Ormai due anni or sono La Vita di Adèle, tratto dal fumetto Le Bleu est une Couleur Chaude di Julie Maroh, adornava i nostri schermi cinematografici e tutte le pagine di giornale che parlassero di cinema e/o scandali. Per chi se lo fosse perso (dove vivete, anime fortunate?), il film, diretto da Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d’oro a Cannes, è la storia d’amore fra due ragazze, Adèle (Adèle Exarchopoulos) ed Emma (Léa Seydoux), la prima adolescente ancora alla ricerca di se stessa, la seconda artista apertamente lesbica. Così, “l’amore lesbico” tornava ancora una volta, come succede periodicamente (scandali, coming out, film famosi), al centro dell’attenzione mediatica. Ancor di più, questa volta, in quanto si portava dietro lunghe ed esplicite scene di sesso.

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Che se ne dica male o bene, in effetti, penso di aver più sentito parlare delle scene di sesso de La vita di Adèle che di tutto il resto del film, e questa è una cosa che prova ancora una volta quanto sia ormai d’uso mettere al centro del discorso mediatico i corpi e non le storie delle donne lesbiche rappresentate. Ma non sono qui per difendere o criticare il modo in cui questo film è stato recepito e accolto dalla critica internazionale, né a sindacare sul valore artistico del film. Al contrario, sono qui per chiarificare un paio di cose: ovvero dirvi come e perché questo film (e il fumetto da cui è tratto) continui a danneggiare l’immaginario di ciò che significa essere lesbiche o bisessuali, o, insomma, essere una donna che ama altre donne. Sono qui per dirvi, per farla breve, di come La Vita di Adèle e Il Blu è un Colore Caldo, non siano nient’altro che due diverse, posteriori rielaborazioni del tanto decantato e a parimenti odiato L’Altra Metà dell’Amore (Lost and Delirious).

Per chi non lo conoscesse, L’Altra Metà dell’Amore (2001) è stato un film seminale per generazioni di ragazze che si facevano domande sulla propria sessualità. Ambientato in un collegio femminile, L’altra metà dell’amore raccontava la storia, vista dal punto di vista di una terza persona (Mischa Barton), di due migliori amiche che hanno una relazione segreta. Ovviamente, il film finisce male in tutti i modi possibili: una delle due si fidanza con un ragazzo e l’altra, sopraffatta dal dolore, si suicida. Questo è il mondo in cui almeno due generazioni di ragazze lesbiche e bisessuali sono cresciute: se eri una ragazza e ti scoprivi attratta da altre ragazze, questo ti aspettava. Una specie di monito, dunque: lasciate perdere le donne, che altrimenti finisce male.

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Ora, certamente da quei tristi lidi, grandi passi sono stati fatti. D’altra parte, mi direte voi, nel film non muore nessuno. Apro qui una piccola parentesi per dire che, da questo punto di vista, il film è avanti rispetto al fumetto, che invece comincia dandoci l’informazione della morte della protagonista. Tuttavia, il film scade nell’altro cliché dedicato alle lesbiche: quando nessuno muore, una o entrambe “tornano” all’eterosessualità. Bisogna ammettere che, anche in questo, come in tutte le cose, il film non è molto chiaro. Il finale è lasciato aperto all’interpretazione dello spettatore, ma quell’ultima conversazione e lei che tradisce l’amore della sua vita con un uomo, sembrano tutti segnali che puntano nella stessa direzione. Certo, tutto andrebbe molto meglio se Adèle si mettesse l’anima in pace e ammettesse la propria bisessualità, ma così non succede. Cosa succede allora? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché il finale di questo film non ha senso, come anche la scelta di farle commettere quel tradimento. Perché dovresti tradire la persona che consideri l’amore della tua vita?

La verità è, comunque, che il mio problema con questa storia non sono gli uomini, né il finale. Il mio problema con questa storia sta nell’aver raccontato ancora una volta un dramma senza via d’uscita.

Sia nel fumetto che nel film, Adèle/Clementine fanno una fatica enorme ad accettare la propria omosessualità/bisessualità che sia, anche dopo molti anni di convivenza con una donna. I genitori di lei la cacciano di casa, come nelle migliori tragedie del secolo scorso. Nel fumetto, Clementine, dopo il tradimento e la rottura con Emma, cade in depressione, prende eccessive dosi di medicinali e infine, poco dopo essere stata perdonata da Emma, muore, perché la festa non era completa senza questa deliziosa ciliegina sulla torta.

Ora, io mi chiedo, vale ancora la pena raccontare questo tipo di storie nel 2010, 2013, 2015 che sia? Ci stanno raccontando queste storie dall’alba dei tempi, non è ora di smetterla?

Certamente, le tragedie esistono. Certamente, moltissime persone hanno ancora problemi ad accettarsi. Certamente, ci sono lesbiche che tradiscono altre lesbiche con uomini.

Il problema è che non è sempre così.

Nel 2015 le cose sono cambiate e continuano a cambiare ogni giorno. Sì, i diritti civili sono ancora indietro, le mentalità sono ancora indietro, in tanti paesi del mondo le persone queer rischiano ancora la vita. Ma, se c’è una cosa che sappiamo, è che raccontare solo tragedie non aiuta più nessuno.

Conosco un numero infinito di donne lesbiche e bisessuali, giovani, giovanissime, o anche meno giovani, che vivono la propria sessualità senza macchia e senza paura. Occasionalmente, hanno i loro drammi, ma non più di qualunque altra persona. Specialmente nel campo dell’accettazione personale abbiamo fatto passi da gigante, tanto da non chiamarla più accettazione ma orgoglio. Sono orgogliosa di essere lesbica, sono orgogliosa di essere me stessa e non devo niente a nessuno. Dovrebbero esserci più storie di orgoglio, e meno storie di odio verso se stessi. Dovrebbero esserci più “e vissero felici e contente” (e non dovrebbero necessariamente finire con un matrimonio, just saying), e meno amori impossibili che finiscono in tragedia. Oh, sì, l’amore fra donne può essere molto complicato e molto drammatico (Lesbian draaaama!), ma non prendiamoci in giro, non più di qualsiasi altra storia d’amore.

Quando feci coming out con mia madre, la prima cosa che lei mi disse, fu questa: “Mi dispiace solo perché avrai una vita molto difficile”. Ma perché, dev’esserlo per forza? Cos’è, ho forse firmato un contratto con delle clausole scritte in minuscolo dove dicevano che avrò una vita difficile? Dipende, certo, da dove ci troviamo nel mondo, ma, almeno in Italia, o in Europa, questi problemi non sono normalmente di una gravità eccessiva.

Perciò smettiamola, ecco, con i drammoni strappalacrime e le vite difficili e i lunghi distruttivi processi di accettazione personale. Basta buttarci dal tetto per la nostra migliore amica che non ci vuole più: news flash, non serve suicidarsi per ottenere il tesserino “Sono una tragica lesbica”. Quei tesserini sono ormai fuori moda, fuori commercio e proprio fuori.

In conclusione, vorrei dire, Il Blu è un Colore Caldo e La Vita di Adèle raccontano due storie già viste e già affrontate mille volte. Hanno fatto notizia perché c’era di mezzo un importante regista francese, attrici talentuose e tante scene di sesso e di gente che mastica spaghetti alla bolognese a bocca aperta. Ma la verità, che il film vi sia piaciuto o no, è che sembra più una rappresentazione di quello che il mondo eteronormato vorrebbe che “l’amore lesbico” fosse: tragico, puro, sensuale, impossibile. Io, invece, rivendico il mio diritto a fare in modo che sia anche ridicolo, felice, imbarazzante e molto possibile. Chi è con me?

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(Disclaimer: Vi prego non mi lapidate se ho insultato il vostro film preferito. Può ancora essere il vostro film preferito, senza per questo essere un film importante per la comunità LGBTQIA.)