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52 films by women: gennaio e febbraio

Cecilia ha deciso di accettare la sfida 52 films by women e guarderà (almeno) un film diretto da una donna ogni settimana del 2016. Ogni mese, ci racconterà quello che ha visto. Puoi leggere tutti i post qui.


 

 

Gennaio

Onegin – Martha Fiennes (1999)
Palme – Kristina Lindström, Maud Nycander (2012)
Les Petits Matins – Jacqueline Audry (1962)
Cart – Boo Ji Young (2014)
Mare Nero – Roberta Torre (2006)
Somewhere Only We Know ( 有一个地方只有我们知道) – Xu Jinglei (2015)
The Hitch-Hiker – Ida Lupino (1953)
Sleeping with Other People – Leslye Headland (2015)

Per quanto riguarda la nostra Sfida, gennaio è stato un mese fuori quota: all’inizio non avevo ancora deciso con sicurezza di lanciarmi, né avevo contattato la redazione di SR a riguardo. Tuttavia non è stato un problema mantenere l’impegno.

L’anno è iniziato con Onegin, il primo film di Martha Fiennes. Onegin è un pigro aristocratico pietroburghese che viene richiamato in provincia al capezzale di uno zio morente, del quale poi erediterà tutto. Lontano dalla metropoli conoscerà due persone che influenzeranno il corso della sua vita: il giovane poeta Lenskij e l’intensa Tatiana Larina. Tratto dall’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Puškin, uno dei testi fondativi della letteratura russa, è un adattamento cinematografico che perde gran parte dei riferimenti che situano il libro in una precisa posizione storica e culturale; se questo implica una certa diluzione della sceneggiatura, comunque, ha come lato positivo il rendere il film apprezzabile anche da chi non è russofilo o ha seguito un corso di letteratura russa.

Poi, per restare a latitudini più alte delle nostre: Palme, di Kristina Lindström e Maud Nycander. Si tratta di un documentario svedese sul primo ministro Olof Palme, che ha governato la Svezia per svariate legislature tra gli anni ’60 e ’80. Palme è una figura con pochi lati negativi, il che a tratti dà al film un sottotesto un po’ agiografico. Un documentario interessante soprattutto se la vostra idea di Svezia è ancora “uno stato socialista ricco e tollerante”, visto che è in questo periodo che quello stereotipo emerge con forza.

https://www.youtube.com/watch?v=JzmSC_EVYyE

Poi, due film del genere mistero: Mare Nero di Roberta Torre e The Hitch-Hiker di Ida Lupino. Mare Nero ha tutti i pregi e difetti dei giallos italiani degli anni ’70: ottime messinscena e regia al servizio di una sceneggiatura spesso superficiale. Spiace soprattutto il trattamento molto approssimativo dei vari tipi di sex work. The Hitch-Hiker era già in programma in vista di un prossimo articolo sul noir per SR: si tratta, appunto, dell’unico film noir mai diretto da una donna – in questo caso, Ida Lupino, un’attrice che è anche uno dei volti simbolo del genere. La pellicola dura poco più di settanta minuti, ma è un ottimo prodotto che combina una narrazione ridotta all’osso con gli stilemi registici del noir.

Cart, della coreana Boo Jiyoung, è un film incentrato sui (ma soprattutto sulle) dipendenti di un supermercato: la protagonista, Sun-hee, avrebbe dovuto ottenere a breve il posto fisso, ma la direzione del supermercato decide di tagliare la forza lavoro. Ispirato a una storia vera, Cart è un film che indaga una situazione reale vicina a tutti ed è anche il migliore tra quelli di gennaio.

Per concludere, tre commedie. Les Petits Matins è un road movie francese del 1962, diretto da Jacqueline Audry, che segue il viaggio in autostop in Agathe, che dal Belgio vuole raggiungere la Costa Azzurra per godersi un po’ di sole e mare. Non solo è una commedia godibile, ma è un film interessante dal punto di vista del genere: Les Petits Matins arriva qualche anno prima prima del 1968 e del ritorno mainstream del femminismo.

Agathe è conscia del proprio aspetto e sa quando fare la smorfiosa può tornarle utile; la sceneggiatura non dimentica mai che va incontro a veri pericoli, ma non la biasima per i pensieri o le azioni degli uomini che incontra (una galleria piuttosto divertente di tipi umani che esistono tuttora, come il quarantenne ben conservato che ci prova con le ragazzine).

Somewhere We Only Know è forse la peggiore tra le tre commedie: il film segue due storie interconnesse, quella di Jin Tian, ambientata ai giorni nostri, e quella di sua nonna (interpretata dalla regista). Se quella di Jin Tian è una commedia romantica carina, la storia della nonna fa oscillare il pubblico tra la noia e la perplessità – cosa ancora più triste se si pensa che avrebbe potuto indagare meglio una situazione particolare come quella di una ragazza cinese che viveva da sola in Europa tra gli anni ’30 e ’40, un periodo a dir poco scombussolato sia qui che in Asia.

Sleeping with Other People rimanda a una certo tipo di romcom americana che è raro vedere altrettanto ben fatta oggi. Lainey e Jake si incontrano dodici anni dopo aver passato una notte insieme, e sentono subito una certa attrazione l’uno per l’altra – ma le loro vite sono già abbastanza un disastro, così decidono di provare a essere amici. Senza entrare troppo nei dettagli, ho molto apprezzato il modo in cui viene rappresentata la (tossica) relazione di Lainey con il suo ex.

 

Febbraio

Moon & Cherry (月とチェリー) – Yuki Tanada (2004)
Beyond the Lights – Gina Prince-Bythewood (2014)
Daughters of the Dust – Julie Dash (1991)
A Piece of Our Life (カケラ) – Momoko Ando (2009)
Love in a Fallen City (傾城之戀) – Ann Hui (1984)
What Happened, Miss Simone? – Liz Garbus (2015)
Riprendimi – Anna Negri (2008)
Murmur of the Hearts (念念) – Sylvia Chang (2015)
D.E.B.S. – Angela Robinson (2003)

Per il mese di san Valentino, ho – senza accorgermene – visto ben sei film che includevano rilevanti plotlines romantiche.

Moon & Cherry di Yuki Tanada, A Piece of Our Life di Momoko Ando, Riprendimi di Anna Negri e D.E.B.S. di Angela Robinson sono quattro commedie del primo decennio degli anni 2000, ma lì si fermano le somiglianze.

In Moon & Cherry, Kenichi decide di unirsi al club di letteratura erotica della sua università, i cui membri sono tutti uomini, eccetto Mayama, che viene sempre chiamata per cognome ed è l’unico membro femminile (nonché autrice pubblicata e da tutti considerata la più talentuosa del gruppo). Lei rivela subito che Kenichi è vergine, e procede ad andare a letto con lui come ricerca per il romanzo che sta scrivendo. Il film ribalta alcuni trope – l’illibato è il personaggio maschile, per esempio – e in generale è un film gradevole, anche se non memorabile.

In A Piece of Our Life, Riko, una prostetista, approccia in un bar Haru, una bizzarra studentessa universitaria che sta avendo una storia con un uomo sposato, e poco dopo iniziano a vedersi, finché non arrivano a una crisi. Haru non è pronta a dire in pubblico di stare uscendo con una donna e Riko, di conseguenza, diventa diffidente. Questo è il primo film di Momoko Ando, della quale sto tenendo d’occhio già da un po’ 0.5 Mm, ed è per questo motivo che l’ho trovato. Di nuovo, un film gradevole, in questo caso notevole soprattutto soprattutto per essere una prova già raffinata della regista, nonostante uno scivolone di terribile CGI.

Il premio Delusione del Mese va a Riprendimi: la relazione tra Lucia e Giovanni è al centro di un documentario sul precariato filmato dagli amici di lui (Eros e Giorgio); Giovanni, all’inizio del film, decide di lasciare Lucia. Quello che viene dopo sono novanta minuti di stereotipi, a causa di una sceneggiatura che usa topoi triti e ritriti (tutte le donne sono sognatrici nevrotiche che vengono sempre lasciate, tutti gli uomini sono poveri idioti accecati dalla propria ambizione e dal proprio egoismo) con i quali non fa niente di nuovo. È stato un peccato vedere una bella confezione – regia, fotografia, attori – sprecata così.

D.E.B.S. è un film sciocchino ma adorabile: le D.E.B.S. del titolo sono un’unità speciale del governo USA, formata da studentesse che vengono addestrate per diventare spie. Il film in sé è un pastiche di una serie di riferimenti (tra i più evidenti: Charlie’s Angels, Clueless, Alias), ma è sempre divertente e ha due grandi pregi purtroppo ancora inusuali: il cast non è tutto caucasico E c’è una storia tra due dei personaggi femminili. Robinson riesce addirittura gestire bene i costumi al limite del feticista delle protagoniste, non oggettificandone mai i corpi (anzi, sembra volerne sottolineare l’incongruità visto che il resto delle D.E.B.S. indossa uniformi normali).

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Dopo le commedie, tre opere molto diverse ma che potrebbero essere definite tutte film sentimentali (nel senso neutro del termine).

Love in a Fallen City, di Ann Hui, è tratto dall’omonimo racconto di Eileen Chang (che dà anche il titolo alla raccolta pubblicata da NYRB qualche anno fa, che consiglio). Nella Shanghai dei primi anni ’40, Liusu convive con una famiglia soffocante dopo aver deciso di divorziare; nonostante abbia ormai ventotto anni, incontra Mr. Fan (uno scapolo che la sensale di matrimoni aveva inizialmente proposto a sua sorella) e tra loro scocca una scintilla. Ma non è detto che Mr. Fan abbia intenzioni serie. Sia il racconto che il film hanno gli stessi temi: esaminano le scarse possibilità che rimangono a una donna borghese che sceglie il divorzio e tratteggiano l’ombra spesso sinistra dell’Occidente nelle vite dei personaggi.

Beyond the Lights di Gina Prince-Bythewood racconta l’incontro tra Noni, una giovane popstar (pensate a qualcuno come Tinashe) che vive in modo conflittuale la propria immagine sexy, e Kaz, un poliziotto assegnato alla security delle sue stanza d’albergo che la salva da un tentativo di suicidio. Nonostante la raffinatezza della regia e la qualità delle interpretazioni è un film che ha trovato grandi difficoltà a essere finanziato.

Murmur of the Hearts di Sylvia Chang (da non confondere con il film di Louis Malle con un titolo molto simile) ci riporta nel continente asiatico, ma questa volta a Taiwan, dove seguiamo tre storie separate ma profondamente interconnesse e caratterizzate dalla crisi con la propria vita e dal venire a patti con eventi familiari traumatici. Sorvolando su qualche debolezza melodrammatica nel terzo atto, Murmur of the Hearts è un film di una bellezza visuale quasi dolorosa.

Gugu Mbatha-Raw, Gina Prince-Bythewood e Nate Parker sul set di Beyond The Lights.

Gugu Mbatha-Raw, Gina Prince-Bythewood e Nate Parker sul set di Beyond The Lights.

Infine, due film che si distaccano dagli altri: Daughters of the Dust di Julie Dash e What Happened, Miss Simone? di Liz Garbus.

Daughters of the Dust era nel mio mirino già da tempo; quando mi è capitato di vedere degli accostamenti tra il film e Formation di Beyoncé (mai sottovalutare il potere del pop), mi sono decisa e l’ho guardato. Il film si inserisce in un contesto storico preciso – la Grande Migrazione degli afroamericani dagli stati del sud verso il nord, nel periodo 1910/1930 – trattando la storia di una famiglia che vive a Igbo Landing, su delle isole al largo della costa della South Carolina.

Qui i Peazants hanno potuto vivere relativamente isolati dalla cultura bianca razzista e sono riusciti a mantenere una cultura autonoma, ma la loro vita ritirata non è più sostenibile da un punto di vista economico. Attraverso una serie di dicotomie messe in contrasto ma non in antitesi – terraferma/isola, cristianesimo/religione tradizionale – Dash ci offre uno splendido affresco della vita di donne diverse ma legate tra loro da sangue e affetti e del crepuscolo di un mondo.

Liz Garbus è una regista di documentari, il cui metodo è più diretto che sperimentale (cosa che trovo molto utile nel caso di figure non ancora esplorate). Come il precedente Bobby Fischer Against the World, anche What Happened, Miss Simone? pone sotto i riflettori una personalità tanto difficile quanto geniale: quella della grande Nina Simone. Dalla sua formazione come pianista classica di grande talento alla sua trasformazione in cantante soul/blues e voce del Movimento per i Diritti Civili, il documentario copre tutta la vita di questa icona.

Sebbene il trattamento della sua malattia mentale risulti un po’ superficiale, il film è particolarmente interessante quando è Nina Simone a parlare, attraverso i filmati d’archivio, della propria tecnica musicale e dei suoi sentimenti di alienazione, da bambina, sia verso la comunità nera sia verso la comunità bianca in un Sud profondamente segretato (il Voting Rights Act che sanciva definitivamente il diritto di voto per gli Afroamericani è passato solo nel 1965 – all’epoca Simone aveva già trentadue anni).

 

 


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