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La figura femminile nei manga: Lo studio Ghibli

La figura femminile nei manga: Lo studio Ghibli

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Abbiamo trattato finora la storia e l’evoluzione dello shōjo dagli anni settanta ai novanta, prendendo in analisi alcune tra le opere più rappresentative di nuovi sottogeneri per il pubblico femminile. Ora, sebbene ci siano ancora tante opere da rivedere, ritorniamo all’inizio degli anni ottanta per parlare di un duo che ha dato un contributo fondamentale al genere stesso, seppur con la creazione di opere non ritenute delle vere e proprie animazioni shōjo.

Ovviamente sto parlando di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, noti pionieri dell’animazione giapponese e fondatori del rinomato Studio Ghibli, che hanno portato alla creazione e alla celebrazione di nuovi prototipi femminili anticonformisti e del tutto innovativi nel campo dell’animazione giapponese.

Il sodalizio tra i due comincia nel 1968 quando Miyazaki collabora come animatore a La grande avventura del piccolo principe Valiant (Taiyou no Ōji Horusu no Daibōken, 1968) diretto da Takahata e prosegue con alcuni episodi di Lupin III (Rupan Sansei, 1971) e alla produzione di Heidi (Alps no shōjo Heidi, 1971), Conan, il ragazzo del futuro (Mirai shōnen Konan, 1978) e Anna dai capelli rossi (Akage no An, 1979).

Nel 1984 Takahata produce il primo lungometraggio di animazione di Miyazaki, Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Naushika, 1984). Visto il successo internazionale dell’opera, i due decidono di dar vita a uno studio di animazione proprio che prenderà il nome di Studio Ghibli.

Nausicaä della valle del vento

Nausicaä della valle del vento

Sebbene Miyazaki e Takahata siano due uomini, il loro contributo alla creazione artistica e all’encomio narrativo di una nuova figura femminile è fondamentale.

Quasi tutte le opere di Miyazaki hanno come protagonista una bambina o una giovane ragazza, eroina di un universo fantastico, a volte trasportata in un mondo post-apocalitticocome quello di Nausicaä della valle del vento o semplicemente una dimensione parallela come quella di La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi, 2001). Ciascuno dei suoi mondi integra elementi di contesto medievale o di altre epoche storiche ben precise, come il primo novecento di Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro, 2004), con componenti di natura magica o spirituale.

La prima a debuttare in un film animato è Nausicaä, in un’opera che lancia appunto un personaggio femminile fuori dagli schemi tradizionali: la principessa in questione non dorme in un bosco, non mangia una mela avvelenata e di certo non aspetta il principe azzurro.

Al contrario, figlia del sovrano Jihl prende le redini del regno di Pejite, sacrificandosi per il bene del suo popolo. Come in altre opere di Miyazaki, è evidente soprattutto il legame che la figura femminile ha con l’ambiente circostante: Nausicaä infatti non si arrende nella difesa della Giungla Tossica e degli esseri che la popolano, ma combattecontro la sua imminente distruzione, in un’allegoria che sembra essere quella dell’inquinamento ambientale.

La relazione tra donna e natura è fondamentale e si presenta subito come pilastro di ogni “prodotto-Ghibli” a partire già dai primi cortometraggi di animazione, scritti da Miyazaki e diretti da Takhata come Panda! Go, Panda! (Panda Kopanda, 1972) e Il circo sotto la pioggia (Panda Kopanda amefuri sākasu no maki, 1973) che regalano una favola in cui la protagonista Mimiko vive a stretto contatto con due panda, a cui si aggiungerà un tigrotto nel secondo.

Lo stesso vale per personaggi come Sheeta di Laputa – Castello nel cielo (Tenkū no shiro Rapyuta, 1986), erede al trono della leggendaria città-castello volante di Laputa che, come Nausicaä, incarna a pieno la figura di principessa “prescelta” o “salvatrice” del suo popolo.

A distanza di un anno escono Il mio vicino Totoro (Tonari No Totoro, 1988) e  Kiki, consegne a domicilio (Majo no takkyūbin, 1989). Questi due film si distaccano da quelli precedenti: sebbene le protagoniste siano comunque bambine, il loro vissuto è decisamente più spensierato. La mancanza di un conflitto morale interiore o di una scissione più netta tra bene e male nella narrazione li rende film più leggeri e fiabeschi.

Il mio vicino Totoro

Il mio vicino Totoro

Tuttavia in Il mio vicino Totoro il riavvicinamento alla natura costituisce ancora una volta il cuore della narrazione: le due bambine, Satsuki e Mei, si ritrovano catapultate nella valle alla scoperta della natura. A guidarle stavolta però saranno spiritelli originali e divertenti come i nerini del buio, i coniglietti dell’albero di canfora e lo stesso Totoro, gigantesco gatto-procione guardiano della foresta.

La figura femminile diventa sé stessa metafora di una possibile “Madre Natura”: gli stessi elementi folcloristici che accompagnano la protagonista nella narrazione, chiamati kami (che definiamo nella cultura giapponese spiriti naturali come sole e montagna o spiriti animali come volpe e tanuki), fanno parte di una cultura secolare nipponica che affonda le proprie radici nello Shintoismo.

L’espressione più riuscita del sodalizio tra donna e natura è di certo la figura di Mononoke in Princess Mononoke (Mononoke-hime, 1997), letteralmente “principessa-spettro”. Giovane e selvaggia, Mononoke è cresciuta nella foresta con le Divinità-Lupo.

Come Nausicaä, combatte contro gli umani della Città del Ferro per salvare la foresta e le divinità che vi dimorano: solido emblema della riconciliazione tra natura e umanità, Mononoke, a differenza delle altre figure, perlopiù caratterizzate da una dolcezza e spensieratezza proprie alla giovinezza, nasconde un carattere più adulto e deciso, uno spirito più libero e selvaggio che rimanda a una natura nettamente primitiva e combattiva. Collana con zanne, mantello di pelliccia e volto dipinto, la ragazza non indugia mai: corre con agilità, si scaraventa contro il nemico e succhia sangue da Moro.

Princess Mononoke

Princess Mononoke

Ikeo Takahata d’altra parte sembra esplorare il rapporto tra donna e natura in modo del tutto diverso: Only Yesterday (Omoide Poro Poro, 1991) costituisce uno dei film d’animazione più innovativi nella storia dell’anime giapponese. L’opera racconta il percorso interiore di una comune Office Lady di ventisette anni che decide di partire in vacanza nella prefettura di Yamagata: il viaggio dalla città alla campagna è accompagnato da un viaggio dal presente al passato in cui la protagonista rivive ricordi d’infanzia e d’adolescenza.

Quello che colpisce è l’incredibile autenticità con cui si presentano determinate problematiche infantili e preadolescenziali nel corso della narrazione come l’emulazione e l’adorazione delle compagne di scuola, il primo amore e lo sconvolgimento emotivo, il cambiamento fisico e le mestruazioni, i sogni di gloria e le aspettative rispetto al futuro.

La protagonista Taeko rappresenta ancora il riavvicinamento alla natura e alla vita rurale anche se non si identifica più con la figura della principessa-guerriera ma con quella di una qualunque donna giapponese. Il realismo del film ci riporta dunque a una dimensione più umana e contemporanea non solo nel raccontare una figura femminile dall’infanzia all’età adulta, ma anche nel creare uno stile più dettagliato che sottolinea i tratti muscolari del viso.

In molte delle opere di Miyazaki si manifesta inoltre un’attenzione viva per condizione delle donne in ambito lavorativo. Uno degli esempi più azzeccati è di sicuro quello di Eboshi, leader della Città del Ferro in Princess Mononoke, ma anche quella delle donne che lavorano nella fornace nello stesso film. In Kiki – Consegne a domicilio, tutti i personaggi principali sono donne lavoratrici come l’artista Ursula, la panettiera Orsono, la fashion designer Maki e le streghe Kiki e Kokiri. La stessa Satsuki de Il mio vicino Totoro, sebbene non lavori, manifesta un forte senso del dovere e di responsabilità nel badare alla casa quando il padre non c’è.

Kiki - consegne a domicilio

Kiki – consegne a domicilio

Lo stesso vale per le donne di La città incantata che lavorano nell’impianto termale di cui la stessa direttrice è una maga di nome Yubaba, o per la figura di Sophie che fa la cappellaia e della giovane sorella Lettie che lavora in una panetteria in Il castello errante di Howl.

Tuttavia i personaggi di Chihiro (La città incantata) e di Sophie (Il castello errante di Howl) si distaccano ancora dai precedenti ed evolvono in modo diverso rispetto a un contesto narrativo in cui la natura non è più al centro della trama. Infatti la figura femminile non è più in riconciliazione con la natura, sebbene rappresentazioni o metafore ambientaliste siano ancora presenti nelle due opere ( “Lo spirito dal cattivo odore”, metafora del fiume inquinato ne La città incantanta o “Calcifer”, demone del fuoco, simbolo kami della tradizione giapponese ne Il castello errante di Howl, per citarne qualcuno).

È la lotta per la sopravvivenza che mette a dura prova le nuove protagoniste, che dovranno adeguarsi ai lati impervi della vita, la prima adattandosi al duro lavoro per riportare alla sembianze umane i propri genitori, la seconda conformandosi al suo nuovo corpo da ottantenne per potere rimanere accanto al suo amato.

 

Il castello errante di Howl

Il castello errante di Howl

In un’intervista per il suo ultimo film Si alza il vento (Kaze Tachinu, 2013), quando il giornalista chiede se lo si può considerare un femminista convinto, lo stesso Miyazaki risponde di sì.

La società tradizionale dà troppo potere agli uomini. Oggi questo tutto maschile ha raggiunto i suoi limiti. Le donne sono più reattive. Ecco perché si stanno adeguando più rapidamente alla società moderna.

Certo, Miyazaki rimane nel duo quello più conosciuto internazionalmente, sia per lo stile innovativo, sia per un nuovo spirito ambientalista, antimilitarista e pro-femminista apportato al genere d’animazione. Però La storia della principessa splendente (Kaguya-Hime No Monogatari, 2013), ultima opera di Takahata, supera ogni aspettativa nella rappresentazione encomiastica della figura femminile.

Tratto dal racconto popolare Taketori monogatari, “Il racconto di un tagliabambù”, il film racconta la storia di un tagliabambù che un giorno trova nascosta in un fusto una minuscola creatura luminosa, che in breve tempo diventerà una splendida principessa, costretta dal padre a una vita artificiosa di obblighi e imposizioni sociali.

Il film racconta dunque la forza femminile in tutto e per tutto, in una realtà antica e tradizionale giapponese in cui il ruolo della nobildonna si limita a una serie di rigide e soffocanti formalità. L’impossibilità di sorridere, l’imposizione di un portamento impeccabile e il dovere di maritarsi senza alcun potere decisionale sono tutte caratteristiche che ancora oggi vengono imposte alle donne giapponesi. La donna qui si districa dagli obblighi sociali dell’epoca imperiale grazie a un’intelligenza spiccata e una saggezza filosofica che ne costituiscono l’essenza.

La storia della principessa splendente

La storia della principessa splendente

 

 


FONTI:

‘The Tale of the Princess Kaguya’ is a surprisingly feminist fairy tale
Historique du Studio Ghibli
Hayao Miyazaki interview


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