Crea sito
READING

La vita (inutilmente drammatica) di Adele

La vita (inutilmente drammatica) di Adele

Ormai due anni or sono La Vita di Adèle, tratto dal fumetto Le Bleu est une Couleur Chaude di Julie Maroh, adornava i nostri schermi cinematografici e tutte le pagine di giornale che parlassero di cinema e/o scandali. Per chi se lo fosse perso (dove vivete, anime fortunate?), il film, diretto da Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d’oro a Cannes, è la storia d’amore fra due ragazze, Adèle (Adèle Exarchopoulos) ed Emma (Léa Seydoux), la prima adolescente ancora alla ricerca di se stessa, la seconda artista apertamente lesbica. Così, “l’amore lesbico” tornava ancora una volta, come succede periodicamente (scandali, coming out, film famosi), al centro dell’attenzione mediatica. Ancor di più, questa volta, in quanto si portava dietro lunghe ed esplicite scene di sesso.

Schermata 2015-04-14 alle 21.38.20

Che se ne dica male o bene, in effetti, penso di aver più sentito parlare delle scene di sesso de La vita di Adèle che di tutto il resto del film, e questa è una cosa che prova ancora una volta quanto sia ormai d’uso mettere al centro del discorso mediatico i corpi e non le storie delle donne lesbiche rappresentate. Ma non sono qui per difendere o criticare il modo in cui questo film è stato recepito e accolto dalla critica internazionale, né a sindacare sul valore artistico del film. Al contrario, sono qui per chiarificare un paio di cose: ovvero dirvi come e perché questo film (e il fumetto da cui è tratto) continui a danneggiare l’immaginario di ciò che significa essere lesbiche o bisessuali, o, insomma, essere una donna che ama altre donne. Sono qui per dirvi, per farla breve, di come La Vita di Adèle e Il Blu è un Colore Caldo, non siano nient’altro che due diverse, posteriori rielaborazioni del tanto decantato e a parimenti odiato L’Altra Metà dell’Amore (Lost and Delirious).

Per chi non lo conoscesse, L’Altra Metà dell’Amore (2001) è stato un film seminale per generazioni di ragazze che si facevano domande sulla propria sessualità. Ambientato in un collegio femminile, L’altra metà dell’amore raccontava la storia, vista dal punto di vista di una terza persona (Mischa Barton), di due migliori amiche che hanno una relazione segreta. Ovviamente, il film finisce male in tutti i modi possibili: una delle due si fidanza con un ragazzo e l’altra, sopraffatta dal dolore, si suicida. Questo è il mondo in cui almeno due generazioni di ragazze lesbiche e bisessuali sono cresciute: se eri una ragazza e ti scoprivi attratta da altre ragazze, questo ti aspettava. Una specie di monito, dunque: lasciate perdere le donne, che altrimenti finisce male.

Schermata 2015-04-14 alle 21.38.40

Ora, certamente da quei tristi lidi, grandi passi sono stati fatti. D’altra parte, mi direte voi, nel film non muore nessuno. Apro qui una piccola parentesi per dire che, da questo punto di vista, il film è avanti rispetto al fumetto, che invece comincia dandoci l’informazione della morte della protagonista. Tuttavia, il film scade nell’altro cliché dedicato alle lesbiche: quando nessuno muore, una o entrambe “tornano” all’eterosessualità. Bisogna ammettere che, anche in questo, come in tutte le cose, il film non è molto chiaro. Il finale è lasciato aperto all’interpretazione dello spettatore, ma quell’ultima conversazione e lei che tradisce l’amore della sua vita con un uomo, sembrano tutti segnali che puntano nella stessa direzione. Certo, tutto andrebbe molto meglio se Adèle si mettesse l’anima in pace e ammettesse la propria bisessualità, ma così non succede. Cosa succede allora? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché il finale di questo film non ha senso, come anche la scelta di farle commettere quel tradimento. Perché dovresti tradire la persona che consideri l’amore della tua vita?

La verità è, comunque, che il mio problema con questa storia non sono gli uomini, né il finale. Il mio problema con questa storia sta nell’aver raccontato ancora una volta un dramma senza via d’uscita.

Sia nel fumetto che nel film, Adèle/Clementine fanno una fatica enorme ad accettare la propria omosessualità/bisessualità che sia, anche dopo molti anni di convivenza con una donna. I genitori di lei la cacciano di casa, come nelle migliori tragedie del secolo scorso. Nel fumetto, Clementine, dopo il tradimento e la rottura con Emma, cade in depressione, prende eccessive dosi di medicinali e infine, poco dopo essere stata perdonata da Emma, muore, perché la festa non era completa senza questa deliziosa ciliegina sulla torta.

Ora, io mi chiedo, vale ancora la pena raccontare questo tipo di storie nel 2010, 2013, 2015 che sia? Ci stanno raccontando queste storie dall’alba dei tempi, non è ora di smetterla?

Certamente, le tragedie esistono. Certamente, moltissime persone hanno ancora problemi ad accettarsi. Certamente, ci sono lesbiche che tradiscono altre lesbiche con uomini.

Il problema è che non è sempre così.

Nel 2015 le cose sono cambiate e continuano a cambiare ogni giorno. Sì, i diritti civili sono ancora indietro, le mentalità sono ancora indietro, in tanti paesi del mondo le persone queer rischiano ancora la vita. Ma, se c’è una cosa che sappiamo, è che raccontare solo tragedie non aiuta più nessuno.

Conosco un numero infinito di donne lesbiche e bisessuali, giovani, giovanissime, o anche meno giovani, che vivono la propria sessualità senza macchia e senza paura. Occasionalmente, hanno i loro drammi, ma non più di qualunque altra persona. Specialmente nel campo dell’accettazione personale abbiamo fatto passi da gigante, tanto da non chiamarla più accettazione ma orgoglio. Sono orgogliosa di essere lesbica, sono orgogliosa di essere me stessa e non devo niente a nessuno. Dovrebbero esserci più storie di orgoglio, e meno storie di odio verso se stessi. Dovrebbero esserci più “e vissero felici e contente” (e non dovrebbero necessariamente finire con un matrimonio, just saying), e meno amori impossibili che finiscono in tragedia. Oh, sì, l’amore fra donne può essere molto complicato e molto drammatico (Lesbian draaaama!), ma non prendiamoci in giro, non più di qualsiasi altra storia d’amore.

Quando feci coming out con mia madre, la prima cosa che lei mi disse, fu questa: “Mi dispiace solo perché avrai una vita molto difficile”. Ma perché, dev’esserlo per forza? Cos’è, ho forse firmato un contratto con delle clausole scritte in minuscolo dove dicevano che avrò una vita difficile? Dipende, certo, da dove ci troviamo nel mondo, ma, almeno in Italia, o in Europa, questi problemi non sono normalmente di una gravità eccessiva.

Perciò smettiamola, ecco, con i drammoni strappalacrime e le vite difficili e i lunghi distruttivi processi di accettazione personale. Basta buttarci dal tetto per la nostra migliore amica che non ci vuole più: news flash, non serve suicidarsi per ottenere il tesserino “Sono una tragica lesbica”. Quei tesserini sono ormai fuori moda, fuori commercio e proprio fuori.

In conclusione, vorrei dire, Il Blu è un Colore Caldo e La Vita di Adèle raccontano due storie già viste e già affrontate mille volte. Hanno fatto notizia perché c’era di mezzo un importante regista francese, attrici talentuose e tante scene di sesso e di gente che mastica spaghetti alla bolognese a bocca aperta. Ma la verità, che il film vi sia piaciuto o no, è che sembra più una rappresentazione di quello che il mondo eteronormato vorrebbe che “l’amore lesbico” fosse: tragico, puro, sensuale, impossibile. Io, invece, rivendico il mio diritto a fare in modo che sia anche ridicolo, felice, imbarazzante e molto possibile. Chi è con me?

[Piccola pubblicità progresso] Per tutto ciò e molto altro, guardatevi Banana, il nuovo telefilm di Russel T. Davis (Queer as Folk, Doctor Who).

(Disclaimer: Vi prego non mi lapidate se ho insultato il vostro film preferito. Può ancora essere il vostro film preferito, senza per questo essere un film importante per la comunità LGBTQIA.)


RELATED POST

  1. margherita b

    14 maggio

    Quei terribili e inguardabili spaghetti alla bolognese. Mia nonna l’avrebbe cacciata di casa per la sua incapacità di fare la pasta al dente, altro che omosessualità

  2. martina

    14 maggio

    Grande Martina. Ho visto il film e mi è piaciuto, ma la tua rilettura mi piace molto di più perché auspica storie più forti, meno piagate da isterismi collettivi e singhiozzi bavosi. Peggio degli spaghetti, le ostriche!

  3. giorgeliot

    14 maggio

    Ciao Martina, a me film e fumetto sono piaciuti molto per ragioni diverse, nonostante ‘la poiana’ (ormai il lesbodrama lo chiamo solo così, grazie lezpop!) incombente in entrambi.
    Concordo però con la tua analisi – cioè, a un certo punto bisognerà iniziare a raccontare che le lesbiche possono pure avere storie normali e lasciarsi rimanendo lesbiche.

    L’unica cosa su cui davvero non concordo è questa:
    “Non lo sappiamo perché il finale di questo film non ha senso, come anche la scelta di farle commettere quel tradimento. Perché dovresti tradire la persona che consideri l’amore della tua vita?”

    divido in due punti:

    1) il finale HA senso, e spero che non ne facciano un sequel sennò forse si scade nell’eccesso. Ha il senso che ha la vita normale, e cioè che la gente in un modo o nell’altro va avanti. Non necessariamente si dà una lettura positiva al distacco di adele, e non necessariamente negativa: è la fine del pezzo di storia che abbiamo condiviso con lei. In questo lo apprezzo di più che del fumetto con la sua chiusura davvero un po’ eccessivamente drammatica

    2) “Perché dovresti tradire la persona che consideri l’amore della tua vita?” Perché succede, può succedere, le cazzate si fanno. – semmai peccato che abbia tradito con un uomo, ma… vabbè. succede pure in QaF del resto 🙂

  4. gion

    14 maggio

    Concordo con giorgeliot. La tua critica, se è esatta nei riguardi del fumetto, mi pare meno centrata per quanto riguarda il film: kechiche vuole raccontare “semplicemente” una storia d’amore e gli incidenti che l’accompagnano applicando uno sguardo il più realistico possibile. Se non ricordo male infatti, Adele tradisce Emma (che venga definita amore della vita non è così importante: quante sciocchezze si dicono in una relazione?) perché si sentiva trascurata…sono dinamiche abbastanza frequenti credo, indipendentemente che avvengano tra lesbiche o no. Inoltre sul fatto che il tradimento sia “consumato” con un uomo non ha alcun peso nel film.

  5. valentina

    14 maggio

    Sono d’accordo con te quando dici che non è un film importante per la comunità LGBTQIA, ma non lo è a mio parere perché non vuole esserlo: non vuole rappresentare il dramma dell’amore lesbico e non è nemmeno un film sulla scoperta della propria identità. È un film sull’amore e il fatto che sia tra due donne è assolutamente incidentale. E infatti finisce per ragioni totalmente slegate dall’orientamento sessuale, ad esempio il fatto che Emma e Adèle appartengono a due mondi diversi: la prima vive apertamente il suo essere lesbica, è ambiziosa, intellettuale, la seconda presenta Emma ai genitori come “un’amica” e la sua massima aspirazione è fare la maestra delle elementari. Si tratta di differenze culturali abbastanza importanti, l’intensità pur straordinaria del sentimento tra due persone non può durare per sempre, e quando svanisce l’effetto novità il loro peso si fa sentire. Sono d’accordo con Gion quando dice che sono dinamiche di coppia tutt’altro che rare.

  6. Rossella

    14 maggio

    Io (ragazza eterosessuale) ho trovato il film estremamente realistico e mi ci sono ritrovata in pieno. La storia di Adèle mi ha fatto rivivere varie relazioni passate e finite male, tutte più o meno guidate dalle stesse dinamiche che segnano il rapporto tra le due protagoniste.
    Credo che la conquista di Kechiche sia stata quella di rappresentare una relazione tra due donne come una qualsiasi relazione sentimentale, senza focalizzarsi per forza sull’elemento dell’omosessualità. La vie d’Adèle è un bel film perchè racconta una storia e la racconta in modo sincero e realistico (o che perlomeno, io ho trovato estremamente fedele alla realtà); non è un film con pretese sociali o politiche, ma semplicemente una storia d’amore che parla di sentimenti e drammi personali, né più né meno drammatici di quelli che affliggono qualsiasi persona.
    Secondo me ha avuto il merito di mostrare la normalità di una relazione lesbica, rappresentando le protagoniste come persone prima che come “omosessuali”.

  7. Nicolo

    15 maggio

    Che articolo autocentrato, banale, con i paraocchi.
    “Eh, non ha senso che Adele tradisca la sua compagna”, “Non ha senso che lei torni con un uomo”…. Io mi chiedo invece: perché non può non essere così? Perché non può non essere che lei la tradisca con uno?
    E tutto il resto: “perché scrivere sempre di lesbiche con tragedie?” Ma perché da che mondo e mondo la storia, l’intreccio si basa sulla tragedia, sulla parabola…
    Non tutto deve essere sempre ridotto a questione sociale-politica.
    Un film è in primis un’opera d’arte e in quanto opera d’arte non necessariamente deve rispondere a leggi morali. -.-‘
    L’amore è bello, appassionante, ma anche tragico, doloroso ed è questo quello che il regista a mio avviso rappresenta; io che sono un ragazzo gay mi sono identificato in Adèle, mia sorella che è eterosessuale ci ha pianto.
    E che senso ha dire che è un film che non rappresenta la comunità lgbtq? Ma ha ancora senso parlare di comunità lgbtq e di film che ci rappresentano?
    Scusate per il commento non molto coeso.
    Saluti.

  8. Margherita Ferrari

    15 maggio

    @Nicolò:

    Anch’io ho avuto una reazione forte vedendo il film. Ciononostante condivido la posizione esposta da Martina nell’articolo, poiché il problema della rappresentazione non può essere ignorato. Il fatto che la pellicola abbia fatto commuovere e identificare valanghe di persone a mio avviso non è sufficiente a decretarne la aproblematicità. Non quando continua a sentirsi la mancanza di narrazioni che raccontino l’amore tra donne senza cancellarlo sul finale, introducendo tragedie, scenari punitivi e via dicendo (vedi: http://www.softrevolutionzine.org/2011/my-so-called-books-annie-on-my-mind-di-nancy-garden/).
    Il problema è strutturale ed è nostro dovere analizzarlo, come ha fatto brillantemente Martina.

  9. Paolo

    16 maggio

    ho amato molto il film e personalmente condivido quanto detto da Nicolò Gion, Valentina, Rossella e anche i due punti di Giorgeliot. Poi certo anch’io auspico una pluralità di storie, ma mi pare che siamo sulla buona strada rispetto a trent’anni fa
    E’ ovvio che gli amori gay possono essere ridicoli, felici molto possibili come quelli etero, e come quelli etero possono anche essere problematici, sensuali, tragici, puri come quelli etero (e possono pure essere tutte queste cose insieme). Esistono storie d’amore (a prescindere dall’orientamento sessuale dei suoi componenti) simili a quelle raccontate nel film di Kechiche? Se sì è legittimo raccontarle, senza che questo vada necessariamente bollato come “eteronorma” (e comunque il fatto che Adele tradisca con un uomo non significa che sia “tornata” etero, può darsi sia semplicemente bisex comunque ritengo che per capire il film non sia molto importante stabilire l’orientamento sessuale della protagonista, sono d’accordo con chi dice che Kechiche non voleva fare un film a tema omosessuale nè un film “militante”(come è Pride, per esempio) ma raccontare una storia d’amore tra due ragazze)
    Sarò molto romantico ma pure io fatico a concepire come sa possible tradire il proprio “grande amore”..fatto sta che può capitare
    Sulle scene di sesso: le ho trovate carnali, crude, appassionate, non patinate e bellissime e necessarie ma in tutto saranno dieci minuti in un film di più di tre ore, se certi spettatori parlano solo di quello (come se fosse eccezionale vedere due persone attratte l’una dall’altra che fanno sesso) tralasciando il resto mi pare importante dire che il problema è loro, non del film.

  10. Ilaria

    20 maggio

    Gentile Martina,

    è un peccato, un vero peccato questa tua lettura un po’ di parte [un po’ è un eufemismo] su un film che voleva dire altro e che è anche molto altro. Quando si parla di cinema bisognerebbe, secondo me, distinguere due cose. La realtà che viviamo e tocchiamo ogni giorno e il messaggio filmico, il linguaggio, la ricerca che viene fatta all’interno di una pellicola. Forse non conoscevi Kechiche e questo è il primo film che hai visto di lui. [Ma magari mi inganno]. In ogni caso, se avessi analizzato il film alla luce del suo percorso filmico, alla luce della sua prospettiva e della sua poetica, ti saresti accorta che il punto non è raccontare storie di due donne che si amano, ma raccontare il percorso formativo di una ragazza, Ema, i suoi riti di passaggio, la ricerca di se stessa, il risveglio della sua sessualità e molte altre cose come quotidianità, noia, consuetidine, incertezza. Forse tu hai fatto coming out senza problemi. Forse non è per tutti così. Tu vivi la tua vita in un certo modo, hai le tue idee e ne vai fiera. Benissimo. Ma la domanda sorge spontanea: tutto questo cosa diavolo c’entra con il film? Mi pare un po’ infantile leggere libri, film, e in generale, leggere la realtà, alla luce della propria “piccola” vita. Non piccola perché non valga. Ma perché a volte i messaggi sno più universali. E peccato che tu non te ne sia accorta.

  11. Nicolo

    22 maggio

    @Margherita

    Grazie per aver chiarito ed espresso un punto di vista legittimo.

    Riprendendo le tue parole, il problema è proprio strutturale: l’articolo di Martina è strutturato talmente male che finisce per tirarsi la zappa sui piedi e a dar luogo a troppi fraintendimenti.

  12. Skywalker

    23 maggio

    Romeo e Giulietta. Orfeo ed Euridice. Paolo e Francesca ti dicono niente? Cruel Intentions per stare aggionati manco nulla? Se non c’è dramma nell’amore non c’è storia.
    L’happy ending non c’è neanche nelle favole! Non condivido questa visione vittimista da spettatore esistenziale. è un problema di forma? Allora lamentati che sul mondo queer esistono più drammi che commedie ma non di “siamo nel 2015 bla bla…siamo cresciute così bla bla bla….”. Eddai su.

  13. Alex74

    11 marzo

    L’ho conosciuto solo pochi giorni fa. Me ne sono innamorato. Le scene di sesso me le sono dimenticate già alla fine della prima visione. Ho sentito nel dolore adolescenziale di Adele, punita e rifiutata da Emma, quello che io stesso ho provato nelle mie esperienze di ragazzo. Ho sentito nel sofferto autocontrollo di Emma, di fronte all’attrazione passionale di -e per- Adele, quello che io stesso ho provato da uomo sposato in alcune vicissitudini. Ho amato la tenerezza di Adele.
    No, questo film, questa storia, ha ben poco a che fare con le scelte o le propensioni sessuali delle persone. Questo racconto ha a che fare con la vita, l’amore, il dolore, le contraddizioni dell’umano. Semmai, e questo è certamente un merito accessorio, nel regalare così tanta empatia, ci permette di ricondurre l’esperienza omoaffettiva a ciò che essa dovrebbe realmente essere: una libertà fondamentale della persona.

  14. Vanessa stringano

    18 febbraio

    Apprezzo il tuo punto di vista.ci vorrebbe qualcosa che ci spinga ad amarci o che ci inciti ad essere quel che siamo.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.