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Sul tradimento e sulle narrazioni sentimentali odi...

Sul tradimento e sulle narrazioni sentimentali odierne

In una scena di Purificàti, terzo testo drammaturgico di Sarah Kane, Carl, che ama, ricambiato, Rod, gli offre un anello come promessa di eterna, irriducibile fedeltà. Rod però rifiuta, con un discorso secco ma incredibilmente onesto:

Ora ti amo. Ora sto con te. Farò del mio meglio, momento per momento, per non tradirti. Ora. Tutto qui. Solo questo. Non mi costringere a mentirti.

Tra le miriadi di esperienze che da giovani ci vengono narrate ancor prima che si possa viverle in prima persona, l’amore è il mito più diffuso. Lo conosciamo, o crediamo di conoscerlo, pur senza esserci mai innamorati, perché il mondo intorno a noi – la famiglia, gli amici e quella porzione di opinione pubblica cui riusciamo ad accedere – ce ne ha fornito un modello ben preciso che è, nella sua forma più vecchia e nota, la coppia eterosessuale, monogama e eterna. Se è anche il primo amore, meglio.

La narrazione amorosa prevede anche la creazione di miti positivi e negativi, il più disgraziato dei quali è il tradimento, inteso come il venir meno a un contratto sociale: dai secoli passati fino a oggi ha rappresentato l’infrazione di una promessa. In particolare, quando è l’uomo ad essere infedele, l’attenzione della narrativa si sposta dal soggetto (che tradisce) all’oggetto (con cui si tradisce): da qui la figura popolare dell’Altra Donna, l’amante, la rovina famiglie, la provocatrice indomita.

Qualche anno fa è perfino uscito un saggio storico sul fenomeno dell’”amantità”, Storia delle Altre, in cui l’autrice Elizabeth Abbott raccoglie con dovizia di dati le vicende di etere, concubine, favorite, dall’antichità fino ai nomi iconici di Marilyn Monroe e Camilla Parker-Bowles.

Illustrazione di Ilaria Grimaldi

Illustrazione di Ilaria Grimaldi

Sorvolando però sulla mera aneddotica, è possibile, se si guarda con occhi franchi la realtà, motivare l’infedeltà con fattori familiari ad entrambi i sessi: un’istintiva attrazione fisica e/o l’innamoramento, col desiderio di stare con l’altro in forma esclusiva o malgrado il partner preesistente.

Eppure quando nella vicenda compare l’Altra Donna la narrazione corrente si fa precisa, spietata. Questo lo affermo non solo guardando alle interpretazioni che trovo nei giornali, su internet e alla tv, ma anche con l’orecchio teso alle voci della mia adolescenza, quando sia io che amiche e conoscenti abbiamo vissuto lo sfogo pervaso di odio sulla ragazza di turno che, a sentir noi, ci aveva portato via l’amato. Due sono le caratteristiche di questa visione delle cose: la concezione dell’uomo naturalmente incontinente (laddove l’intemperanza femminile deve tacere), e la negatività che caratterizza la donna che si intrattiene con un individuo già impegnato.

Una volta, certo, il matrimonio, l’unica relazione accettabile fra uomo/donna, rappresentava più un contratto sociale che un rapporto intimo: di modo che l’unica maniera per allestire una relazione sessuale/sentimentale reale era l’adulterio. Ma oggi, che già solo l’universo delle relazioni LGBT dovrebbe preannunciarci la riscrittura dei modelli narrativi amorosi, cosa ci dice la permanenza di questa lettura rigida e stereotipata?

Oltre a un chiaro problema di accettazione della potenza del desiderio femminile, si può evincere che la coppia è ancora oggi spesso intesa come un vincolo formale e predeterminato. In altri termini è sempre un contratto, dove però si finisce per patteggiare per le cose sbagliate, negando le proprie e altrui responsabilità.

Credo che chiunque di noi a livello inconscio o meno, abbia percepito, almeno una volta nella vita, l’enorme complessità delle relazioni amorose. I modelli predefiniti comunemente diffusi sono insufficienti a descrivere e giustificare il mucchio convulso di emozioni, pensieri e leggi morali continuamente rimesse in discussione.

Ma se proprio si vuole rimanere all’interno di un modello di riferimento, sarebbe molto più auspicabile un patto che riguardi una presenza basata non sul dovere, ma sulla lealtà: lealtà di mostrarsi come si è, di modo che l’altro possa sceglierci così come siamo, anche nelle nostre debolezze, paure e contraddizioni, il che non lede la volontà di diventare migliori anche come compagni affettivi. Nessun dubbio allora che sia un’esperienza difficile, problematica, e molto meno romantica di quanto ci si aspettasse: ma è anche autentica.


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  1. Paolo

    24 giugno

    l’amore, quello terreno e anche “romantico” non è soltanto un mito, è un sentimento vero che esiste e che uomini e donne nella stragrande maggioranza provano. Il fatto che la monogamia con o senza rito matrimoniale, (ma si dovrebbe parlare di monogamia seriale) sia la modalità di relazione più frequente dal punto di vista statistico non vuol dire che chi la sceglie e la vuole si sta “omologando” o “uniformando”, io sono monogamo e non mi sento meno libero e meno “autentico” di chi non crede nella monogamia e legittimamente vive relazioni aperte o poliamorose ecc… E sì credo anche nel romanticismo, non lo vedo in contrasto con una relazione dove si accetta l’altro con le sue debolezze, una relazione amorosa dove c’è posto per la passione erotica, la complicità e anche lealtà e fiducia reciproca che l’altro non ci ingannerà nè ci farà volontariamente del male. Quanto alla fedeltà reciproca anche sul piano sessuale,altra cosa in cui credo, per me è un impegno che si rinnova liberamente e spontaneamente ogni giorno; nel momento in cui essere “fedele” al partner diventa un “dovere”, un peso, un sacrificio intollerabile allora vuol dire che nella mia relazione qualcosa non va e con o senza “tradimento” di mezzo, è possibile che ci si lasci o che si cerchi di recuperare il rapporto, questo lo decide la coppia. Personalmente se scoprissi che la mia partner resta con me per “dovere” e non mi tradisce non perchè mi ama ed è felice con me ma solo e soltanto per “dovere” e magari rimpiange tutte le occasioni sentimental-sessuali che si sta perdendo allora preferirei essere lasciato o la lascerei io.
    Sull’amore “eterno”, razionalmente credo sappiamo tutti che l’amore può finire (con più o meno strascichi) o si trasforma nel tempo ma per come la vedo io se non si scommette sul fatto che possa durare (e a volte la scommessa è vinta) non vale la pena iniziare un rapporto amoroso. il fatto è che l’amore non è del tutto razionale o razionalizzabile e innamorarsi comporta dei rischi (il rischio di non essere corrisposti, che l’altro ci deluda, che tradisca la nostra fiducia, che ci inganni, il rischio di soffrire per una rottura ecc.) ma sono rischi che vanno affrontati. avere una relazione amorosa è sempre una scommessa poichè banalmente nessuno prevede il futuro ma ne vale la pena (secondo me e non solo me, credo)

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