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Telares indigenas: senza le donne non c’è rivoluzione

di Giulia Vettese

A 30 km dalla città di Matagalpa, in mezzo alle montagne del nord del Nicaragua stanche e aride per la stagione secca, si trova la comunità indigena El Chile, poco più di un centinaio di famiglie sparse in questo selvaggio territorio.

Casette costruite con pali di bambù, pietre e fango, vacche bianchissime e cavalli, una scuola primaria e due chiesette, tutto si perde tra la natura oggi come ieri. Mi trovo qui per conoscere una tradizione al femminile che ha resistito ai colonialismi vecchi e recenti, alla globalizzazione e alle dittature: Las manteras, il gruppo di donne che lavora il cotone con telai in legno e con il telar de cintura inventato delle loro antenate.

Foto scattata dall'autrice

Questa foto, come le altre presenti nell’articolo (salvo quella di M. Ruiz), è stata scattata dall’autrice

L’attività della tessitura era parte della vita quotidiana indigena del Nicaragua anteriormente all’invasione spagnola. La realizzazione di tessuti con forme e tecniche tradizionali e la preparazione dei colori naturali aveva variazioni regionali ma, in generale, accomunava tutte le popolazioni indigene dell’America Centrale. Con l’invasione spagnola, gli stessi tessuti diventano una delle prime “merci di scambio” per pagare le tasse imposte dai colonizzatori sin dalla fine del ‘500.

Las manteras della comunità del Chile tramandarono con il susseguirsi delle generazioni la loro sapiente cultura, nonostante l’avvento della produzione industrializzata importata dall’Inghilterra al principio del XX secolo. Fu la dittatura di Anastasio Somoza (1936-1956) a spegnerla quando proibì la coltivazione del cotone e la sua tessitura.

Le ragioni socio-politiche di quest’azione non sono mai state chiarite e le interpretazioni sono varie: da un lato, la distruzione e conversione dei campi di cotone per ottenere nuova manodopera e favorire le industrie produttrici di cotone della famiglia Somoza. Dall’altro lato, l’imposizione a suon di minacce verbali e non, aveva conseguenze fortemente debilitanti sulla stessa cultura indigena, privata di una sua importantissima tradizione e fonte di reddito femminile. D’altronde la strategia populista del dittatore, indirizzata all’isolamento del campesino, il lavoratore di umili condizioni, era necessaria per ricevere l’appoggio della classe media e d’élite.

Ma fu un’altra donna negli anni Ottanta, l’appassionata argentina Marta Ruiz, a riunire i fili spezzati ed avviare un nuovo Taller de Tejedoras, laboratorio di tessitrici. Con l’appoggio del Ministro della Cultura del Governo Sandinista, Ernesto Cardenal, contattò le signore più anziane che non avevano dimenticato le tecniche della tessitura per insegnare ad un gruppo di giovani l’antico sapere mai perduto.

Telares Indigenas 1

Telares Indigenas 1

Da allora El Chile rappresenta uno degli ultimi baluardi della produzione artigianale di tessuti in Nicaragua. Il mercato nazionale è saturato dai prodotti tessili industrializzati, ma le donne sono riuscite ad assicurarsi uno spazio che permette loro di lavorare da più di trent’anni. Vendono direttamente nel laboratorio, in alcuni punti vendita a Matagalpa, nel mercato artigianale di Masaya e in altre città del Nicaragua; si possono visitare contattandole direttamente (qui la loro pagina Facebook, qui il sito) o con un tour organizzato dall’agenzia di Matagalpa.

Nella casetta-laboratorio hanno sede i telai manuali in legno introdotti da Marta, la macchina da cucire per le rifiniture, lo spazio per l’esposizione dei prodotti e una cucinetta-camera da letto. Le nove signore, giovani e adulte, lavorano autonomamente senza sottostare ad orari fissi né a padroni, producono il loro proprio reddito senza intermediari e vengono appoggiate da alcune volontarie che le aiutano a crescere come imprenditrici. Certe volte lavorano giorno e notte, altre volte con meno costanza, ma sempre vivono la libertà nel lavoro come insegna la loro cultura.

Marta Ruiz. Foto di Sandra Centeno

Marta Ruiz. Foto di Sandra Centeno

I paesaggi, i colori, una breve visita e alcune foto rubate. L’esperienza mi ha aperto gli occhi su un felice esempio di tradizione che rivive e non si spegne. Scegliere alcuni loro prodotti, comprare un paio di scampoli di tela avanzati per portarli come dono prezioso nella mia Sardegna. Con il sorriso sulle labbra penso che difficilmente esisterà un’altra forza capace di arrestare la tenacia di queste donne e rivedo la frase letta sul muro di Matagalpa: “senza le donne non c’è rivoluzione” e su questo non ho dubbi.

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