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52 films by women: maggio

Cecilia ha deciso di accettare la sfida 52 films by women e guarderà (almeno) un film diretto da una donna ogni settimana del 2016. Ogni mese, ci racconterà quello che ha visto. Puoi leggere tutti i post qui.


Mundane History – Anocha Suwichakornpong (2010)
Il Traditore Tipo [Our Kind of Traitor] – Susanna White (2016)
Maya Lin: A Strong Clear Vision – Freida Lee Mock (1995)
Twinsters – Samantha Futerman, Ryan Minamoto (2015)  / Disponibile su Netflix Italia
I Don’t Belong Anywhere: the Cinema of Chantal Akerman – Marianne Lambert (2015)
Lo Spazio Bianco – Francesca Comencini (2009)

In un mondo ideale, ogni mese guarderei dei film legati al tema di Soft Revolution, ma finora quest’esito felice mi ha eluso come l’El Dorado. Di conseguenza, il punto in comune di metà delle pellicole di maggio è il fatto che sono girati da registe di origini asiatiche.

Mundane History è un film della regista thailandese Anocha Suwichakornpong che segue la costruzione del rapporto tra Ake, un giovane da poco rimasto paraplegico, e Pun, il suo infermiere. In un’intervista, la regista ha dichiarato che il film rispecchia anche il complicato momento storico che sta vivendo la Thailandia; se queste sfumature possono sfuggire a uno spettatore non versato nell’argomento (a parte forse qualche riferimento della cuoca Kauew), il film si distingue lo stesso per un paio di sequenze di bravura e per una narrazione calma e suggestiva.

Maya Lin: A Strong Clear Vision e Twinsters sono due documentari; il primo esemplifica la forma classica del genere, mentre il secondo può dare un indizio sul modo in cui le nuove tecnologie possono cambiarla.

Maya Lin: A Strong Clear Vision, diretto da Freida Lee Mock, ha vinto l’Academy Award come miglior documentario nel 1996 ed è un prodotto interessante soprattutto per la persona che ne costituisce il perno: Maya Lin è un’architetto statunitense che nel 1979 vinse, tramite una submission anonima, il concorso per il progetto del monumento ai veterani del Vietnam, il Vietnam Veterans Memorial di Washington. La sua vittoria sollevò una serie di polemiche a causa dell’estetica del monumento (il cui stile, di una penetrante sobrietà che poco concede al bellicismo degli USA, si distanzia dallo stile neoclassico preferito dalle istituzioni), polemiche che furono anche influenzate dal fatto che Lin fosse una studentessa universitaria di origini cinesi.

A differenza di Maya Lin: A Strong Clear Vision, Twinsters non è un documentario biografico, bensì racconta una vicenda quasi troppo incredibile per essere vera: Samantha Futerman è un’attrice di Los Angeles che ha preso parte a un video virale, il quale finisce per essere linkato ad Anaïs Bordier, una studentessa francese che frequenta celebre Central St. Martins di Londra. Le due ragazze hanno diverse cose in comune: entrambe sono di origini coreane, entrambe sono state adottate, e condividono sia luogo che data di nascita. In più, si somigliano moltissimo. Questo perché, scopriremo, sono sorelle separate alla nascita e affidate a due famiglie diverse al momento dell’adozione.
Il film rimane sempre concentrato sulle personalità vibranti delle due protagoniste e sul loro rapporto, ma pian piano si apre fino ad includere diversi tipi di relazioni: tra le due giovani donne e le loro famiglie di adozione (a loro volta all’oscuro dell’esistenza di una sorella), le loro prime madri affidatarie, la loro madre biologica e la più larga comunità dei bambini coreani adottati all’estero. È particolarmente interessante come Futerman non sia soltanto il soggetto del film, ma sia anche accreditata come regista.

Il Traditore Tipo è uscito il 6 Maggio al cinema, e io mi sono precipitata a guardarlo per una serie di ragioni: mi piacciono le storie di spie, adoro Grigoriy Dobrygin, e la regista, Susanna White, ha diretto anche Parade’s End (miniserie BBC/HBO la cui regia avevo rimarcato più volte). Purtroppo il film è stato una delusione.

Anche se partivo con aspettative molto più basse, la stessa cosa si può dire di Lo Spazio Bianco di Cristina Comencini; tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, il film segue la decisione di Maria, un’insegnante delle scuole serali, di portare avanti una gravidanza nonostante l’età matura (Margherita Buy, che la interpreta, aveva 47 anni all’epoca del film) e il fatto di non avere un compagno. Se il film evita le facili trappole del vittimismo e dell’esaltazione cristiana della maternità, comunque non si può dire che sia particolarmente godibile o credibile. Lascia l’amaro in bocca soprattutto il trattamento da animali da zoo riservato ai personaggi di classe sociale più bassa, ridotti a caricature ignoranti e derisibili.

Infine, un altro documentario: I Don’t Belong Anywhere, di Marianne Lambert, è un film sulla vita e le opere di Chantal Akerman, che si è tolta la vita nell’ottobre 2015. La presenza intensa della regista belga anima il film, che tratta alcuni aspetti privati della sua vita (le origini ebraiche, il rapporto con la madre) ma è incentrato soprattutto sulla sua carriera (dagli inizi con Saute Ma Ville al capolavoro Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles, ma non dimenticando l’esperimento più commerciale di Un Divano a New York).

get.do


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