno combattuto da soli con questa sindrome. Possiamo ipotizzare che abbiano avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili, caratterizzati da rapporti tesi con i professori e i genitori, e da una costante e frustrante “tensione verso la normalità”.

Il mio amico sostiene di aver sfruttato positivamente il suo svantaggio. Ha valorizzato la sua indole ipersocievole (per fortuna non aggressiva né pericolosa) e piacevolmente esibizionista (istrionica, diciamolo), trasformandole in sue caratteristiche distintive. Ha compensato un percorso scolastico accidentato con esperienze extracurriculari in area artistico-musicale (il punto più alto di questa climax artistica è certamente la partecipazione a un programma di MTV in veste di imitatore di Eminem).

Questo eclettismo gli ha permesso di fare lavori interessanti (anche se discontinui: mai più di 18 mesi), di sviluppare competenze peculiari e raggiungere risultati anche brillanti, salvare l’autostima e stabilire delle relazioni di lunga data (da 15 anni ha la stessa fidanzata, l’unica certezza che non sia mai venuta meno).
Sul fronte professionale, la scelta è infine caduta su un lavoro autonomo, per gestire la sua routine in modo più congeniale al suo “funzionamento” (che prevede momenti di stakanovismo estremo alternati a fasi di apparente improduttività).

In molti casi, gli adulti con ADHD si mimetizzano benone. Crescendo alcuni dei sintomi vanno scomparendo: ad esempio, quello stato di moto perpetuo tipico dei bambini iperattivi si riduce notevolmente per ripresentarsi solo in situazioni di stress. L’impatto degli altri sintomi, nella migliore delle ipotesi, viene limitato grazie all’esperienza e ai sistemi, spesso personalissimi, sviluppati da ciascun individuo. Ciò che è vero, e il mio amico me lo ha confermato a oltranza, è che questa esperienza si accumula in maniera più lenta e discontinua.

Vale a dire che chi soffre di ADHD apprende attraverso “strappi” e lezioni di vita più dolorose rispetto agli altri. Con lezioni intendiamo: perdere anni di scuola o di università (=assenza di concentrazione e/o motivazione), fare investimenti economici sbagliati (=impulsività ed eccessiva propensione al rischio), passare da un lavoro a un altro (=impossibilità di inserirsi in un contesto strutturato e di gestire diplomaticamente i conflitti).

Ma anche situazioni più comiche, nel senso pirandelliano del termine: restare senza luce per via di vecchie bollette ignorate o procrastinate, o non poter pagare un conto perché ci si è dimenticati di prendere il portafoglio prima di uscire, rimanere fuori casa perché le chiavi sono dentro (al mio amico sono successe tutte quante).

In ogni caso, la sensazione è quella di dover costantemente trovare la propria collocazione procedendo a tentoni e lottando contro se stessi, in un percorso costellato di micro e macro fallimenti apparentemente immotivati. In assenza di una diagnosi, che per quanto difficile da accettare costituisce comunque una spiegazione razionalmente soddisfacente, non è raro che l’affetto da ADHD sviluppi dall’adolescenza in poi dei sintomi secondari ancor più penalizzanti della disattenzione o dell’iperattività: bassa autostima, ansia, disturbi del sonno e depressione.

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Illustrazione di Simona Pollio

Questi sintomi si ritrovano con maggiore frequenza tra le ragazze. In età infantile, infatti, si rileva una prevalenza di ADHD tra i maschi: l’incidenza, secondo gli studi e il metodo di indagine adottato, è da 3 a 5 volte superiore. Difficile capire se questa minore ricorrenza rispecchi la situazione reale: occorre sicuramente considerare che nelle bambine, i sintomi primari dell’ADHD sono meno palesi e comunque riconducibili a tratti tipici della femminilità (parlare molto, o molto animatamente).

In altre parole, si manifestano in modo meno dirompente, non mettono a repentaglio l’incolumità della bambina (vi ricordo del mio amico appeso al soffitto) e vengono “notati” molto meno.

Essi giungono più tardi rispetto a quanto accade nei maschi, alle soglie della pubertà: questo induce a pensare che la produzione ormonale della preadolescenza (sì, di nuovo, gli ormoni) che nelle femmine è più massiccia e impattante, contribuisca a esacerbare irritabilità, impulsività e altre reazioni tipiche dell’ADHD, ponendo famiglie e insegnanti in una condizione di allarme.

Senza affermare che esista a livello familiare/scolastico una minore “attenzione” nei confronti delle figlie o studentesse femmine, e senza volervi a tutti i costi vedere un retaggio maschilista, è però indubbio che si hanno nei confronti delle ragazze e delle donne aspettative culturali legate all’organizzazione, alla pazienza, alla tolleranza, alla responsabilità. Tutte doti tipicamente associate alla cura domestica, all’allevamento dei figli, alla gestione dei conflitti famigliari.

In questo senso si può ipotizzare che le adolescenti con ADHD siano in generale più frustrate dei loro coetanei maschi e che la vergogna e il senso di inadeguatezza accumulati durante l’infanzia le espongano ad altri disturbi in età adulta: l’ansia, la depressione o le dipendenze.

 


 

Fonti:

Oltre che da una lunga e proficua intervista al mio amico, le informazioni generali sull’ADHD sono state tratte dal manuale AD/HD For Dummies, 2004, degli autori americani Jeff Strong e Michael O. Flanagan.

Di grande aiuto è stata la ricerca Il Deficit di attenzione al femminile, condotta da Rosa Angela Fabio, Manuela Mecenero e Alessandro Antonietti, Dipartimento di Psicologia, Università Cattolica di Milano.

Siti utili:

In lingua inglese, il sito-forum Attitudemag.com ricco di risorse, oppure Totallyadd.com di cui esiste anche la rivista cartacea. Sono quelli maggiormente consultati dal mio amico.

In lingua italiana segnalo il sito dell’associazione AIDAI, orientato al fenomeno ADHD nei bambini, e dell’AIFA destinato ai famigliari di malati di ADHD. Purtroppo rispetto ai siti britannici non reggono il confronto.


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