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Stendersi sui chiodi: la sperimentazione elettroni...

Stendersi sui chiodi: la sperimentazione elettronica di Teresa Rampazzi

Ho passato buona parte della mia vita a Vicenza, una ridente città del nord est nota per l’artigianato orafo e le ville di Andrea Palladio. Le persone in visita non mancano mai di osservare quanto grazioso sia il centro storico, talvolta mostrando quello che non posso far altro che identificare come genuino stupore.

Quando ancora vivevo in Veneto, i complimenti sulla pregevolezza estetica della mia città mi causavano un misto di orgoglio e sofferenza. Nella mia esperienza, Vicenza era più simile ad una splendida torta al gusto di fango che ad un luogo abitabile.

Giunsi a questa conclusione durante gli ultimi anni delle superiori quando, in preda allo sconforto, arrivai a cercare su internet i nomi di notabili persone native che potessero darmi speranza. Dato che nemmeno Palladio era di origini beriche, mi rassegnai alla ricerca di una via di fuga.

Teresa-Rampazzi-nel-suo-studio

Teresa Rampazzi

L’ironia della sorte ha voluto che mi imbattessi in Teresa Rampazzi solo un anno fa, quando iniziai ad esplorare le storie delle pioniere della musica elettronica. Nel mio mondo ideale, avrei dovuto scoprire la sua esistenza alle scuole elementari, durante un ridente approfondimento dedicato alla storia locale. Entro tale scenario, la vicenda di Teresa mi avrebbe evitato un decennio abbondante di rifiuto nei confronti della composizione musicale (all’insegna dei mantra “Non so suonare” e “Sono stonata”), nonché una imponente di dose di sessismo internalizzato.

Non stupisce però che la vita di Teresa Rampazzi sia stata celebrata solo in rarissime occasioni, per lo più presso i conservatori italiani che offrono corsi di musica elettronica, nonché nel lavoro di ricerca di Laura Zattra, cui appartengono buona parte degli scritti dedicati alla vicentina.
Fu la stessa Teresa, nel 1970, a scrivere:

Col tempo ho capito che, nella maggioranza dei casi, far ascoltare musica elettronica era come invitare gli amici a stendersi sui chiodi. Perdevi l’amicizia.

Teresa Rampazzi nacque a Vicenza nel 1914, dove fu introdotta allo studio del pianoforte. Durante i primi quarant’anni della sua vita si dedicò alla musica tradizionale, frequentando dapprima il Conservatorio “G. Verdi” di Milano, e dopo essersi sposata, aprendo il suo salotto veronese ad una cerchia di musicisti.

Nel 1956, dopo essersi trasferita a Padova, Teresa decise di cambiare rotta, diventando esecutrice di musica d’avanguardia. Si unì al Trio Bartók, uno dei rari ensemble italiani che proponevano Webern e Berg. Tale scelta dette frutti limitati, poiché il pubblico della provincia veneta era reticente e conservatore.

Nello stesso periodo, Rampazzi frequentò il Circolo Pozzetto, uno spazio interdisciplinare fondato da Ettore Luccini. L’obiettivo del centro era offrire “spazi imprevedibili e straordinari” per la cultura, tramite l’organizzazione di mostre, concerti e conferenze. Il circolo ebbe però vita breve. Se in un primo momento il Partito Comunista locale aveva supportato le attività culturali promosse da Luccini, dopo una manciata di mesi cambiò posizione, affermando che esse non erano sufficientemente allineate. L’opposizione del partito rese sempre più difficoltose le attività del circolo, portandolo alla prematura chiusura nel 1960.

Il Fato (o chi per Esso), volle però che i burocrati comunisti patavini ignorassero il potere sovversivo di un concerto che si tenne nel 1959. In quell’occasione, Teresa Rampazzi suonò con John Cage, Heinz Klaus Metzger e Sylvano Bussotti.

L’evento fu descritto sui quotidiani locali con l’aggettivo “dionisiaco”. Le cronache dell’epoca raccontano di un happening durante il quale i quattro musicisti si lanciarono su tutti gli oggetti risonanti presenti in sala, percutendoli con viti, bastoni e verghette.

L’ispirazione di Teresa veniva dall’incontro con le composizioni elettroniche di Herbert Eimert, che la vicentina ascoltò presso la Internationalen Ferienkursen für Neue Musik di Darmsadt. In quell’occasione, Teresa intuì che la sintesi elettronica era il veicolo ideale per raggiungere il completo rifiuto della musica tonale.

A segnare completamente la svolta di Teresa, fu la decisione di vendere il suo pianoforte a coda per acquistare dei generatori di onde. La leggenda racconta che fu il marito stesso ad acquistarlo, non solo perché intendeva conservarlo a ricordo del passato da pianista della moglie, ma anche perché lo strumento era stato pesantemente danneggiato durante un happening domestico con John Cage.

John Cage

John Cage

Nel 1964, Teresa conobbe Ennio Chiggio, un artista operante all’interno del Gruppo Enne, un collettivo che ambiva alla ricerca di punti di contatto tra scienza e arte.

In un primo momento, Chiggio e Rampazzi collaborarono ad un sound collage sperimentale che fu utilizzato come sfondo musicale ad un’esposizione per la Biennale di Venezia. Dopo quest’esperienza, decisero di fondare Nuove Proposte Sonore, un gruppo basato sul concetto di collettivismo, all’interno del quale tutte le apparecchiature elettroniche erano condivise e le nuove composizioni dovevano essere create senza considerare una possibile ricezione da parte del pubblico.

Già nel 1967, però, l’equilibrio del gruppo iniziò a deteriorare. Teresa aspirava ad una maggiore libertà artistica, non in linea con i desideri di Chiggio, che decise di lasciare N.P.S.. Da quel momento, Teresa aprì lo studio a giovani ingegneri e musicisti, offrendo lezioni gratuite e stabilendo un clima favorevole alla condivisione di competenze.

Nel 1972, il Conservatorio di Padova introdusse un corso di musica elettronica, la cui cattedra su affidata a Teresa. Tutte le apparecchiature di Nuove Proposte Sonore – compreso un Synthi A EMS – furono messe a disposizione degli studenti.

In quel periodo, l’Università di Padova stava diventando un importante centro per la ricerca sulla sintesi sonora. Tre ingegneri, Alvise Vidolin, Giovanni De Poli e Giovanni Battista Debiasi, ottennero l’accesso pomeridiano ai computer del Centro di Calcolo di Ateneo, dove si svolsero sperimentazioni sulla sintesi del linguaggio parlato, e in un secondo momento, sulla traduzione del sistema tradizionale di notazione musicale per l’elaboratore.

Teresa Rampazzi, ormai sessantenne, mostrò grande interesse nei confronti delle nuove tecniche digitali sviluppate dai suoi colleghi. Nonostante i suoi problemi di vista, che le rendevano materialmente difficile lavorare davanti allo schermo di un computer, fece uso delle nuove tecnologie a disposizione per comporre diversi pezzi – tra cui “With the Light Pen” (1976) e “Noch atmen” (1980) – che ottennero riconoscimenti internazionali.

Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1984, Teresa decise di vendere la sua casa, e di donare tutte le sue apparecchiature al Conservatorio e all’Università di Padova. Si trasferì a Bassano del Grappa, dove creò un nuovo studio privato e continuò a comporre con il suo fidato Yamaha DX7 fino al 2001, anno della sua morte.

A differenza di altre pioniere della musica elettronica, Teresa Rampazzi operò sempre all’interno di ristretti circoli culturali e accademici, probabilmente perché il clima culturale italiano non era aperto alle nuove tecnologie musicali come quello di altre realtà estere. Ad esempio, non esisteva nulla di paragonabile al BBC Radiophonic Workshop, responsabile della produzione dei suoni sintetici utilizzati per i programmi radiofonici e le pubblicità. La mancanza di veicolo pop per la condivisione delle scoperte e delle composizioni realizzate a Padova ha indubbiamente contribuito a oscurare la figura di Teresa Rampazzi.

Studiando la sua storia, mi sono trovata a pensare allo stato della pedagogia musicale in Italia, e alle mie tragiche esperienze scolastiche con il flauto dolce e il canto. Ciò che viene insegnato è ancora, molto spesso, fermo ad un’epoca precedente all’happening domestico di Teresa Rampazzi e John Cage. La svolta non è ancora avvenuta, nonostante la diffusione di strumenti digitali che rompono lo schema della musica tonale e ampiano esponenzialmente le possibilità per chiunque voglia comporre.

Nonostante le limitazioni di un contesto provinciale poco progressista e le rigide regole imposte dallo studio tradizionale del pianoforte, Teresa ebbe la capacità di guardare oltre i confini che la circondavano, dedicando la sua vita professionale alle avanguardie musicali e alla loro diffusione. Solo per questo, mi piacerebbe che Vicenza la celebrasse a dovere. Ancor più bello sarebbe se, in tutta Italia, la sua eredità pedagogica lasciasse un segno nell’insegnamento della musica nelle scuole, premiando la creatività e le inclinazioni individuali, anziché la capacità di ripetere la lezione a menadito.

 

 

Bibliografia:

AA.VV., Archivio Musiche del XX Secolo: Vent’anni di musica elettronica all’Università di Padova, 2002, CISM
Zattra L., Proceedings of the XIV Colloquium on Musical Informatics, 2003


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  1. LAURA

    27 luglio

    Ciao Margherita!
    Grazie per questo fantastico post!
    sono così felice che anche tu sia stata catturata dallo charme di Teresa.
    Sto lavorando costantemente per diffondere il suo verbo e la sua musica (sono anch’io vicentina, maladense per la precisione). A breve uscirà anche un nuovo disco con die Schachtel con musica sua del periodo primi anni ’70! Delle vere chicche, musica bellissima, tutta inedita.
    E complimenti per la vostra attività, sono dalla vostra parte!!
    Keep in touch.
    Laura

  2. Grazie a te, Laura!
    Ho letto con grandissimo interesse i tuoi scritti. Mi hai aperto un mondo!
    Non vedo l’ora di ascoltare il nuovo disco in uscita.

    A presto!

  3. ROBERTO bARUMERLI

    20 agosto

    Uuuuuuuuuuuuuu.. da vicentino mi è piaciuto un sacco questo articolo! Era una cosa che non conoscevo!

    Tra l’altro ci tengo a dire che il prof. Giovanni de Poli tiene ancora il corso di Informatica Musicale all’università di Padova!

    Inoltre il suo gruppo di ricerca si occupa, anche, di preservare opere di musica elettronica di quel periodo.. e le macchine, con le quali componevano, le ho viste nel loro archivio!!

  4. Anonimo

    5 marzo

    Hi Margherita,
    Thank you so much for your wonderful article, very helpful for my PhD research.
    One small thing, you refer to Teresa in the masculine throughout the article. I realise this is just a translation error, but an important one i feel. There just aren’t enough good articles about women composers so when there is one, it is kind of frustrating that she is referred to as ‘he’ all the way through! I enjoyed the article nonetheless.
    Many thanks,
    All very best,
    Jo

  5. Jo Langton

    5 marzo

    Hi Margherita,
    Thank you so much for your wonderful article, very helpful for my PhD research.
    One small thing, you refer to Teresa in the masculine throughout the article. I am realizing this is just a translation error. There are not enough good things about women composers so when there is one, it is kind of frustrating that she is referred to as ‘he’ all the way through! I enjoyed the article nonetheless.
    Many thanks,
    All very best,
    Jo

  6. margherita ferrari

    11 marzo

    @Jo Langton: Hi Jo, thank you for your comment. What do you mean when you say that Teresa is referred to as “he” in the article? I actually used Italian feminine pronouns and titles (es. esecutrice, not esecutore) throughout the article. Did you use Google Traslate to read it?

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